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Patrick Melrose: oltre a Benedict Cumberbatch c’è di più ?

Patrick Melrose
Showtime

Come sicuramente avrete già avuto modo di imparare, Patrick Melrose si fonda unicamente sulla recitazione di Benedict Cumberbatch. Quanto meno il primo episodio, Bad News. Un piccolo show di Benedict Cumberbatch che si prolunga per oltre un’ora fra lo stucchevole, il buffo, l’apprezzabile e il ripetitivo. Non giriamoci intorno: Patrick Melrose è una serie scritta per colpire e trafiggere. Catturare, grazie al suo personaggio, ma con il problema di arrivare al punto ripetendo sempre e costantemente i propri passi. Sempre quelli. Per oltre un’ora, dopo aver presentato la risoluzione di puntata nell’incipit. In pratica, se siete fan di Benedict Cumberbatch, è la vostra serie. Se lo apprezzate, ve ne godrete la gran parte. Nel caso contrario, rischiate l’isteria e la noia.

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Patrick Melrose è la storia di un ricco rampollo nel 1982 con seri problemi di droga (si fa più o meno di tutto), che decide di cambiare vita alla notizia della morte del padre. Un padre violento, anaffettivo, severo, che gli ha rovinato la vita, come la madre, altrettanto anaffettiva, ma, al contrario del padre, completamente assente, tanto per bilanciare la troppa presenza del marito. Un padre che Patrick odiava, che lo ha fatto crescere con un enorme vuoto (molto enorme) riempito negli anni dalle droghe. Un padre al quale non ha mai avuto il coraggio di dire quello che pensava e provava e che ha generato in lui una spirale autodistruttiva ben riassunta dalla frase: “Qual è il senso di avere una finestra, se non puoi usarla per buttarti di sotto?”. 

Benedict Cumberbatch in Patrick Melrose


L’ingombranza-assenza di questo padre, interpretato da Hugo Weaving, colpisce immediatamente, come può colpire una ciste enorme sul viso di una persona vista per strada davanti alla quale non puoi far altro che pensare: “Quant’è grossa quella ciste?”. Il loro conflitto irrisolto è così grande da spingere Patrick ad andare al funerale sbagliato. È un macigno che il protagonista si porta dietro, ben esemplificato dall’urna con le ceneri scorazzata per tutta New York come fosse una valigetta ventiquattr’ore. È uno squarcio aperto come quelli che spesso si procura Patrick nel braccio per iniettarsi la droga, sbagliandosi. È la benda sull’occhio che gli impedisce di vedere chiaramente. È la vasca che gli inonda la camera, uno dei tanti rifugi dove cerca di riparare (insomma non sono poche le metafore attorno al perno della narrazione).
Nonostante le violenze subite non si vedano, si possono avvertire dall’autoritarismo dell’interpretazione di Weaving, dalle battute sputate fuori dai denti con rabbia e disprezzo. Quell’uomo è morto e la notizia sconvolge a tal punto Patrick da redimerlo subito. Il suo periodo a fianco delle droghe è finito. Ma il solo pensiero di andare a prendere le ceneri del genitore a New York e tornare in qualche modo in contatto con lui, lo fa sprofondare nel panico, dal quale riesce a distrarsi solo con le droghe. S’innesta quindi un cortocircuito, nel personaggio e nella narrazione. Finito l’effetto di una droga, Patrick è costretto a spararsene un’altra, per evitare i sintomi dell’astinenza. E si va avanti così, assistendo al grande repertorio recitativo di Benedict Cumberbatch. Come la droga, anche il racconto è iper eccitato, vira velocemente fra le emozioni, gli “up” e i “down” del tossico. Nel mezzo vengono sparati, iniettati, nel racconto jump cut dei ricordi della vita da bambino. Immagini fugaci, veloci contatti col padre e la madre capaci di tradurre la carenza dei genitori, piccoli frammenti di vita in grado di condizionare una vita intera. Come un drogato, la regia è affannosa, tachicardica, dal ritmo esagerato, una montagna russa di emozioni e inquadrature. E si alterna a brevi e lente digressioni. In brevi momenti di lucidità, Patrick cerca compagnia per riempire il suo vuoto, ma ogni volta è una compagnia per lui insoddisfacente, come l’effetto di una droga finita. Quando trova invece qualcuno a cui vorrebbe attaccarsi (fisicamente ed emotivamente), puntuale viene respinto, come nel suo destino. Il tutto in un loop costante e a tratti infinito, fino a quando il protagonista, stanco di non riuscire a tagliare i ponti col proprio passato, non decide di suicidarsi nell’unico modo che conosce. Drogandosi. Drogandosi ha vissuto e drogandosi morirà. Senonché il tentativo fallisce e, interpretandolo come un segnale, Patrick decide di riprovare a cambiare vita, ritornando quindi al punto iniziale del racconto. 

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Per un’ora si assiste quindi a Benedict Cumberbatch saltare da un’emozione all’altra, da una sedia ad una poltrona, salvo poi cadere e strisciare per terra. Le sue sequenze da strafatto in un certo senso ripercorrono le sequenze da strafatto di Leonardo DiCaprio in Wolf of Wall Street, ma senza ironia. Cumberbatch è bravo e lo sappiamo. Purtroppo lo sa anche lui e spesso la messa in scena risulta autoreferenziale per l’attore, ricca di primi piani ideati e centrati per far spiccare il suo volto non convenzionale nel riquadro. Se la quarta stagione di Sherlock vi era sembrata un elogio a Cumberbatch, qua siamo ad una sorta di esposizione vivente dell’attore. Purtroppo però in molte scene si tocca il già visto, aumentando quindi l’insofferenza per non riuscire mai ad arrivare da nessuna parte. Il pilot della serie è la classica arma a doppio taglio: non può non catturare, ma nel frattempo ti spinge a chiederti come può essere interessante un personaggio del genere all’interno di una serie televisiva.

Ed infatti l’intera stagione in onda su Showtime, e in Italia su Sky Altlantic, durerà solo 5 episodi. A rischiarare il futuro arriva alla fine della messa in onda un lungo teaser delle prossime puntate. Evidentemente qualcosa di necessario, di rassicurante per lo spettatore. Una promessa che non tutta la serie sarà questo racconto ipercinetico e sincopato attorno al suo protagonista e al suo attore. La voglia di cambiare vita emergerà chiaramente, così come chiaramente emergerà il confronto con il padre, in parte sviscerato in questo inizio di stagione, nel colloquio con gli amici nel club newyorkese. In parallelo procederà il rapporto con la madre, ancora viva, e con tutte le altre figure femminili che si alternano sulla scena. Là dove infatti gli uomini risultano respingenti, dall’una o dall’altra parte, le donne di Patrick Melrose sono il luogo verso il quale il protagonista cerca riparo, senza tuttavia trovarlo o trovarlo per lungo tempo.

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In definitiva è una serie con un pilot furbo. Cosa poi succederà alle buone aspettative non è ancora dato saperlo.

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