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She’s Gotta Have It – quando una donna non ha paura di ciò che vuole: Recensione prima stagione

She's Gotta Have It

Il canone di “donna perfetta” oggi è piuttosto limitante. La donna perfetta della nostra modernità medievale è quella che non desidera altro dalla vita che un unico compagno (o compagna), che sia marito, moglie o amante; è quella che preferisce il lavoro che paghi a quello che vorrebbe fare. E’ la donna che sogna la famigliola felice, con cane e casa dalla staccionata bianca annesse. Non che ci sia nulla di sbagliato, naturalmente. Ma solo più recentemente si è stati portati ad accettare le “black strong indipendent women” e a rispettarla, almeno nell’ambito lavorativo – ma anche lì con le dovute eccezioni. Perché se una donna si comporta come un uomo, agisce come un uomo o ha la pretesa di vivere una vita libera come quella di un uomo allora non è più la donna perfetta. Allora è la donna facile, promiscua, indipendente: una donna che deve essere rimessa in riga.

Ma perché una donna dovrebbe avere necessariamente bisogno di un uomo, si domanda Spike Lee? Non può semplicemente sciogliere le catene della società e accettarsi per quello che è, consentendo a se stessa di sentire quello che vuole sentire? Di fare e agire nel modo che ritiene più affine alla sua persona e non ai paradigmi di un’era di antiquata evoluzione?

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Domande queste che Spike Lee, regista di Malcolm X e Bamboozled, si era già posto nel 1986, quando She’s Gotta Have It era stato presentato a Cannes e aveva vinto il Prix de la Jeunesse, affermando il talento nascente di Spike Lee su scala internazionale. Sono passati già 30 anni da allora ma sembrerebbe che il messaggio che She’s Gotta Have It voleva comunicare non solo sia ancora attuale ma, addirittura, più necessario che mai.

1, 2, 3… Nola Darling, baby!

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Credits: Netflix

La storia che fa da veicolo al messaggio di Spike Lee è quella di Nola Darling (DeWanda Wise), una giovane artista di New York che vive liberamente la propria vita e la propria sessualità. Ha infatti una relazione appagante anche se non priva di complicazioni con tre uomini diversi. L’affidabile, maturo (e sposato) Jamie (Lyriq Bent); il fotografo fashion, vanitoso e narcisista Greer (Cleo Anthony); l’hipster a tratti volgare ma dannatamente divertente di nome Mars (Anthony Ramos, interpretato nel film del 1986 dallo stesso Spike Lee).

Senza scusarsi per ciò che vuole o ciò che fa, Nola porta avanti la sua vita artistica e sentimentale tra i tipici problemi di una giovane donna che cerca di affermarsi nel mondo lavorativo. Lo fa traendo la propria forza dalle proprie convinzioni, dalla propria famiglia, dai propri amici e dai propri amanti. Ciascuno di quest’ultimi aggiunge un tassello alla vita già completa di Nola non completandola, appunto¸ ma arricchendola. E’ lei stessa – come accade nell’episodio 1.04 – #LuvIzLuv (SEXUALITY IS FLUID) – a prendersi pause, se necessarie, per riaffermarsi in quanto donna quando percepisce che l’influenza degli uomini nella sua vita non sia positiva. Il fulcro della narrazione, comunque, resta questo: ciò che Nola fa non lo fa per gli altri o per compiacerli ma lo fa per se stessa, per il proprio benessere e per il proprio equilibrio.

Dalla Gentrification ai tabù del vestire e dell’essere

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She’s Gotta Have It – Credits: Netflix

Se il messaggio di She’s Gotta Have It è importante, come per ogni regalo ben incartato, l’occhio vuole la sua parte. E la ottiene, con una cinematografia degna di essere vista e assaporata. Spike Lee dipinge un quadro di Brooklyn vivace, brillante, vivo, con pennellate di colori caldi e di tessuti sgargianti. L’appartamento di Nola, il suo guardaroba, i suoi quadri sono tutti un museo di eclettismo e design, di sperimentazione e formazione artistica. Comunicano spesso più di quanto i dialoghi riescano a fare, benchè la sceneggiatura non sia mai banale o scontata.

