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Milano Film Festival: Sunrise – la recensione

Ci sono modi più o meno giusti di trattare un argomento delicato come quello dello sfruttamento minorile, soprattutto se quello femminile, ma è anche vero che la distinzione più significativa resta quella tra una resa ‘accattivante’ e un’altra ‘noiosa’ di un tema che, nel suo complesso, resta inevitabilmente qualcosa di attuale e denso. La scelta che decide di Partho Sen-Gupta non è propriamente adatta e la resa della sua pellicola risulta forse un po’ troppo irreale, lì dove semplicità e una trama lineare avrebbero potuto benissimo rendere la storia interessante.

sunrise_3_milano film festivalIndia, giorni nostri. L’ispettore Joshi assiste impotente alla scomparsa di sempre più bambini della sua città. Il tema lo tocca da vicino, dal momento che lui stesso è stato vittima dello stesso dolore, privato di sua figlia Aruna qualche tempo prima, quando la bambina era stata prelevata fuori da scuola e nessuno più l’aveva rivista. La sua ricerca del ‘colpevole’ lo conduce più volte nel locale ‘Paradise’, in cui vede ragazzine non ancora adolescenti ballare per il divertimento di uomini vecchi e viscidi, che inizialmente non può far altro che guardare impotente. Ma mentre la sua ricerca continua, inizia a diventare sfuocato il confine che delimita la realtà dalla fantasia, portando ben presto lo spettatore a reinterpretare le certezze stabilite all’inizio e quindi a vedere con nuovo occhio critico ciò che era stata per l’ispettore la sua realtà.

Azzardato e probabilmente non del tutto riuscito è il tentativo di Sunrise, che pone al centro dell’attenzione un problema significativo e non di certo limitato alla sola India come quello del rapimento minorile. Più di 100’000 bambini scompaiono in India, ogni anno, ma dalla pellicola di Sen-Gupta traspare un problema che non riesce a coinvolgere lo spettatore o, più semplicemente, non sceglie l’approccio giusto per farlo. L’ambientazione è quella di sunrise_2_milano film festivaluna città povera, legata alle tradizioni, costantemente circondata da un alone di sofferenza e povertà. La luce non è quasi mai presente, tanto che è proprio l’ombra ad essere la protagonista sullo sfondo del percorso di Joshi. Ombra effettiva ma anche un’ombra immaginaria, quella che l’ispettore si ostina a seguire. L’ombra sul muro non è che una grande, gigantesca metafora del modo in cui il regista affronta il problema delle sparizioni minorili: proprio come tagliando una testa all’Idra, ne ricresceranno due, allo stesso modo si può inseguire un’ombra quanto lo si desidera ma quest’ultima non sparirà mai del tutto, restando comunque irraggiungibile.

Parallela viaggia la sofferenza della famiglia di Joshi, in cui sua moglie non perde occasione di ricordare la bimba perduta, come se fosse ancora in casa con loro. Ma è una casa diversa ad ospitare non solo loro figlia ma anche le figlie di decine di altre famiglie, tutte destinate ad una vita di prostituzione e schiavitù.

Sconvolge la pellicola del regista indiano, mostrando un lato della cultura troppo spesso associata alla leggerezza di ‘Bollywood’ e lo fa usando un pezzo tipicamente occidentale, quello del poliziesco, con la struttura per l’appunto che ne imita il percorso. Ma troppi sono i silenzi, troppe le stranezze inspiegabili e troppe le lacune in una pellicola più documentario che film vero e proprio. Non delude l’interpretazione del protagonista, Adil Hussain, ma ahimè a non deludere è solo quella.

Sunrise (2014)
  • Deludente
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