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5 Serie TV che non rivedremo più: gli addii del 2017

Serie TV Concluse nel 2017
IMDb

È inevitabile: tutto ciò che inizia ha una fine. Non esiste assoluzione possibile da questa quasi lapalissiana condanna. E, quindi, neanche le serie TV possono esimersi dall’obbligo ineludibile di scrivere la parola the end alla loro storia. Per quanto siano state amate dai fan e esaltate dalla critica, arriva sempre il momento in cui l’episodio di quella settimana non è uno qualunque, ma l’unico e ultimo. Quello dell’addio. Come è capitato alle cinque che qui elenchiamo scegliendo tra le tante solo quelle che a noi di Telefilm Central maggiormente mancheranno.

Cinque serie a cui abbiamo detto addio


1.) The Leftovers

Ci ha fatto emozionare, interrogare, riflettere, inventare, scervellare, ridere, piangere, ammirare, ringraziare. Sembrava dovesse non finire mai perché alle tante domande era impossibile dare una risposta chiara e definitiva. Ed, invece, anche la magnifica The Leftovers è finita. Niente più dipartiti. Niente più viaggi andata e ritorno dall’aldilà con Kevin. Niente più sofferta depressione e caparbia volontà di risorgere con Nora. Niente più domande sul senso della fede con Matt e John. Niente più rimorsi e voglia di vivere comunque con Laurie. Niente più dolore e senso di colpa con Tom e Jill. Niente più silenziosa determinazione ad espiare le colpe del mondo con Meg e Patti. Niente più The Leftovers.

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Creata da Tom Perrotta e Damon Lindelof, The Leftovers ha chiuso il suo spettacolare cammino dopo una terza stagione che è riuscita nella mirabile impresa di spegnere la sete di risposte degli spettatori facendo capire loro quanto ciò che davvero contava fossero solo i sentimenti e non i misteri, le relazioni tra i personaggi e non quello che stavano vivendo. Una serie che si è rivelata una meravigliosa ed unica storia d’amore vissuta in un intrigante contorno di domande senza risposta dove ciò che importava era interrogare sé stessi e non il mondo all’esterno. Un capolavoro esaltato da un cast che ha visto brillare attori come Carrie Coon, Justin Theroux, Christopher Eccleston, Ann Dowd, Amy Brenneman che resteranno esempi inarrivabili di quanto la televisione possa eccellere come e più del cinema.

Top of the Week
2.) Black Sails

Doveva essere solo una serie di pirati venduta come prequel dell’Isola del Tesoro di Stevenson. Doveva essere solo un divertissement a base di inseguimenti navali e duelli a fil di spada. E, invece, Black Sails è riuscita ad essere molto di più. Tanto di più che la sua fine lascerà un vuoto profondo che difficilmente ogni altra serie dello stesso genere riuscirà a colmare. Come accaduto con Game of Thrones per il genere fantasy, così per il genere piratesco ora si dovrà dire che esiste un periodo prima di Black Sails e uno dopo Black Sails. Perché niente potrà più essere come prima ora che gli spettatori hanno visto la serie sulle avventure del capitano Flint e sul leggendario Long John Silver, sul coraggioso Vane e sull’indomito Barbanera, sull’intelligente Calico Jack e sulla inarrestabile Anne, sull’ambiziosa Eleanor e l’indipendente Max.

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Black Sails ha preso un genere classico e lo ha completamente stravolto riuscendo a preservarne i punti  di forza (la spettacolarità delle battaglie, il coraggio dei protagonisti, il fascino di un’epoca indomita) e aggiungendovi tematiche che nessuno aveva mai pensato potessero sposarsi così bene con una storia di pirati. Soprattutto Black Sails è riuscita a disegnare personaggi a tutto tondo che non sono rimasti statiche macchiette, ma piuttosto hanno subito una evoluzione coerente con il loro passato e con le vicende che hanno attraversato. Un calembour di figure che è stato impossibile incasellare nelle rigide categorie di buoni e cattivi perché ognuna di loro ha agito secondo codici morali che sono stati spiegati e compresi dagli spettatori. Una serie che è ormai storia della tv.

Orphan Black 5x10
3.) Orphan Black

Ci sono serie che restano impresse per la loro profondità e perché lasciano alla fine di ogni episodio un bagaglio di emozioni che appesantiscono lietamente l’animo di chi ha appena finito di guardare. E ci sono serie che si amano perché ti portano sulle montagne russe e ti fanno scendere ad ogni giro di giostra con l’adrenalina che pompa e chiede ancora un altro giro. Questa è stata Orphan Black che chiude dopo cinque stagioni in cui tutto è stato possibile tranne una cosa: non volerne ancora.  Le avventure del Clone Club formato dalla caparbia Sarah, l’intelligente Cosima, la selvaggia Helena, la divertente Allison con l’immancabile supporto dell’inarrestabile Siobhan e dell’indomabile Felix, del fedele Donnie e del burbero Art sono stati quel parco giochi da cui non riesci ad andar via anche se sei già stato più volte su ognuna delle giostre.