La cinepresa si lascia andare a inquadrature ampie ma anche a ritratti e primi piani, come durante le conversazioni che Nola intrattiene con lo spettatore. E’ come se di volta in volta la vedessimo leggerci pagine del proprio diario, raccontandoci ciò che le è accaduto o le sta accadendo. Lasciandoci intravedere la parte più intima del suo essere, che non è neppure quella che condivide con i suoi amanti nel proprio Loving Bed.

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Ogni episodio si concede il lusso ed il diritto di intrattenersi e soffermarsi su un tema specifico, ampliandolo poi a seconda delle storyline dei singoli personaggi. Si parla di gentrification, della società e dei suoi livelli, della percezione della donna e del suo corpo in pubblico, della serietà o leggerezza dei rapporti interpersonali. Si parla di vita e lo si fa senza mai sforare dello sproposito.

Musica e soundtrack: protagoniste assolute di She’s Gotta Have It

She's Gotta Have It

She’s Gotta Have It – Credits: Netflix

Se Nola è la protagonista fisica indiscussa, She’s Gotta Have It ha un secondo personaggio nel ruolo principale e non ha nulla a che vedere con la fisicità. Note, melodie, parole. La musica della serie tv di Spike Lee vive di vita propria, trasportando lo spettatore dalle note più classiche e formali di Frank Sinatra fino a quelle più spinte dell’R&B e dell’Hip Hop. Con grande delicatezza ma anche decisione, Rochelle Claerbaut e Howard Drossin riescono a mixare la drammaticità (o comicità) delle scene a brani mai scontati e mai invadenti, spostandosi da remix appositamente creati per la serie tv a canzoni già ben affermate nell’immaginario collettivo nella loro versione originale.

Vi citerò solo alcuni brani, miei personali preferiti, mentre il resto della colonna sonora lo lascerò al vostro giudizio, qualora decidiate di cimentarvi nella visione. Bellissimo il brano di Prince, Raspberry Beret, come del resto anche la scena a cui è associato. Meravigliosa Asia Major e la sua All About Me nella scena della galleria d’arte durante la mostra di Nola. Colpiscono anche The Seed (2.0) – The Roots, What Is Love? – Vivian Green, Anytime – Brian McKnight e naturalmente Witchcraft di Sinatra. Anche se la mia preferita, eccezion fatta per la precedentemente citata All About Me, resta Killing Me Softly With His Song di Roberta Flack.

Qualche (doverosa) sbavatura per una serie tv altrimenti perfetta

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She’s Gotta Have It Credits: Netflix

La descrizione lusinghiera naturalmente non può che farvi (e farmi) porre la fatidica domanda: è dunque vero che She’s Gotta Have It è una serie tv perfetta? No. Si avvicina pericolosamente ad essere una serie TV con tutti gli elementi per sfiorare la perfezione ma resta, nel suo piccolo, una serie tv poco conosciuta, con tematiche non da tutti e con un format non necessariamente gradevole agli amanti del semplice intrattenimento di Netflix. Resta concentrata su un personaggio principale che, per quanto meraviglioso o e complesso, non concede mai abbastanza spazio agli altri personaggi. Un difetto che si spera elimini nella seconda stagione, già confermata da Netflix.

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La serie tv di Spike Lee è un gioiellino. E’ ben scritta, perfettamente recitata e con una colonna sonora davvero divinamente articolata. Riesce a comunicare il proprio messaggio senza risultare fastidiosa, per quanto affronti temi tutt’altro che leggeri o facili, e riesce a trasmettere quel messaggio importante che, proprio come nel 1986, è ancora incredibilmente attuale: non è la società a dirci come essere felici o come vivere la nostra vita. Come dice Nola, “Devo guardarmi dentro per sentire e capire cosa mi renda felice; se a loro va di frequentarmi è meglio che sia, anzi deve essere, alle mie condizioni o non accadrà mai”. Quindi, non abbiate paura di essere delle “black strong indipendent women” e dire la vostra: chi ci tiene davvero saprà apprezzarvi anche quando gli altri non potranno fare a meno di essere intimiditi dalla vostra forza.

Peace and love, y’all! Ci rivediamo per la seconda stagione!

She's Gotta Have It - Stagione 1
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