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Suburra e quello che sappiamo fare bene – Recensione della Prima Stagione  

Suburra - la serie
Netflix

Anche se il debutto ufficiale avviene nel 1991, i Take That erano stati creati l’anno prima dal produttore discografico Nigel Martin Smith che ebbe l’idea di fare di Gary Barlow, Robbie Williams, Mark Owen, Jason Orange e Howard Donald un gruppo di voci solo maschili. L’esperimento si rivelò talmente di successo che non solo i Take That dominarono la scena musicale degli anni Novanta, ma soprattutto lanciarono il concetto di boy band che di lì a poco avrebbe imperversato con numerosi esempi (Five, NSync) fino a raggiungere l’apoteosi con la versione femminile delle Spice Girls. Che c’entrano i cinque ragazzi di Manchester con Suburra – la serie? Hanno, in fondo, gli stessi natali.

Suburra - la serie
Costruire per accontentare

Il colpo di genio di Nigel Martin Smith non fu quello di trovare cinque ragazzi che sapessero cantare e ballare e che fossero tutti belli quanto basta da far innamorare le ragazzine e tranquillizzare le mamme. Fu, piuttosto, quello di capire che al successo si può arrivare anche senza il proverbiale duro lavoro e le rare qualità canore, ma piuttosto dando al pubblico quello che vuole. Non offrendogli, quindi, un prodotto genuino sperando che lo gradisca, ma servendogli esattamente quello che desiderava a volte senza neanche saperlo. Suburra nasce dopotutto allo stesso modo. La serie ideata da Carlo Bonini e Giancarlo de Cataldo, come prequel ideale dell’omonimo film del 2015, può giustamente vantarsi di essere la prima produzione italiana esplicitamente commissionata da Netflix. Un piccolo grande motivo di orgoglio per la serialità patria che riesce ad evadere dai ristretti confini nazionali per entrare nelle case del mondo.

Eppure questo onore diventa inconsciamente un onere perché gli autori si costringono a scrivere non quello che vorrebbero liberamente, ma ciò che è il pubblico internazionale ad aspettarsi. Non è un mistero che l’unico genere che non pecca dell’italico provincialismo sia la fiction incentrata sulla crime story. Lo ha dimostrato Romanzo criminale e soprattutto lo ha confermato Gomorra, immediatamente diffusa con grande successo di critica e pubblico in quegli Stati Uniti da cui la tv italiana è abituata a importare di tutto di più. Suburra arriva dopo questi due illustri esempi che hanno sedimentato nel pubblico d’oltreoceano (che è inevitabilmente il primo fruitore di Netflix) l’idea che una serie italiana debba avere quelle caratteristiche. E quindi Suburra non può non avere come protagonisti giovani criminali desiderosi di prendersi il trono (che sia quello di Roma Sud della Banda della Magliana o la Secondigliano di Genny Savastano e Ciro Di Marzio), come comprimari boss potenti e di poche parole (come don Pietro o Samurai), come sottobosco una sequela di politici corrotti e affaristi senza scrupoli. Ancora meglio se ci si riesce a infilare anche la Curia di Santa Madre Chiesa che spesso al cinema è sinonimo di intrighi e malaffare.

Come scriveva Caterina nella sua recensione dei primi due episodi, Suburra paga pesantemente questo dazio rinunciando (almeno in partenza) ad una propria autonomia nella speranza manifesta che non cambiare la squadra che vince basti a guadagnarsi di nuovo i tre punti. Un successo costruito allo stesso modo di una boy band anni Novanta: ripetizione dello stesso schema finché funziona.

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Suburra - la serie
Da Cervantes ad Aureliano e Spadino

Ma può questo difetto essere considerato un peccato davvero grave? Nel 1605 Miguel Cervantes pubblicava il suo capolavoro, quel Don Chisciotte della Mancia che ebbe tanto successo da indurre lo sconosciuto Alonso Fernandez a pubblicarne un seguito non autorizzato nel 1614. Disgustato da questa vicenda, Cervantes pubblicò nel 1615 il secondo volume delle avventure del suo stralunato hidalgo e del fido scudiero Sancho Panza. Episodio che suggerisce una domanda: se qualcosa la si sa fare bene, perché lasciare che siano altri a farla al posto tuo e peggio? Se la crime fiction è una specialità della casa, perché non insistere e produrre qualcosa che sia dello stesso genere?

La risposta scontata a questa domanda retorica in Suburra sono Aureliano Adami e Spadino Anacleti, magnificamente interpretati da Alessandro Borghi e Giacomo Ferrara. Aureliano e Spadino arricchiscono la collezione di giovani criminali in cerca di gloria e potere che già vantava personaggi come il Freddo e il Libanese, Ciro Di Marzio e Genny Savastano. Ma, se è inevitabile sentire nei due protagonisti di Suburra l’eco dei loro illustri predecessori, sarebbe disonesto non riconoscere loro una impronta di originalità che riscatta la serie dal peccato originale cui si accennava prima.

