Narcos

Narcos a testa alta contro la paura di cambiare. Recensione episodio 3.01

pedro pascal Narcos 3
Netflix

Adesso vediamo chi resta a guardare.

Narcos è uno studio sul potere della droga in una chiave romanzata, non è la storia di una persona o di una organizzazione. Quando Netflix a suo tempo annunciò che la vicenda di Pablo Escobar si sarebbe conclusa perché la Storia, che è la più alta forma di spoiler che esista, lo esigeva, in molti si erano chiesti cosa ne sarebbe stato della serie. Dopo la visione del primo episodio, quello che salta all’occhio è che nonostante il cambio di registro si avverta, chi ha reso Narcos così popolare è ancora dietro alle scrivanie a fare quel mestiere. Non certo davanti alla telecamera.

Questo per dire che, almeno da quello che si evince in questo primo The Kingpin Strategy, è da folli pensare di non voler più seguire Narcos perchè, banalmente, non c’è più Wagner Moura col suo brillante Escobar. La qualità c’è ancora, e si avverte anche grazie agli attori che da subalterni quali erano nella seconda stagione, ora hanno fatto il salto a protagonisti della scena. Diciamolo, Pacho negli ultimi istanti insieme alla sua moto è stato terribile quanto Pablo nei suoi tempi migliori.

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Una nuova voce narrante

Dunque, se il modo in cui lo show è messo in scena non cambia, i protagonisti non sono più gli stessi. Pedro Pascal con il suo Javier Peña ha assunto il ruolo di narratore della vicenda dopo la dipartita dalla serie di Boyd Hollbrook. Un vero peccato che non si sia neanche un riferimento all’agente Steve Muphy: forse sarebbe stata necessaria più chiarezza intorno alla scelta di escluderlo dalla terza stagione.

L’agente Peña comunque non è quello che ricordavamo. La promozione con tanto di completo in giacca e cravatta e le mura senza neppure una finestra che lo circondano non gli si addicono. Sembra in costante fuga dai fantasmi di un passato recente, talmente appesantito da ciò che ha visto e vissuto da affermare al giovane Stoddard di non aver mai incontrato di persona Escobar. Eppure il suo lavoro non è finito qui, sembra ci siano ancora molti orrori da affrontare.

Meet the new bosses

The Kingpin Strategy non introduce i nuovi cattivi, semplicemente li mette sotto i riflettori. Conoscevamo già Pacho e Gilberto, un po’ meno Chepe e Miguel, ma siamo sicuri che non tarderanno a mettersi in mostra. Anzi c’è già un tratto molto particolare in Miguel che affascina, questa sua capacità di sembrare una persona qualsiasi mentre indossa solo un vestito da agnellino: è uno dei padrini del cartello in fondo. Sicuramente deve avere più coraggio di quel che ci vuole per stare dietro una scrivania a contare soldi. Chepe è il classico macellaio del gruppo, grazie al quale il gruppo scopriamo essersi appropriato anche di tutta New York.

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Un aspetto nuovo e da subito molto forte della narrazione è la tematica dell’omosessualità in Pacho. Negli ambienti mafiosi gli omosessuali non godono di una buona reputazione. Finora in Narcos l’appellativo che abbiamo sentito ripetere spesso “marica” non è certo un complimento. Eppure Pacho per arrivare dove è, ovvero uno dei quattro signori assoluti della droga, deve essere talmente spietato che l’assaggio che ne abbiamo avuto in questo primo episodio è, appunto, poca roba. L’introduzione di questo aspetto è decisamente una delle novità più interessanti finora della serie.

Il cartello di Cali non è dunque da prendere sottogamba. Come ha già spiegato abbondantemente l’agente Peña questi operano in una maniera diametralmente opposta rispetto al cartello di Medellin. I gentiluomini di Cali, così amano definirsi, operano all’oscuro dietro le quinte. Tutto in Colombia sembra tornato alla normalità dopo la dipartita di Escobar, proprio come dovrebbe essere. Un ambiente che vive in pace perché sa che il cattivo è stato fatto fuori. Ecco, questo è il tipico scenario apparentemente tranquillo che permette a quelli di Cali di fare miliardi di dollari. Facendo finta che tutto vada bene.

Eppure la strategia del cartello è interessante. Sei mesi ancora di illegalità, e poi, tutti salvi e impuniti ognuno con le proprie imprese legalizzate. Ecco la premessa di questi dieci episodi: sei mesi di lotte spietate per non permettere ai signori della droga di legalizzarsi e sfuggire alla giustizia.

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