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Sacred Games: il crime indiano alla conquista di Netflix (e non solo?) – Recensione della Prima Stagione

IMDb

Il cinema arriva in India prestissimo. Già un anno dopo l’invenzione dei fratelli Lumiere si ha notizia delle prime proiezioni sulla falsariga di quelle francesi. Non sorprende, quindi, che negli anni trenta aprano i primi studios piantando il seme da cui germoglierà quella Bollywood che è oggi uno dei primi mercati cinematografici in termini di pellicole prodotte e spettatori in sala. Una platea tanto vasta e tanto appassionata che era inevitabile che anche la TV puntasse ad ingoiare questo ghiottissimo boccone. E chi più di Netflix poteva essere l’apripista di questa nuova caccia al successo? E cosa meglio di Sacred Games per iniziare?

Sacred Games - la recensione

Tutto il mondo è paese ma ogni paese è diverso

Tratta dall’enciclopedico (oltre mille pagine) romanzo omonimo di Vikram Chandra, Sacred Games racconta in parallelo le storie infine intrecciate dell’integerrimo ispettore Sartaj Singh alle prese con una misteriosa minaccia da sventare e dell’ascesa criminale del redivivo boss Ganesh Gaitonde sullo sfondo di una Mumbai (chiamata spesso col suo vecchio nome Bombay) che si erge a terzo protagonista della prima serie indiana distribuita da Netflix. Per quanto breve, questa sinossi è già più che sufficiente a sottolineare le note fondanti di questo prodotto tanto classico nella sua struttura quanto insolito nella sua ambientazione. Perché sia la lotta di Sartaj contro un misterioso nemico esterno e i troppo noti avversari interni che l’irresistibile scalata al potere criminale di Ganesh non sono altro che la declinazione in salsa speziata dei temi tipici di tante serie TV occidentali.

Un Homeland meno intrigato che incontra un Narcos meno ricco.

Una trama dopotutto poco innovativa, quindi, ma resa originale dal suo svolgersi in una società che ha modi di pensare e di vivere nettamente diversi dai nostri. Una differenza che emerge netta proprio guardando ai personaggi che popolano la storyline di Sartaj, un poliziotto di religione Sikh troppo buono e onesto per far parte di un corpo di polizia che del suo motto “proteggi il bene, distruggi il male” ha scelto di interpretare solo la seconda parte. Ad ogni costo. Il tema del poliziotto onesto circondato da colleghi e superiori corrotto è presente in tantissime produzioni occidentali, ma ad essere diverso in Sacred Games  è il modo in cui questa corruzione onnipresente viene percepita. Nascendo dalla usuale sete di potere, ma anche da motivazioni religiose che si intrecciano all’irrisolto conflitto tra induisti e mussulmani. Venendo osteggiata da chi ne è vittima, ma candidamente accettata da chi ne è spettatore disinteressato.

Per questo Sartaj può macchiarsi degli stessi crimini di cui accusa i suoi capi senza che questo ne muti lo status di personaggio positivo della serie. Per questo il corrotto Parulkar può infine comportarsi in maniera onesta senza che ciò appaia come un twist insensato. Per questo anche il mite e quasi macchiettistico Katekar può picchiare un arrestato e confessarlo apertamente senza che ciò cambi minimamente l’opinione che si ha di lui. E persino omicidi a sangue freddo da parte di poliziotti che cercano vendetta diventano una conseguenza tanto naturale che è quasi impossibile ritenerli colpevoli.

Un elegante modo di mostrare quanto una storia può essere la stessa in ogni parte del mondo e contemporaneamente essere letta in modo opposto perché ogni paese ha la sua cultura.

Sacred Games - la recensioneAnche un boss può essere un dio

Sacred Games rafforza questo concetto anche attraverso il racconto autobiografico di Ganesh Gaitonde che da orfano impaurito ascende allo status di re di Gopalmath, uno dei quartieri più popolosi di Bombay. Una storia che per molti aspetti riprende lo schema ormai classico di serie come Narcos e El Chapo a cui si richiama anche visivamente dato che Ganesh assomiglia ad un Pablo Escobar dopo una dieta forzata. E di questi suo eponimi colombiani il boss di Gopalmath ha anche la stessa insaziabile fame di potere e la incrollabile convinzione di poter realizzare ogni suo progetto.

A rendere Ganesh differente è la possibilità per Sacred Games di giocare sulla componente religiosa che tanta importanza ha per il popolo indiano. Ganesh diventa, quindi, più di un signore del crimine, ma quasi una divinità laica che può ergersi al di sopra del pantheon indù o della devozione islamica per diventare l’unico sole intorno a cui ruota un obbediente sistema che va al di là delle differenze di credo. Perché è Ganesh l’unico dio da rispettare al punto che gli uomini della sua banda sono più suoi adoranti fedeli che timorosi complici.

Il percorso di Ganesh diventa, quindi, qualcosa più dell’ormai rodata storyline criminale che ha fatto la spesso meritata fortuna di tante serie crime recenti ammantandosi di un sottotesto religioso che avrebbe poco senso in una società occidentale. Ma che in questa indiana risuona in maniera armonica come nell’esemplare scena di Ganesh che armi in pugno e sguardo severo passa tra ali di folla che lo ricoprono di polveri colorate in un rito di ammirazione e rispetto. Una originalità che solo l’ambientazione indiana rende possibile.

Sacred Games - la recensioneLe donne di Mumbai

Sacred Games non dimentica di essere una serie nata in un contesto sociale quale quello indiano che è spesso macchiato da problemi troppo a lungo taciuti. In una società dove femminicidi e strupri di gruppo sono purtroppo quasi all’ordine del giorno e dove le donne vengono ancora considerate oggetti più che soggetti, diventa coraggioso anche solo dipingere donne che non accettano questo ruolo dimostrando di meritare di più.

Donne come Kanta Bai che diventa il vero braccio destro di Ganesh. Mogli devote ma non silenziose come la consorte di Katekar o apertamente capaci come Subadhra di insegnare persino ad un marito potente quale è Ganesh. Agenti speciali come Anjali che rifiutano platealmente la concezione secondo cui il lavoro sul campo non può essere che affidato a uomini. Vittime innocenti che provano senza successo a ribellarsi come Nayanika. Ma anche corrotte criminali come Jojo o astute manipolatrici come Zoya. Fino ad arrivare a rompere lo schema usuale della donna contesa tra due boss assegnando questo ruolo ad un trans come Kukoo che non si limita a fare la bella statuina da consegnare al vincitore.

Con Sacred Games Netflix intendeva lanciarsi alla conquista di un mercato immenso come quello indiano. Ma al tempo stesso ha dimostrato che anche il contrario è possibile: che la tv indiana può pensare di impensierire la concorrenza a stelle e strisce. Basta ricordare che anche una storia già nota diventa affascinante se la si sa raccontare in un modo esotico.

Sacred Games - Prima Stagione
  • Il sapore nuovo di una storia già nota
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