Aureliano, infatti, potrebbe sembrare un Ciro Di Marzio in salsa romana, con la stessa caparbia volontà di emergere svincolandosi dall’oppressivo controllo di chi è più in alto di lui gerarchicamente. Ma le analogie, in verità, si fermano qui. Perché il biondo figlio del re di Ostia è qualcosa di più. È l’erede diseredato, il principe destinato a non sedere su alcun trono, la testa matta su cui nessuno intende poggiare alcuna corona perché cadrebbe e con essa tutto il regno. Aureliano è testardamente alla ricerca di un modo di scappare a questo destino che altri hanno deciso per lui. Costi quel che costi anche se il costo fosse allearsi con il suo nemico naturale. Ma Aureliano è anche un’anima inquieta che ha bisogno di punti fermi, un pirata spietato che non può fare a meno di un porto tranquillo dove riposare tra una scorreria e l’altra. Che sia l’amore di Isabelle o il rudere di un chiosco abbandonato che gli ricorda una madre adorata. È questa la sua vera forza, il cherosene che alimenta il motore che gli permetterà di volare.

Se Aureliano è Ciro, Spadino potrebbe essere Genny. Come il rampollo dei Savastano è inizialmente ritenuto inadatto al comando perché troppo interessato solo alle comode irresponsabilità dell’essere figlio di, così Spadino è concentrato sull’apparire piuttosto che l’essere. Tuttavia questo suo atteggiamento buffonesco è solo una maschera carnevalesca che indossa per nascondere una dolente insofferenza che nasce non solo dall’essere considerato nulla più che il fratello buffone di un capo ammirato per la sua rudezza, ma anche dal non poter vivere liberamente la sua sessualità repressa. Se il personaggio ricorda nei modi quello interpretato da Luca Marinelli in Lo chiamavano Jeeg robot, radicalmente diversa ne è la vera essenza. Un ribelle per necessità e non per ambizione, un ultimo che può essere sé stesso solo se diventa il primo.

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Suburra - la serie
Da Victor Hugo e Vikings a Cinaglia e Samurai

Aureliano e Spadino sono il motore di Suburra, ma la macchina si mette in moto in un frastuono di personaggi secondari che sono indispensabili a mandare avanti la storia. E soprattutto sono fondamentali nell’accontentare lo spettatore che si aspettava di vederli apparire. Come Victor Hugo che riempie il suo Notre Dame de Paris (ben diverso dall’edulcorata versione Disney) di prostitute allegre e ladri senza scrupoli, di preti malati di sesso e capitani collezionisti di conquiste femminili per essere sicuro di catturare l’interesse del lettore, così Bonini e de Cataldo non fanno mancare alla loro serie un ricco corredo di politici e dirigenti corrotti, affaristi senza morale, prelati interessati più a godere i piaceri terreni che aspirare al Regno dei Cieli, poliziotti integerrimi destinati a morte certa.

E figli di padri onesti coinvolti nei loschi giri della Roma bene che finiscono in affari malavitosi più grandi di loro. Se quelle di Aureliano e Spadino sono storie di educazione criminale che si sarebbe potuto leggere nei romanzi di Nikolaj Lilin, la vicenda di Gabriele porta le stigmate del peccatore che deve conoscere il male per potersi poi redimere e tornare all’ovile dopo una tragedia causata dalla sua sventatezza. È per questo che il suo personaggio risulta il meno riuscito dei tre che i poster promozionali di Suburra evidenziavano. Perché, a differenza degli altri due, la storia di Gabriele ha pochi punti di novità e risulta anche appesantita dalla debolezza degli interpreti (su tutti una Claudia Gerini fuori parte).

Speculare a Gabriele è invece Amedeo a cui spetta il compito di dimostrare in primis quanto avesse ragione Andreotti a dire che il potere logora chi non ce l’ha. Il personaggio ben interpretato da Filippo Nigro è l’onesto idealista che credeva bastasse sedere in consiglio comunale per cambiare le cose. Ed invece quel potere gli è negato così tante volte che il non averlo inevitabilmente logora le sue certezze fino a farle crollare quando è Samurai ad offrirgli la possibilità di averne almeno un poco. Ma Cinaglia è anche la dimostrazione che il monito di Ragnar al figlio Bjorn nella terza stagione di Vikings era vero: il potere è sempre pericoloso, attrae i peggiori e corrompe i migliori. Ed è proprio questo che accade ad Amedeo che appena annusa il profumo di questa droga finisce per volerne ancora e ancora fino a desiderare di entrare in quel mondo di mezzo di cui Samurai (chiaro riferimento al Carminati della cronaca recente) è l’amministratore instancabile che non può mai riposare.

Suburra è complessivamente una serie costruita a tavolino seguendo le lezioni eterogenee dei Take That, di Cervantes e Victor Hugo. Un prodotto ad uso e consumo del suo pubblico che magari non riuscirà a restare nella storia come lo sono stati i capolavori dei due scrittori e piuttosto godrà dell’effimera gloria della boy band di Manchester lasciando almeno l’eredità di due attori come Alessandro Borghi e Giacomo Ferrara. Ma è comunque la dimostrazione che una certa fiction anche noi italiani la sappiamo fare. Ed anche molto bene.

 

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