Cinema

Outlaw King: la recensione del film Netflix di David Mackenzie con Chris Pine

IMDb

Titolo: Il re fuorilegge (Outlaw King)

Genere: storico

Anno: 2018

Durata: 2h 17m

Regia: David Mackenzie

Sceneggiatura: Bathseba Doran, David Mackenzie, James Macinnes

Cast principale: Chris Pine, Sthepen Dillane, Bill Howle, Sam Spruell, Tony Curran, Aaron Taylor – Johnson, Florence Pugh, Josie O’Brien

Il cinema crea miti. Una verità tanto nota da essere quasi lapalissiana. Ed è anche per questo che tanto interesse la settima arte ha sempre avuto per i personaggi storici che il loro nome lo hanno già eternato sui testi di scuola e sono quindi pronti a renderlo ancora più noto attraverso il racconto a colori delle loro gesta. Ma come crea miti, altrettanto il cinema può far finire in un cono d’ombra altri personaggi che di quella storia hanno fatto parte senza esserne i protagonisti principali. Così per un William Wallace assurto a simbolo universale di eroismo e coraggio grazie al film di pluripremiato film di Mel Gibson, c’è un Robert Bruce su cui quella stessa pellicola imprime un marchio di pusillanime opportunista. Ma fu davvero così? A ristabilire la realtà storica vuole pensarci Outlaw King, il film di David Mackenzie con Chris Pine disponibile da poco su Netflix.

Outlaw King - la recensione
L’altro eroe dopo Wallace

È poco noto, ma il film di Gibson riscosse il plauso della critica e il successo del pubblico ovunque tranne che nella regione che più avrebbe dovuto apprezzarlo. In Scozia la storia dell’eroe scozzese fu accolta con un entusiasmo non privo di pesanti contestazioni proprio per come era stata dipinta la figura di Robert Bruce. Sebbene non sempre in pieno accordo con William Wallace, Robert ne fu comunque l’erede ideale animando quella guerra di indipendenza che lo portò ad essere il primo re di Scozia guadagnandosi un’imperitura gloria presso gli abitanti di quella regione.

Il primo scopo di Outlaw King è, quindi, quello di mettere la funzione creatrice di miti del cinema al servizio di un personaggio storico che ha già guadagnato sul campo di battaglia quel titolo, ma che ha visto cancellati i suoi meriti per far più risaltare quelli di Wallace. Pur con le inevitabili semplificazioni e necessarie accelerazioni che i tempi cinematografici impongono, Outlaw King si dimostra quindi più attento a non allontanarsi dalla realtà storica mettendola in scena in maniera fedele senza caricarla di una magniloquente apologia.

Il Robert Bruce di Outlaw King accetta la sottomissione imposta da Edoardo I Plantageneto come il male minore necessario a restituire la pace ad una terra tormentata da anni di rivolte tanto sanguinose quanto infruttuose, ma questa scelta non è un abile strumento politico per arrivare a indossare una corona posticcia. Al contrario, Robert a quel titolo vuoto di potere reale che il padre vorrebbe fargli avere come elemosina del potente sovrano inglese non sembra interessato. E la strategia paterna la accetta solo per il rispetto che un figlio deve al suo genitore pur non trattenendo a stento una rabbia e un orgoglio che sono sempre sul punto di esplodere in risposta alle provocazioni dell’arrogante principe del Galles (altra figura dipinta in maniera radicalmente diversa dalla sua vanesia ed effeminata controparte nel film di Gibson).

Un film che, quindi, capovolge completamente quel che il cinema precedente aveva già mostrato di Robert Bruce per restituirgli il rispetto e l’onore che in vita aveva meritato.

