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Narcos non ha (più) bisogno di un protagonista: è una serie corale – Recensione

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La terza stagione di Narcos è un gioiellino.

Dopo il quarto episodio di questo lotto di dieci nuovi, non c’è più alcuna nostalgia di Pablo Escobar o di Murphy, completamente dimenticato anche dal suo collega Pena. Narcos non ha bisogno di un protagonista centrale che dreni l’attenzione da tutti gli altri. L’assenza necessaria di Pablo è trasformata in un punto di forza. Tanti nuovi personaggi, tutti dettagliati fin nei minimi particolari, ognuno dei quali rapisce lo spettatore che arriva alla fine di questa stagione desideroso di saperne ancora di più. Sfido chiunque a non volere Jorge Salcedo a capo della propria sicurezza personale, anche se di mestiere si è professori di italiano.

Il finale in realtà è molto più aperto di quel che sembra.

Ci sarà una quarta stagione, che è confermata già da tempo, ma di cosa tratterà? Il cartello di Calì è ormai abbattuto, e Pena non sembra aver intenzione di andare in Messico. Se sarà costretto a trasferirsi lì per seguire un nuovo caso, la serie potrebbe subire un nuovo recast dei personaggi e gettarsi in un’altra storia romanzata sui signori della droga. Javier Pena diventerebbe una sorta di Capitano Ultimo, assoldato perché il primo ad aver abbattuto un “grande”.

Come si diceva in apertura, il grande punto di forza sono i personaggi. La sceneggiatura della serie prosegue lineare puntata dopo puntata senza distinguere in maniera forzata le varie storie. Ogni personaggio si interseca con gli altri senza rubare minutaggio a nessuno. L’ascesa di Miguel, ad esempio, è silenziosa e letale e molti indizi sulla sua successione a Gilberto erano sparsi anche nel primo episodio. Il personaggio di Miguel Angel Silvestre, tanto atteso, va e viene in circa due episodi senza che se ne senta la mancanza. È sembrata quasi una mossa di Netflix per dare spazio ad un suo attore conosciuto.

Tutto il marketing promozionale era incentrato sui quattro padrini del Cartello. E invece il personaggio che alla fine del binge-watching resta impresso nelle memorie degli spettatori è quello di Jorge Salcedo. Ad un certo punto l’immersione nella sua storia è tale che l’ansia per la sua sorte è palpabile anche nelle scene in cui addenta dolcemente un panino. Questo per far capire come il livello generale della serie non sia calato neanche di un centimetro.

Pedro Pascal col suo Javer Pena è stato capace di una performance straordinaria.

In ogni scena si sente il peso dell’uomo abbandonato dalle istituzioni, dai colleghi e anche dai subordinati che non vedono in lui il peso delle decisioni sanguinose, ma necessarie, che ha preso, ma soltanto un superiore che ha fatto fortuna con la morte di Escobar. Non era facile delineare un personaggio che sapesse convivere con i suoi fantasmi del passato senza dimenticarli del tutto solo per poter andare avanti per sempre nella caccia ai vari signori della droga. In Narcos sono riusciti a creare dei personaggi verosimili, indimenticabili e mai banali. Con una narrazione sempre attenta a non annoiare ma ad intrattenere come poche serie sanno fare.

È da dire che rispetto alle prime due stagioni, nella sua terza corsa Narcos ha perso quel piglio di denuncia sociale per dedicarsi totalmente alla versione romanzata dei fatti storici di sangue.  Forse è dovuto anche alla perdita della voce narrante di Murphy, al quale si è sostituito in poche occasioni Javer Pena, meno adatto al ruolo. In ogni caso la cosa non ha influito sul generale andamento della serie, che ha saputo coniugare il romanzo e la storia accontentando sia il pubblico che tiene alla realtà dei fatti, sia il pubblico che vuole soltanto guardare una bella serie.

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