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Making a Murderer: Recensione della docu-serie

Making a Murderer

Nel 1957 Ed Gein viene arrestato nel Wisconsin dopo la scoperta della sua “casa degli orrori” in cui la polizia rinviene cadaveri femminili mutilati e mobilio ricavato da pelle umana. La sua storia per quanto orribile diviene la base per alcune delle più note storie thriller di tutti i tempi tra cui “Psyco” e “Il silenzio degli innocenti”.

Che la realtà giochi un ruolo fondamentale nella fantasia creativa di scrittori e sceneggiatori è innegabile, così come è palese la morbosa attrattiva che fatti di sangue, cronaca nera e mala giustizia posso avere su tutti noi. Ma se è facile elucubrare su storie avvenute davvero, resta più difficile far parlare esclusivamente la realtà e fare di essa la sola e unica protagonista. Laura Ricciardi e Moira Demos autrici e registe della docu-serie Making a Murderer ci riescono e Netflix conferma la sua solita capacità di vedere in prodotti che altre emittenti non vogliono (HBO), successi planetari.

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Making a Murderer, la storia di Steven Avery 

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Making a Murderer racconta una storia che al primo episodio sembra abbastanza semplice e che poi risulta essere talmente assurda e complicata che a tratti lascia trasparire il dubbio che possa essere vera. La docu-serie tratta delle vicende giudiziarie di Steven Avery che dopo aver scontato diciotto anni di carcere per un crimine che non ha commesso, viene rilasciato grazie al DNA che conferma la sua innocenza e che dopo due anni torna nuovamente dietro le sbarre con l’accusa di aver ucciso una giovane donna i cui resti vengono ritrovati nel suo giardino. Ed è da questa data, dal secondo arresto nel 2005 che prende le mosse il documentario, grazie a due giovani studentesse di cinema di New York che, vedendo la notizia sul giornale, si incuriosiscono e riescono a guadagnarsi la fiducia della famiglia Avery e a filmare nel corso di dieci anni le indagini e i vari gradi del processo che si è concluso con la condanna all’ergastolo di Steven Avery.

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Un docu-film  sulla giustizia penale americana

Un’opera giornalistica di notevole peso e fatica che in dieci episodi riesce ad appassionare più di altre serie TV, traghettando lo spettatore nell’abisso che è la giustizia penale americana e spiegando il suo funzionamento e il modo in cui essa viene manipolata a seconda della volontà degli inquirenti. Il format del documentario è molto interessante perché permette di rendere autorevole quello che viene mostrato, in quanto i filmati presi dagli interrogatori, dal processo in aula e dalle interviste essendo ufficiali non possono essere stati manipolati a favore della suspence. Riuscendo inoltre nel creare una immedesimazione dello spettatore nella figura di Avery incredibile, tanto che alla fine dei dieci episodi resta addosso una sensazione di sporco e di ingiustizia per cui è necessario guardare almeno qualche episodio della Pimpa per ristabilire l’equilibrio mentale.

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Dal punto di vista tecnico è da elogiare il montaggio fatto nei singoli episodi che non scelgono di procedere in via cronologica e giocano con lo spettatore come il gatto con il topo ed inoltre l’assenza di una voce narrante che aumenta la percezione reale dei fatti raccontati. La sigla iniziale inoltre, realizzato da Elastic con la musica di Gustavo Santaolalla ricorda molto quella di True Detective in cui le immagini si intersecano e contengono altre figure o fotografie.

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Making a Murderer è un nuovo modo di fare narrativa televisiva

Non è una serie, non è un documentario, non è solo un inseme di fatti reali. Making a Murderer è un nuovo modo di fare narrativa televisiva che ha avuto come predecessore The Jinx lo scorso anno, ma che riesce ad essere, a differenza di questo, un gradino sopra grazie al lavoro mastodontico fatto da due semplici donne capaci di raccontare in modo avvincente quello che accadeva davanti agli occhi d’America.
Making a Murderer è un viaggio all’interno del sistema americano, che spesso la giustizia italiana ha cercato di emulare senza comprenderne i difetti e le criticità che la serie sottolinea, un viaggio che ben si adatta al binge watching e che porta a destinazioni sconosciute. Inizierete Making a Murderer convinti di essere delle brave persone e finirete con il chiedervi perché non siete diventati degli avvocati penalisti per difendere i più deboli ed è questo quello che la televisione ha il dovere di fare, giocare con le emozioni.

Making a Murderer è una serie da vedere, che sarà difficile da emulare o rimpiazzare visto che non è inventata, che non ha attori, non ha ciack, non ha sceneggiatura e chi come Murphy ha tentato di farlo ci è riuscito solo in minima parte.

Questa docu-serie non è la serie dell’anno, ma sicuramente è il prodotto più innovativo e interessante del 2016 e che per questo dovete assolutamente recuperare.

Good Luck!

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