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Mute: il film di Duncan Jones su Netflix è un curioso pasticcio – Recensione

Mute Netflix

Arriva su Netflix, Mute, l’ultima fatica di Duncan Jones che in passato ci aveva stregato con il suo splendido Moon, intrecciato il cervello con il suo Source Code e lasciati molto perplessi con con il suo adattamento di Warcraft. Insomma, una certa fiducia se l’era guadagnata il buon Duncan, ma il suo nuovo film è un pasticcio, pieno di entusiasmo, ma pur sempre un pasticcio.

Al centro della storia c’è Leo, un barista, amish, muto

Un mix di caratteristiche alquanto insolite per un protagonista, che si meritano un breve flashback iniziale, ma che effettivamente hanno ben poca importanza  per la storia e risultano semplicemente strumentali alla trama, visto che non vengono mai approfondite o spiegate. Leo (Alexander Skarsgård) è un amish praticante (non guarda la TV) eppure lavora come barista e ha una relazione con una ragazza. Anche il suo essere muto, dopo poco tempo, perde importanza e serve a caratterizzare un personaggio che in effetti non riesce mai a prendere davvero corpo e che per lo più si esprime con i pugni.
Leo è innamorato di Naadirah (Seyneb Saleh), una ragazza dolce con i capelli blu che all’interno del film ha l’unico scopo di sparire e di costringere il nostro protagonista ad uscire dalla sua confort zone e a mettersi alla sua ricerca in un turbine di degrado e violenza.

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Ma è un protagonista solo a metà

L’avventura di Leo, però, occupa solo una piccola parte del film e viene spesso soverchiata dalla storyline dedicata alla coppia Cactus e Duck, interpretati da Paul Rudd e Justin Theroux. I due attori in scena chiaramente se la spassano e danno vita a due personaggi assurdi e fondamentalmente psicopatici, uniti da un rapporto morboso. Le loro scene si trascinano tra interazioni abbastanza demenziali nate dal fatto che Cactus sia un egoista isterico che sogna solo di fuggire all’estero con la sua giovane figlia e Duck è un biondissimo, allegro pedofilo.

Mute Netflix
Ad un certo punto le due trame finalmente si intrecciano, ma quella che viene presentata come una sorprendente rivelazione, non colpisce per nulla e non porta con sè nessun particolare impatto emotivo. Questo perchè poco ci importa del dramma tormentato di una tenera coppia divisa che abbiamo visto sullo schermo per pochi minuti ed è difficile illudersi che Cactus e Duck siano niente di più che il divertimento creativo di un regista che per crearli si è ispirato a M*A*S*H. Non aiuta il fatto che la catena di eventi che portano alla rivelazione sia abbastanza confusionaria e irrilevante: sgarbi tra criminali che si contendono i guadagni della postituzione e che servono principalmente a mettere in scena i soliti scenari degradati tanto cari a questo genere.

In Mute sicuramente ne succedono di tutti i colori

Ma l’impressione è che quello che capita sullo schermo non sia sempre giustificato o necessario. Per esempio Leo è muto e amish semplicemente perchè altrimenti la sua ricerca, in un mondo ipertecnologico e con tali mezzi a disposizione, sarebbe durata solo due minuti. E narrativamente il modo in cui recupera la voce non ha alcun senso se non quello di imbastire una specie di happy ending. Anche a causa di questo, il ritmo narrativo del film e l’equilibrio tra le varie trame lascia spesso a desiderare.

Tutto questo non vuol dire che il film sia privo di spunti interessanti che emergono soprattutto nella costruzione del mondo circostante e nell’ambientazione in una distopica Berlino, ma visivamente, nonostante l’evidente cura e i soldi spesi, ci tocca ancora una volta fare paragoni con Blade Runner che su tutto getta la sua grande ombra.

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Alexander Skarsgård e Seyneb Saleh in una scena di Mute

Dal punto di vista di uno spettatore femminile

Devo però ammettere che non sarei stata così severa con questo film se non mi fossero saltati all’occhio degli elementi che sinceramente, come spettatore femmina, non sono più disposta a digerire facilmente. Se vogliamo prestare attenzione alla rappresentanza femminile in questo film resteremo piuttosto delusi, considerato che le parti femminili sono solo due e di queste una è affidata ad una bambina. Naadi è vittima dell’ennesimo brutale femminicidio da parte del marito e, quel che è peggio, da un generale disinteresse per il suo personaggio che compare per pochi minuti senza avere alcuna storia alle spalle o un qualsiasi approfondimento. A Josie, la bambina, va altrettanto male visto che pronuncerà si è no dieci parole in tutto il film. Il resto dei personaggi femminili giace sullo sfondo, composto da prostitute che popolano uno scenario che ormai, anche se è firma del genere, ha decisamente stufato.

Insomma, Mute risulta una scatola sgargiante per una trama abbastanza inconsistente e dei personaggi che suscitano ben poco interesse o empatia nello spettatore. Si arriva in fondo a queste due ore di film perplessi e con l’impressione di aver visto un pasticcio che non lascia molto.

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