Cinema

Mudbound e l’America nel fango razzista: la recensione del film Netflix

Mudbound
IMDb

Titolo: Mudbound

Genere: drammatico

Anno: 2017

Durata: 2h 16m

Regia: Dee Rees

Sceneggiatura: Dee Rees, Virgil Williams

Cast principale: Garrett Hedlung, Jason Mitchell, Carey Mulligan, Jonathan Banks

Ci sono tanti modi per distinguere ottimisti o pessimisti. Gli ottimisti, ad esempio, credono che la storia sia un continuo divenire che porta gli uomini ad imparare dal passato per scrivere un futuro migliore. I pessimisti la vedono, invece, come un continuo marciare spediti verso gli stessi errori dimenticando ogni volta quello che si è imparato. Mudbound, il film diretto da Dee Reese e prodotto da Netflix, viene a ricordarci che, almeno su alcune cose, è forse il pessimismo la lente più adatta a leggere la società di oggi.

Mudbound Netflix

Un metaforico fango per dare l’assalto agli Oscar

Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, Mudbound è il titolo su cui Netflix punta per dimostrare che la rete via cavo non sa produrre solo serie tv, ma anche fare cinema. Ci era riuscita l’anno scorso con l’ottimo Hell or High Water anch’esso passato al festival romano. Ci riesce anche quest’anno con un film solido e potente, classico nella sua costruzione e messa in scena e con un cast di attori tutti perfettamente in parte. Una storia che torna all’America post bellica per seguire due famiglie il cui quotidiano si intreccia tra i traumi della guerra appena conclusa e i sogni quasi chimerici in cui credere per salvarsi da un insopportabile presente. Un film scritto e diretto da una Dee Rees che si era cimentata finora principalmente con il piccolo schermo, ma che dimostra di non aver paura di immergersi in una realtà che abbandona del tutto il patinato mondo televisivo.

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Perché, facendo fede al suo titolo, Mudbound è un film incrostato di un fango onnipresente che si attacca addosso ai suoi protagonisti, che si percepisce quasi nell’aria che respirano, che entra nelle loro vite sporcandole con la sua vischiosa consistenza, che trionfa quando una pioggia sporca si rovescia su di loro, che non sparisce neanche quando un sole coraggioso prova a trovare il suo spazio in un cielo livido. E perché quel fango non è altro che una metafora nascosta che si fa sempre più evidente mentre i minuti passano. Perché quel fango è il male atavico che ha marchiato gli Stati Uniti d’America fin dalla loro nascita attraversandone la storia senza mai davvero sparire del tutto. Un fango che si chiama razzismo.

Mudbound e l’America nel fango razzista – la recensione del film Netflix

Un film di oggi idealmente scritto da un autore di ieri

La sceneggiatura di Mudbound è firmata dalla stessa regista e da Virgil Williams, che hanno adattato il romanzo omonimo di Hillary Jordan. Ma sia la storia, con i suoi personaggi caparbiamente rassegnati a combattere il proprio destino avverso, che l’ambientazione rurale, in una provincia lontana dallo sfavillare delle metropoli, sono indizi evidenti che il dna di questa opera porta impressi i geni ereditari di un altro grande scrittore che di questa America reietta dimenticata era stato il migliore cantore. Il John Steinbeck di Uomini e topi, Furore, La valle dell’Eden, non avrebbe problemi ad aggiungere Mudbound alla lista dei suoi titoli traducendo in parole le immagini del film.

Non è, quindi, un caso che siano proprio citazioni da opere di Steinbeck a descrivere i dilemmi dei personaggi di Mudbound nel modo più efficace. “In tutta la storia si è insegnato agli uomini che uccidere è una cosa cattiva e da disapprovare. […] E poi si prende un soldato e gli si da in mano la morte […] vai e ammazza il più possibile di una certa specie o categoria dei tuoi fratelli. E noi ti ricompenseremo perché questa è una violazione della tua prima educazione” è scritto ne La valle dell’Eden. Ed è proprio questa contraddizione che angustia Jamie (un convincente Garrett Hedlund) e Roncel (un intenso Jason Mitchell). Reduci da una guerra il cui ricordo è ancora troppo recente per poterli lasciare, i due ragazzi sono saldamente uniti da questo vissuto che li porta a superare spontaneamente la barriera razziale che allora era più che presente. Una divisione innaturale percepita con durezza, in particolare, da Roncel a cui è difficile capire perché la stessa nazione che ha unito bianchi e neri quando è stato necessario combattere adesso disconosce quella fratellanza di cui si è riempita la bocca fino a poco prima. Jamie e Roncel diventano allora i simboli di un progresso che vorrebbe cancellare l’insensatezza del razzismo, ma entrambi saranno vittime di quel fango che annega il sogno di un’uguaglianza allora solo sognata, oggi ancora solo presunta (e la cronaca lo ricorda troppo spesso).

