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Mosaic: armatevi di sana pazienza per risolvere l’omicidio di Olivia Lake – Recensione primo episodio

HBO

Sfatiamo subito un falso mito creato in questi mesi: Mosaic non è una serie tv interattiva. Lo è l’app per telefono e tablet di cui la serie tv è figlia, ma solo fino ad un certo punto. L’utente infatti non può decidere un bel niente. Si sposta unicamente, a suo piacimento, all’interno di un universo circoscritto e alquanto limitato. Nella serie per HBO non succede neanche questo. Non succede perché HBO ha preso tutti i video creati per l’app e li ha montati per confezionare la mini serie in 6 episodi. Ma forse è il momento di fare qualche passo indietro e ricominciare da capo.

Mosaic nasce come un’app gratuita con 8 ore di video, partorita dalla mente di Steven Soderbergh.

È un gioco, una detective story, non ancora disponibile in Italia (al contrario della serie tv). L’utente è chiamato a scoprire la verità sull’omicidio di Olivia Lake, scrittrice e illustratrice di libri per bambini, vincitrice di numerosi premi con il suo bestsellers Whose Woods These Are, tradotto in 26 lingue, con oltre 25 milioni di copie vendute. Un successo planetario che l’ha portata nello star business di Hollywood, ma soprattutto a fondare la Mosaic Children Arts Foundation, per incoraggiare i bambini a scoprire la propria vena artistica, al centro dell’intrigo di questo giallo ambientato nella cittadina di Summit, nello Utah. 

Nell’app i giocatori possono ripercorrere le 8 ore di video a proprio piacimento, non c’è un ordine prestabilito; possono inoltre scandagliare documenti, e-mail, caselle vocali e rapporti di polizia in cerca del colpevole, seguendo le diverse trame dei personaggi. Nell’arco di quattro anni assistiamo agli antefatti e alle conseguenze della morte della scrittrice. L’idea alla base di tutto è semplice: tutti i personaggi coinvolti sono sospettabili dell’omicidio di Olivia Lake, ma ogni possibile cattivo è l’eroe della propria storia.

Lo stesso spirito ha permeato il set durante la produzione di tutto il materiale girato. Agli attori non è stato concesso conoscere l’intera trama e sono stati richiamati a girare più volte la stessa scena, interpretandola da punti di vista diversi. I copioni venivano consegnati giorno per giorno al termine del lavoro sul set. Nessuno conosceva la vera identità dell’assassino, né tantomeno la storia che non riguardava il proprio personaggio. L’unico elemento concesso agli attori era sapere se il proprio personaggio stava dicendo la verità o mentiva.
Una volta pubblicata l’app con tutto il materiale girato, l’HBO è stata coinvolta per un motivo molto semplice e banale: rientrare dalle spese della produzione dopo 3 anni di lavoro su una sceneggiatura lunga oltre 500 pagine, scritta da Soderbergh e dallo sceneggiatore Ed Solomon (Men in Black, Now You See Me, ma anche Mario Bros. e Charlie’s Angels)

Quarantacinqu erano all’inizio i momenti di svolta che si voleva mettere a disposizione del giocatore, poi fortunatamente ridotti per evitare di impazzire nel preparare il dispositivo e nel giocarci.
Nell’app la narrazione inizia con Eric Neill (Frederic Weller) in carcere per l’omicidio di Olivia. La sorella Petra (Jennifer Ferrin) non crede nella sua colpevolezza e tenta di scoprire la verità.

La serie, che ha debuttato lunedì 22 gennaio, invece comincia sotto un altro punto di vista, focalizzando l’attenzione sul giovane Joel Hurley (Garrett Hedlund) in procinto di essere arrestato, per poi catapultare lo spettatore nel passato. Scopriamo così come Joe sia entrato nelle grazie di Olivia in qualità di giovane artista e di possibile toyboy che tuttavia la scrittrice non riesce completamente ad accalappiare a causa della compagna del ragazzo (interpretata da Maya Kazan). La moglie Laura è sempre fra le scatole, sebbene Joel ottenga ben presto di essere ospitato all’interno della tenuta dell’illustratrice per lavorare. Viste le difficoltà nel raggiungere la propria preda, Olivia cede alle lusinghe di un corteggiatore poco casuale, appunto Eric Neill, che si finge un tagliatore di teste per aziende in difficoltà, pronto ad investire nel nome della scrittrice, ma in realtà punta di diamante (e di sfondamento) di una cospirazione ideata per defraudare Olivia delle sue proprietà, in particolare della più preziosa, la fondazione Mosaic.

