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A Series of Unfortunate Events: Recensione della prima stagione

Mai sottovalutare l’importanza di un buon vocabolario. Spesso si continua ad usare parole dando loro un significato che è più figlio del modo personale di intenderle che della loro univoca definizione. Tutti probabilmente sanno quando usare l’aggettivo grottesco, ad esempio, ma davvero pochi sono quelli che ne hanno letto la voce corrispondente in un dizionario. Quello Treccani ricorda che grottesco è tutto ciò che “è stranamente e bizzarramente deforme, riferito in origine alle pitture parietali, e poi in genere a tutto ciò che, per essere goffo, paradossale, innaturale, muove il riso pur senza rallegrare”.

Et voilà, les jeux son faits. La recensione della prima stagione di A Series of Unfortunate Events. O quasi. Perché la serie prodotta da Netflix rispetta la definizione appena riportata, ma non fino alla fine dal momento che rallegrare gli riesce benissimo.

Lemony Snicket A Series of Unfortunate Events

Perché guardare ciò che non devi guardare

Tratta dal ciclo di romanzi omonimo scritto da Daniel Hadler con lo pseudonimo di Lemony Snicket, la serie segue i primi quattro libri spezzando ognuno in un doppio episodio. Tentativo che era stato già fatto dal film omonimo del 2005 che si era potuto avvalere della camaleontica maestria di Jim Carrey, a cui il personaggio del Conte Olaf si adattava come un abito realizzato su misura, e della partecipazione speciale di Meryl Streep, che riusciva a rendere credibile anche un assurdamente paranoica zia Josephine. Un precedente con cui inevitabilmente la serie finisce per confrontarsi, ma un confronto da cui esce probabilmente vincitore.

Vittoria resa sicuramente possibile dal maggiore spazio a disposizione, che libera gli autori dalle catene del tempo ridotto, permettendo loro di sfruttare tutte le potenzialità suggerite dai romanzi. Quelle che, quindi, erano solo vignette condensate e ricomposte in un ordine diverso dall’originale nel film qui diventano episodi doppi che costituiscono quasi quattro film legati da un unico fil rouge, ma godibili appieno anche se presi singolarmente. Ad unirli non è tanto una trama orizzontale fatta di organizzazioni segrete il cui scopo non è mai chiarito, ma piuttosto lo spirito stesso della serie che non si potrebbe descrivere meglio se non con la definizione sopra riportata del termine grottesco.

Lemony Snicket narra le tristi disavventure dei tre inseparabili orfani Baudelaire, vessati da un meschino truffatore che li costringe ad una infinita fuga tra innumerevoli miserie e sparuti attimi di felicità. Una sinossi che farebbe pensare ad una serie dai toni cupi, aliena da ogni leggerezza, da non guardare se si è in cerca di una storia tutta rose e fiori. E d’altra parte tutta la campagna promozionale di Netflix e la stessa sigla arrivano quasi ad implorare lo spettatore di lasciar perdere, di cambiare virtualmente canale, di passare oltre.

Ma è subito chiaro che è tutta una meravigliosa finzione, una sferzante ironia, una giocosa presa in giro. Perché una orfana indifesa non ha l’inventiva irrefrenabile di Violet; perché un povero orfanello abbandonato non ha l’intelligenza immediata di Klaus; perché una neonata adorabile non ha i denti aguzzi e il sarcasmo mugolato di Sunny. Basterebbe questa decisa inversione del topos classico dei tre orfanelli strappalacrime per far capire quanto A Series of Unfortunate Events sia, in realtà, uno scherzo ben riuscito e quanto quel non guardare sia il più convincente invito ad un binge watching compulsivo.

Lemony Snicket A Series of Unfortunate Events

Un villain che non si può dimenticare

Ma c’è ancora di più. Se, infatti, i Baudelaire sfuggono ai limiti entro cui la narrazione usuale vorrebbe costringerli, ancora più parodistico ed esagerato è il loro villain. Perché quel che resta impresso del Conte Olaf non è la tenace cattiveria con cui escogita piani malvagi per allungare le mani sul patrimonio dei tre fratelli, senza preoccuparsi di seminare morti lungo il suo inarrestabile procedere. È piuttosto l’assurda contorsione di progetti che sarebbero destinati ad un immediato fallimento, se non andassero a scontrarsi con personaggi (l’erpetologo zio Monty, la paranoica zia Josephine, il timido Charles) che vivono in mondi personali così distanti dalla realtà da non sapersi confrontare con essa.

E allora il Conte Olaf non ha bisogno di essere un villain astuto e inarrestabile, perché gli basta essere un attore fallito a cui è sufficiente travestirsi da caricature stereotipate (l’assistente di laboratorio straniero, il vecchio lupo di mare senza una gamba, la procace segretaria tutta curve e mossette finto sexy) per diventare irriconoscibile ed ingannare i suoi avversari, che mai e poi mai fanno l’unica cosa sensata e, anche quando danno infine ascolto ai perspicaci fratelli, scelgono sempre la via più rapida per diventare vittime.

Il Conte Olaf diventa, quindi, la più riuscita parodia di quei geni del male che tanto imperversano nelle altre serie ed è questa sua natura teatrale a renderlo un cattivo simpaticamente indimenticabile. Come non si può certo scordare la sua corte dei miracoli altrettanto improbabile, fatta di due vecchine parodia di quelle nonnine pericolose che ti invitano a bere un tè avvelenato, un gigante che sembra più tonto che potente, un aiutante più annoiato che obbediente e un uomo con gli uncini più impacciato che spaventoso.

Lemony Snicket A Series of Unfortunate Events

Una voce in più

Se questi ultimi sono una simpatica aggiunta che mancava nel film, è tuttavia un altro il personaggio il cui ruolo viene maggiormente espanso rispetto alla pellicola del 2004. Il narratore esterno ai fatti ossia Lemony Snicket in persona che pure compariva saltuariamente diventa qui, invece, una presenza fissa che interviene ripetutamente quasi come un suggeritore per lo spettatore, preparandolo al colpo che sta per ricevere o commentando con partecipazione quanto inevitabilmente già conosce.

Un controcanto le cui parole accorate vorrebbero ammonire chi guarda ripetendo quell’invito a lasciar stare, perché a troppa tristezza dovrà assistere. Ed invece proprio il contrasto tra i paventati pericoli e il loro costante rivelarsi falsi allarmi è un motivo ulteriore per seguire la serie, per scoprire se mai davvero questa preannunciata mancanza di un lieto fine si dovesse concretizzare in una imprevedibile realtà. Un ulteriore contributo al senso di grottesco che pervade tutta la serie, diventandone la sua quintessenza.

Una natura che pervade non solo i personaggi, ma gli stessi ambienti (ricreati digitalmente per gli esterni e magistralmente ricostruiti in studio per gli interni) i cui colori carichi, che siano le tinte pastello quasi fluo dei momenti felici o i grigi fumosi delle location più tristi, evidenziano ancora di più la folle irrealtà di un intero mondo dai toni steampunk (con abiti e città che sembrano usciti da una Londra vittoriana, infarcita di tecnologie moderne, quali auto e telefoni).

A Series of Unfortunate Events è, infine, una contraddizione in termini. Una serie di sfortunati eventi che vanno sempre a finire bene, grazie all’intelligenza di quelle che dovrebbero essere le vittime e alla maldestra ciarlataneria di quelli che dovrebbero essere i carnefici. Di sfortune, quindi, ci sono infine poche. Di fortuna una sola e molto grande: quella che abbiamo avuto noi spettatori a non seguire l’invito di Netflix a non guardare.

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