Cinema

Manifesto: la recensione del film con Cate Blanchett

Manifesto

Titolo: Manifesto

Genere: drammatico

Anno: 2015

Durata: 95′

Regia e Sceneggiatura: Julian Rosefeldt

Cast: Cate Blanchett, Erika Bauer, Carl Dietrich, Marie Borkowski Foedrowitz, Ea-Ja Kim

A vedere il manifesto del film lo si capisce chiaramente: la diva Blanchett si prodiga in 13 ruoli diversi. Sono alcuni dei Manifesti più conosciuti dell’arte e della politica che vengono enunciati in maniera a volte austera, a volte colloquiale, sempre alquanto spiazzante.

Si comincia e si finisce con un vecchio barbone che in una fabbrica in rovina sperduta alla periferia di Berlino grida al cielo il manifesto del partito comunista di Marx e Engels. E’ libero di farlo poiché pare che la libertà si misuri con i livelli di solitudine e follia. Potrebbe sembrare una roba noiosa, un po’ troppo “intellettualoide”, e magari lo è. Scopro che si tratta di una riedizione dell’installazione del 2015 che il regista Julian Rosefeldt ha presentato in Germania, Australia e a New York.

In realtà, passando da un personaggio all’altro, stregati dalla voce possente dell’attrice e dal suo carisma, accompagnati da un montaggio che predilige la metonimia, ci si fa trascinare e cullare dai suoni e dalle immagini. Si perde il senso delle parole, si acquisisce la bellezza di scenografie geometriche e di un’ottima fotografia. Senza fretta, quasi in estasi contemplativa.

A volte si sorride pure. Come nelle scene in cui la Diva con accento tedesco sembra impartire ordini a un corpo di ballo a metà tra il fantastico e il surreale (o surrealista), o nel quadretto casalingo dove alla preghiera si preferisce un lunghissimo sermone concettuale tra gli sbuffi dei commensali e un tacchino che si raffredda.

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Manifesto

Per me è stato come tornare ai cineclub anni ottanta, in cui si proiettavano film d’avanguardia (o d’essai) dei decenni precedenti. Vi ho intravisto qualcosa di Nouvelle Vague, Fellini e in maniera più esplicita di Kubrick, con tanto di monolite nero di 2001 Odissea nello Spazio appeso al soffitto.

Il concetto che viene ribadito a più riprese è quello della libertà dell’arte e dell’artista. Slegarsi dai luoghi comuni, dalla rappresentazione della realtà fine a se stessa, della copia ben fatta, per assurgere a qualcosa di nuovo, di originale.

Sia il manifesto del Futurismo che quello del Dadaismo sono esempi piuttosto convincenti di quanto possano ritenersi ancora oggi movimenti visionari. In particolare il monologo Dada è uno spasso, con l’attrice in lutto davanti la bara di un proprio caro (o di una polverosa ideologia) che recita tutta la sua passione per una novità dinamica e rivoluzionaria. Al cospetto i soliti “borghesi” grigi, colpevoli da più di un secolo secondo le correnti radicali di ipocrisia e qualunquismo.

C’è da vedersi qualcosa nel nostro tempo così profondamente globalizzato, asettico e anestetizzato, di quella mediocrità borghese che tanto si voleva contestare?

La speranza infine è rappresentata dai ragazzini delle elementari che colti in “ralenti” stanno dipingendo il loro mondo. Qui la Blanchett è una maestra che spiega il Dogma 95 di Lars Von Trier e si ha netta la sensazione che il messaggio di Rosefeldt sia semplice eppure utopistico. L’arte, in qualsiasi sua espressione (quindi anche in quella cinematografica), dovrebbe potersi slegare da ogni costrizione commerciale o materiale e diventare invece voce di persona, che è anima, mondo, sogno, visione spesso originale come quella incontaminata di un bambino.

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