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Orphan Black si è data una sola regola: correre sempre e comunque senza andare mai a sbattere. E a questa regola non è mai venuta meno lasciando anche da parte le implicazioni filosofiche che la sua premessa fantascientifica (la clonazione umana) poteva avere. La serie ha anche avuto il merito di scrivere personaggi femminili unici e moderni dando con nonchalance ruoli di primo piano ad esponenti del mondo lgbt con una spontaneità che ha sottolineato più di mille discorsi quanto questo debba essere una banale normalità e non una rimarchevole eccezione. Innegabile, comunque, che il non plus ultra di Orphan Black sia stata comunque Tatiana Maslany capace di interpretare tutti i cloni (ai quali vanno aggiunte anche la perfida Rachel, la stralunata Krystal, la tormentata Beth, la sofferente MK) caratterizzando ognuno con una recitazione capace di cambiare completamente registro al punto da rendere quasi impossibile credere che ci fosse sempre la stessa attrice sotto tutte quelle maschere. Una performance che sarà difficile uguagliare.

Top of the Week
4.) Broadchurch

La tv inglese ha una sua impronta particolare che rende immediatamente riconoscibili le serie tv prodotte nella terra d’Albione differenziandole da quelle nate sotto la bandiera a stelle e strisce. Qualora ci fosse bisogno di ulteriori conferme, si potrebbe guardare a Broadchurch per rendersi conto di quanto uno stesso genere possa apparire diverso se declinato su sponde opposte dell’Atlantico. Creata da Steve Chibnall e interpretata magistralmente da David Tennant e Olivia Colman, la serie potrebbe essere vista come un normale poliziesco con due detective impegnati a indagare sui crimini che si svolgono in una solo apparentemente idilliaca cittadina sulla affascinante costa britannica. E, invece, pur con i suoi eccessi di prevedibilità e con la troppa attenzione riservata a personaggi poco interessanti, la serie è stata capace di essere qualcosa di difficilmente imitabile (e non è un caso che il remake americano Gracepoint abbia avuto vita brevissima e scarsa fortuna).

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Broadchurch resterà negli annali per aver cambiato il modo di guardare al genere poliziesco. Non più un semplice procedurale con il caso della settimana risolto dall’acume degli investigatori, ma il realismo stancante di indagini lente che procedono faticosamente verso la scoperta di un colpevole che non deve per  forza essere un genio del male. Perché la realtà è fatta di tempi morti, dell’attesa snervante delle analisi delle prove, di interrogatori ripetitivi che non portano da nessuna parte, di progressi sfiancanti, di salsedine portata dal vento su coste semplici, di gesti ovvi ma non per questo indegni di essere mostrati. Broadchurch ha anche rotto lo schema consolidato che vede i detective di sesso opposto cedere per forza alla passione romantica, scegliendo di far restare affiatati colleghi i due protagonisti rifiutandosi di farne amanti e lasciando che si salutino con un semplice arrivederci al giorno dopo. Un arrivederci che è però un addio per gli spettatori a cui la serie non potrà che mancare.


5.) The Vampire Diaries

Sembra incredibile anche solo scriverlo, ma otto anni sono passati da quando Stefan Salvatore si presentava al mondo televisivo con un eloquente sono un vampiro e questa è la mia storia. Basata sull’omonima serie di romanzi young adult di Lisa Jane Smith, The Vampire Diaries aveva fin dall’inizio tutte le carte in regola per diventare un facile successo. Complice anche il boom cinematografico di Twilight con la sua storia d’amore tra il vampiro Edward Cullen e l’umana Bella Swan, la serie riprendeva una idea base semplice, ma tremendamente efficace: raccontare storie comuni in forma diversa. Rivestire di una patina di sovrannaturale quelli che in fondo sono usuali teen drama lanciando il rassicurante messaggio che, comunque vadano le cose, ogni difficoltà alla fine può essere superata.

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Una ricetta semplice che è però riuscita a creare un legame profondo tra i tutti i suoi personaggi e i fan testimoniato dai cinque People’s Choice Award e i ventotto Teen Choice Awards che la serie ha guadagnato nelle sue otto stagioni (traguardo mai raggiunto prima da una serie sui vampiri). Un buon cast, una trama che inizialmente migliorava di anno in anno, dialoghi pungenti e sarcastici, una sceneggiatura graffiante sono gli ingredienti che hanno garantito questo innegabile successo minato nel tempo da una progressiva e inevitabile ripetitività e dall’abbandono di attori che hanno preso strade diverse per cogliere i frutti della meritata fama. La concorrenza del genere super eroi sulla stessa rete CW ha poi fatto il resto condannando la serie ad un lento degradare in termini di qualità e pubblico, ma senza mai strappargli quel posto speciale che si era guadagnata grazie alle emozioni che ha saputo regalare. Un motivo sufficiente per dire che Stefan e Damon, Elena e Caroline, Matt e Enzo, Alaric e Bonnie mancheranno sicuramente a molti.

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