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Outlaw King - la recensione
Re per necessità e non per volontà

In Outlaw King il futuro Robert I di Scozia è quello che oggi si ama definire uomo del popolo. Sebbene al suddetto popolo non appartenga perché il suo casato è da sempre destinato al comando potendo avanzare diritti al trono qualora questo esistesse ancora, Robert non sottolinea questa sua posizione privilegiata che accetta quasi come ineludibile responsabilità. La morte del padre prima e di Wallace poi, gli mostrano chiaramente quanto il desiderio di indipendenza dalla corona inglese non sia una pretesa opportunistica di un gruppo di orgogliosi nobili, ma una fiamma ardente che ancora brucia tra la gente che non ha dimenticato il suo eroe. È questa volontà popolare che anima Robert che di essa si fa interprete nella convinzione che sia suo assoluto dovere. Una missione inevitabile da compiere anche a costo di rinnegare i dettami paterni, sacrificare l’armonia familiare, violare le tradizioni sacre, rompere l’alleanza tra clan in eterna lotta tra loro.

Outlaw King diventa allora il racconto epico delle gesta di chi non si sentiva destinato alla grandezza, ma a quella grandezza è dovuto giungere perché era necessario che un sole sorgesse per poter dare una nuova estate alle genti di Scozia. Come in una classica avventura epica, Robert dovrà dimostrare di meritare quella corona che altri hanno posto sul suo capo passando attraverso iniziale confidenza, dolenti sconfitte, inattesi tradimenti, penose sofferenze, prima di vedere le genti seguirlo attirate dalla sua ferma convinzione e dall’impavido coraggio. Né possono mancare le figure tipiche di storie di questo tipo come il rissoso ma fedele compagno Angus o l’invasato ma onesto Douglas.

Una sceneggiatura che si scrive da sola perché ricalca i topos usuali del cinema di genere, ma che non può essere accusata di sciatteria perché questo già visto non è frutto della pigrizia degli autori, ma della fedeltà alla storia reale.

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Outlaw King - la recensioneUn film claudicante

Con simili premesse, Outlaw King avrebbe potuto essere molto più di quello che infine è. La fedeltà storica e la regia realistica di David Mackenzie (che restituisce una Scozia fredda ma veritiera nei suoi paesaggi brulli e nella luce algida) sono ottimi trampolini da cui spiccare il volo. Ma il film non riesce a volare alto perché appesantito da difetti piuttosto fastidiosi. In primis, una certa mancanza di collegamento tra i diversi momenti dettata probabilmente dalla necessità di condensare gli eventi storici in un tempo filmico accettabile (e si noti che il film dura comunque più di due ore). Le diverse prove affrontate da Robert risultano, quindi, vignette ben disegnate (con la battaglia finale che ha appreso la lezione della Battle of Bastards di Game of Thrones), ma quasi scollegate con i protagonisti che passano da una all’altra senza avere il tempo di metabolizzare le conseguenze e il significato di ogni evento. Compito ugualmente difficile per lo spettatore che si trova sballottato tra luoghi e tempi diversi senza coglierne appieno i collegamenti.

Dove però Outlaw King risulta maggiormente carente è comunque nel comparto recitativo. Fidandosi ciecamente della lodevole collaborazione precedente in Hell or High Water (sempre prodotto da Netflix), Mackenzie affida il ruolo di Robert a Chris Pine che non lo ripaga però con la giusta moneta. La sua recitazione vuole essere minimale il che sarebbe anche una buona idea per restituire la serietà composta di Robert, ma finisce per essere eccessiva nella sua sottrazione riducendosi ad una fissità espressiva che non comunica il modo in cui il futuro re reagisce ai diversi momenti della sua storia. Eccessiva è anche la caratterizzazione del Principe del Galles da parte di Bill Howle che carica il suo personaggio di una cattiveria e meschinità tanto marcate da risultare quasi macchiettistiche.

Outlaw King è il tentativo di parte di Netflix di sfondare nel genere storico affidandosi al team Mackenzie – Pine che aveva garantito il successo migliore (in termini di critica) che la rete streaming aveva ottenuto finora. Il risultato non è un fallimento, ma sicuramente neanche la vittoria che sarebbe stato lecito attendersi.

Outlaw King – la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3

Giudizio

Un biopic storico che riabilita efficacemente la figura di Robert Bruce ma non riesce a dare tutto quel che potrebbe

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