Mindhunter

Mindhunter e la mente dei serial killer messa a nudo. Recensione prima stagione

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“How do we get ahead of crazy if we don’t know how crazy thinks?”

E’ proprio questa frase, pronunciata dal detective Bill Tench (Holt McCallany), ad essere il perno intorno a cui ruota il mondo di Mindhunter, la serie tv di Joe Penhall, che tra i produttori esecutivi non conta soltanto Charlize Theron, ma soprattutto David Fincher. Un nome che non ha bisogno di presentazioni. Un po’ come questa serie, la cui fortuna si è diffusa a macchia d’olio nel giro di pochi giorni, con un passa parola che ne ha fatto un successo ancor prima che Netflix avesse il tempo di verificare i propri dati di ascolto.

Perché color che l’hanno vista sapranno che Mindhunter è una serie tv che travolge non per la sua originalità o innovazione, ma per la pacata serietà di un drama dalle mille sfumature, che esplora e studia l’animo umano nella sua più depravata e innominabile categoria. La mente, il carattere, il comportamento sono i protagonisti che muovono le pedine sulla scacchiera e i personaggi non sono altro che il tavolo da gioco.

La perfezione di una ricerca che non annoia mai

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Credits: Netflix

La storia che Mindhunter racconta è una storia verosimile, vera nei fatti, ma non nei nomi, autentica in qualsiasi aspetto significativo ai fini della sua comprensione. Racconta le vicende degli agenti dell’FBI Holden Ford (Jonathan Groff), del suo collega Bill Tench, della psicologa Wendy Carr (Anna Torv) e della loro ricerca sulla psiche degli assassini che avrebbe portato, un giorno, alla moderna definizione di serial killer.

La concezione di “serial killer” è talmente permeata nella nostra quotidianità da non farci dubitare nemmeno per un attimo sulla sua derivazione o la sua origine. Come ci spiega la serie tv di Netflix, ispirata al reale lavoro di Joe E. Douglas e Robert K. Ressler, la parola “killer seriale” non è che il risultato di un processo molto più ampio e difficoltoso, iniziato nel momento in cui un agente dell’FBI ha provato a chiedersi se ci fosse qualcosa da imparare dagli atteggiamenti degli assassini già dietro le sbarre. La risposta che ci sale spontanea è che sì, certo che c’è qualcosa da imparare dai comportamenti criminali e sì, certo che può essere un mezzo per catturarne di altri.

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Una risposta tanto spontanea quanto istintiva. Fin dal primo istante siamo trasportati nel mondo di Holden Ford e crediamo in quello in cui lui stesso fermamente crede. Vogliamo crederci con tutte le nostre forze. Perché Mindhunter presenta il suo caso come ogni buon investigatore: con prove, esempi, materiali autentici. I discorsi che sentiamo sono in parte trascritti dai reali dialoghi avvenuti con criminali quali Ed Kemper (Cameron Britton), Jerry Brudos (Happy Anderson) o Richard Speck (Jack Erdie). La loro autenticità, la loro forza sta proprio nel modo diretto e mai scontato in cui vengono sottoposti e reinterpretati.

Holden Ford, momentaneo protagonista di una serie tv corale

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Credits: Netflix

La forza principale di Mindhunter si nasconde infatti non nei personaggi, benchè perfettamente delineati; non nelle ambientazioni, i cui freddi colori delle sfumature del grigio ghiaccio portano la firma riconoscibile di David Fincher; neppure nella storia, la cui linearità spesso si riduce alla vita sentimentale di Holden, bensì nei dialoghi e nelle interazioni tra i personaggi nel loro cerchio di eventi quotidiani. Si possono passare anche venti minuti a guardare Holden e Bill viaggiare in auto per il paese o volare o bere un bicchierino con gli agenti di qualche distretto. Nessuna scena annoia, nessuna scena sa di eccesso o di troppo. Il dosaggio e l’equilibrio non vengono mai meno.