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Il racconto viene ripreso da inquadrature poco canoniche, per lo più oggettive irreali, campi e controcampi sfalsati, immagini sfocate come se volessero ricreare le riprese di un cellulare appannato o con la lente della fotocamera sporca a causa delle numerose impronte delle dita. I colori sono sballati, sottoesposti, anche perché è sempre poca la luce in scena.

Anche quando fuori c’è la luce piatta, tipica dei fine pomeriggio invernali, e in casa non si vede niente, non si capisce perché, ma nello Utah non si accende la luce, però, in compenso le luminarie natalizie vanno a ruba.

Purtroppo la versione televisiva di Mosaic sconta fin da subito il suo peccato originale.

L’aver preso le 8 ore di video partorite per l’app e averle semplicemente assemblate insieme, ha dato vita ad un racconto con veramente scarso mordente. Nonostante si sia provato ad effettuare accostamenti di scene con una parvenza di significato, spesso si viene sballottati fra due realtà che hanno poco a che fare l’una con l’altra sebbene in scena ci sia il medesimo personaggio. Un approccio oltremodo spiazzante.

Tuttavia l’aspetto peggiore è un altro: la trasposizione non svolta, non ha un’impennata, scarsi i picchi emotivi, assenti nel pilot ad eccezione dell’incipit dove capiamo che Joel è in guai seri. Scene lunghe e infinite si alternano a scene dove capiamo che Olivia, oltre a soffrire di una totale solitudine (sarebbe il colpo di scena della prima puntata, ma già il fatto che viva da sola, sulla soglia dei 60 anni d’età, qualche lampadina dovrebbe averla accesa anche nel più ottuso), è attorniata pure da brutte persone.

L’errore fatale è stato probabilmente l’aver voluto trasformare un racconto, imperniato sulla scoperta attiva del giocatore, in una fruizione completamente passiva dello spettatore. Mentre nell’app il giocatore compartecipa alle svolte della trama nel vero significato delle parole, completando di senso quello a cui assistiamo grazie alle notevoli informazioni a disposizione, e dove il video risulta una parte di un racconto più ampio e quindi è secondaria la partecipazione emotiva di chi guarda, nella serie televisiva ci si trova di fronte a 50 minuti dove non dobbiamo fare niente e dove è veramente scarso il coinvolgimento. L’unica cosa che sappiamo è che tutti i personaggi in scena possono aver ucciso Olivia, una vittima di cui si fa veramente fatica ad interessarsi, come del resto per i suoi colleghi in scena, a causa della mancanza di una costruzione empatica.


Mosaic prende il nome dal browser rivoluzionario che diede i natali a Internet Explorer e Netscape Navigator. Un’invenzione che in cinque anni rivoluzionò il mondo degli anni Novanta. L’idea di Soderbergh è stata purtroppo venduta come altrettanto sovversiva, quando in realtà già di suo aveva poca novità. La narrativa interattiva è già stata abbondantemente sperimentata ed abbandonata in tempi non sospetti a causa dei troppi flop e dei rari successi consegnati alla storia. Persino Topolino la sperimentò negli anni Ottanta con poche fortune con somma tristezza di noi appassionati di librigame.

Dicendola in maniera molto volgare e banale, Mosaic non ha fatto altro che riprendere lo scheletro proprio di un librogame o di un qualsiasi videogioco, per dare vita ad un prodotto che sostanzialmente soddisfacesse l’ego del proprio creatore, mettendo a disposizione qualcosa che di fatto prima non esisteva, è vero, ma per il semplice motivo che nessuno aveva i mezzi per poterlo realizzare, visto che già in molti ci avevano pensato. Se poi all’app togli il concetto di interattività, trasformando il protagonista del gioco, ovvero il giocatore, in un fruitore che deve stare fermo su una sedia davanti ad uno schermo, puoi mettere in campo anche la migliore e più affascinante Sharon Stone degli ultimi anni, il pluripremiato nome di Soderbergh e la sua filmografia, ma inevitabilmente rischia di caderti tutto attorno.

In poche parole: se ai fruitori dell’app era richiesta un’enorme dose di pazienza per non farsi prendere dallo sconforto di fronte alla vastità dell’app, ai fruitori della serie tv forse ne occorrerà ancora di più per arrivare fino in fondo alle quasi sei ore di messa in onda.

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