Mudbound e l’America nel fango razzista – la recensione del film Netflix

La rabbia e l’orgoglio

Non è forse ancora Steinbeck a descrivere meglio di ogni esperto critico cinematografico la natura più intima di Hap Jackson, il padre di Roncel e guida della famiglia di mezzadri di colore che lavorano le terre dei McAllan? In Furore, lo scrittore americano si domandava “come fai a spaventare un uomo quando quello che lo tormenta non è fame nella sua pancia ma fame nella pancia dei suoi figli?” per poi rispondersi che “non puoi spaventarlo: conosce una paura peggiore di tutte le altre”. Ed è proprio questo desiderio di rivalsa, questa inestinguibile aspirazione a strappare la sua famiglia dal destino di sottomissione a cui da sempre i suoi antenati sono stati incatenati che convince Hap (interpretato da un convito Rob Morgan) ad accettare ogni fatica, ad alzarsi quando ha una gamba rotta, a reagire con orgoglio alle difficoltà che maligne gli si avventano contro.

La rabbia è, invece, il carburante che brucia dall’interno il vecchio patriarca dei McAllan in cui si cala con sorprendente maestria il Jonathan Banks di Breaking Bad e Better Call Saul. Come molti dei personaggi di Steinbeck, Pappy è un uomo violento che coltiva il sogno di vivere gli ultimi anni della sua vita in una ricca fattoria. Che le cose non siano andate come sperava scatena in lui una violenza irrazionale che lo porta a scaricare sugli innocenti Jackson il suo livore. Una cieca ed insensata reazione che anima il suo agire spingendolo verso una cattiveria ragionata che vuole essere l’unico modo per difendersi dal fallimento patito.

Mudbound Netflix

Innocenti e salvatori

Mudbound è un film che non fa sconti a nessuno, rifiutando l’ottimismo benaugurante del titolo italiano del libro di Hillary Road pubblicato come I fiori del fango. Non che manchino le figure positive oltre ai già citati Jamie e Roncel. Ma il loro destino sembra segnato dalla pessimistica osservazione di Steinbeck (ancora lui) secondo cui “non c’è bisogno di troppo cervello per essere un bravo ragazzo. Qualche volta mi pare anzi che il cervello faccia l’effetto opposto. Prendete uno che sia davvero in gamba, è difficile che sia una brava persona”. È il caso di Heny (Jason Clarke) che si barcamena tra un padre invadente, un fratello difficile, sogni in frantumi e un razzismo in cui non crede ma che accetta come un inevitabile dato di fatto. Un innocente che non si rende conto che la propria colpa è di essersi persuaso che “un uomo deve lascarsi vivere; prendere la vita come viene e non cercare di modificarla” (ancora da Furore).

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A salvare questa umanità dolente provano le donne come a rendere vera la frase secondo cui “gli uomini sotto la strato superficiale di fragilità vogliono essere buoni ed essere amati”. Laura (una ottima Carey Mulligan) e Florence (Mary J. Blige sempre più a suo agio come attrice) hanno storie diverse e ambizioni differenti. Ma sono entrambe mogli pronte ad accettare che i propri desideri, le proprie convinzioni, i propri progetti, le proprie passioni devono fare dieci, cento, mille passi indietro perché è questo ciò di cui le loro famiglie hanno bisogno. Sono fiori nel fango che crescono testardamente pur sapendo che il loro destino non sarà quello di far bella figura in vaso di cristallo, ma di resistere tenacemente nella sporcizia incancellabile di un mondo grigio.

Con una regia che sa farsi lirica ma anche elementare a seconda delle esigenze della storia e una fotografia che sceglie i toni giusti per sottolineare gli stati d’animo dei protagonisti, Mudbound conferma che anche quest’anno Netflix ha saputo scegliere il cavallo giusto su cui puntare. Un film di cui agli Oscar sentiremo parlare e la cui fangosa lezione non andrebbe dimenticata.

Mudbound - la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
4

Riassunto

Un film di Netflix per dimostrare che l’America non si libera dei suoi fantasmi.

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