A guidare la crociata psicologica della moderna investigazione è Holden Ford, il cui personaggio magnificamente interpretato da Jonathan Groff conquista solo una parte della serie tv – la prima. Dopo il quarto episodio Mindhunter smette di essere lo show di un unico uomo e diventa una serie tv corale, fatta di voci che possono o meno piacerci, ma che si distinguono, non di meno, nella perfetta pulizia delle scene, dei dialoghi e delle ambientazioni.

Mentre mi lascia un po’ perplessa il personaggio di Wendy, ben lontana per me dalla bellezza materiale e spiriturale dell’Olivia Dunham da cui Anna Torv è discendente seriale, spiccano nel collettivo Bill Tench e Edmund Kemper. Bill, a differenza di Holden, sa che c’è una linea che divide il mondo del lavoro da quello della vita privata. Ciò che condiziona le sue giornate tra una prigione e l’altra non entra in casa sua. Quando suo figlio trova la foto nel suo studio, la reazione di Bill è autentica, straziante, così come il conseguente confronto con sua moglie Nancy (Stacey Roca). Ciò che infatti Holden pensa sia utile per entrare in sintonia con i loro soggetti per Bill è qualcosa di sporco, estraneo, alieno, qualcosa in grado di pregiudicare l’equilibrio e la serenità di casa sua. Qualcosa a cui Bill dice no quando Holden continua a ripetere si.

Lo spessore di Bill Tench e la falsa mansuetudine di Ed Kemper

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Credits: Netflix

E’ questa alternanza dei caratteri dei due protagonisti a renderli così diversi e, purtroppo, a dare più spessore a Bill Tench nella seconda parte della stagione. Holden si perde, suo malgrado, in quella ricerca, le dedica anima e corpo e, un po’ come un Horcrux involontario, finisce con il darle un pezzo della sua anima. Tanto da non saper più lasciare il lavoro a lavoro. Quando Debbie (Hannah Gross) tenta di sedurlo mentre indossa dei tacchi ai piedi, piuttosto che spiegarle perché non lo eccitino come dovrebbero, Holden preferisce restare in silenzio e negarle la spiegazione, al contrario dell’apertura che invece Bill ha con sua moglie.

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Sul fronte della pazzia (ir)razionale è invece Ed Kemper a vincere la medaglia. Inquietante nel suo modo del tutto normale di essere anormale – e molto più spaventoso per questo – non ci fa rendere conto della sua forza fino agli istanti finali, quelli in cui la scena tra lui e Holden eleva Mindhunter a un punto ancora più alto. Con una mossa fulminea quanto un teletrasporto lo vediamo placcare Holden, che in un secondo teme per la sua vita come è giusto che sia, prima di essere stritolato in un abbraccio assassino che, con un po’ più di forza, avrebbe anche potuto togliergli la vita. Il pathos di quella scena credo sia la sintesi e la conclusione ideale della serie di David Fincher.

Mindhunter: La serie tv che mancava, promossa su tutti i fronti

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Credits: Netflix

Mindhunter tocca le corde più sensibili dell’animo umano, spesso portandole quasi ad un passo dallo spezzarsi. Gioca tra psicologia e psiche, muove le fila di un racconto autenticamente perfetto e delineato, che integra un pezzo di storia quasi documentaristico ma che non lascia mai la denominazione seriale con cui nasce. La serie tv fa innamorare con la purezza dei dialoghi, la forza delle idee, le sfumature dei suoi protagonisti.

Fa riflettere, anche, perché non scava in qualche racconto fantascientifico, ma nella storia non tanto lontana da noi. Come dimostrano anche i brevi spezzoni a inizio episodio di quello che sarà il Killer noto come BTK, che avrebbe evaso la cattura per ben 17 anni. Mindhunter, che avrebbe potuto dunque benissimo concludersi anche dopo la prima stagione, si ritrova così con un legame quasi necessario con una storia molto più ampia e complessa, interessante, intrigante perfino.

Del resto, come possiamo comprenderla davvero la pazzia se non guardiamo serie tv che la riguardano? Scherzo.

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