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Top of the Week: Legion, Black Sails, Grey’s e Broadchurch

Top of the Week

Marzo è pazzo, dice la vulgata popolare. E tra le pazzie marzoline ci mettiamo pure saltare per due settimane consecutive la rubrica della Top of the Week. Non che non ci siano stati momenti da ricordare, ma, in verità, qui si vorrebbe segnalare solo qualcosa che, per un motivo o per un altro, merita di essere ricordato. Non è che questo può succedere tutte le settimane per cui ci sta che qualche volta si salti il turno. Sia chiaro, non è una scusa, eh. Comunque, come diceva un magnifico fiorentino, ciò c’ha esser convien sia e quindi via alla top.

Top of the WeekLegion e quando pure un filler è uno spettacolo

A salvare il povero redattore in cerca di spunti per una rubrica sul meglio della settimana arriva sempre in soccorso Legion. La serie scritta da Noah Hawley continua a stupire per la qualità sopraffina di ogni singolo episodio raggiungendo livelli qualitativi talmente alti da farsi perdonare una trama orizzontale che potrebbe lasciare insoddisfatti quelli che sono alla ricerca di una costante evoluzione priva di momenti di stasi. Non è questo il caso di Legion che sembra, invece, aver programmaticamente deciso di seguire solo le evoluzioni intricate della mente del suo protagonista dando molto meno peso alla storia in cui è inserito. Lo si comprende ancora meglio da questo episodio dove, in buona sostanza, non accade nulla che faccia avanzare la trama al punto che potrebbe essere catalogato nella poco onorevole lista dei filler. Non fosse che l’intelligenza della messa in scena (con i superpoteri dei diversi protagonisti che vengono mutati in disturbi psichici come in un sarcastico contrappasso), la cura maniacale di una regia che non lascia nessun dettaglio fuori posto, la capacità ironica di prendere in giro sé stessi riproponendo le stesse situazioni del pilot in chiave quasi parodistica sono pregi troppo evidenti per marchiare di infamia un episodio che conferma quanto anche un filler possa diventare uno spettacolo. Merito degli autori e merito anche (se non soprattutto) di una Aubrey Plaza che passa da un personaggio all’altro (amica schizzata, grillo parlante astuto, psicologa seriosa, demone minaccioso) con una naturalezza istintiva che rende credibile ognuno dei suoi multiformi ruoli. Tanto che le perdoniamo anche un balletto forse eccessivo e fuori luogo, ma comunque ben eseguito.

Top of the WeekBlack Sails e andare è più interessante che arrivare

Si può sentire la mancanza di una serie quando è ancora in onda? Si, se questa serie è Black Sails e ci si rende conto che solo due episodi restano prima che la parola fine sia impressa per sempre sullo schermo televisivo. Meno di due ore e poi l’immaginifico prequel dell’Isola del Tesoro diventerà una gemma preziosa da conservare nel baule dei ricordi più belli. Mancando ormai troppo poco alla sua conclusione, gli autori sono costretti ad indirizzare i diversi protagonisti verso il destino ineluttabile che Stevenson e la Storia (quella con la S maiuscola raccontata nei libri imparziali) hanno già scritto per loro. Chi ha letto il romanzo sa già quale sarà il finale per Flint e Silver, per Billy e Israel, mentre basta interrogare l’onnisciente Wikipedia per scoprire su quali mari navigheranno ancora Jack e Rogers, Anne e Max (magari con un altro nome). Ed accorgersi che la crudele morte di Teach è stata molto simile a quella avvenuta realmente, conferma che gli autori intendono concedersi poche libertà creative da questo punto di vista. Eppure, sapere già come tutto si concluderà non priva del piacere di assistere alla bravura con cui il team autoriale sta indirizzando i suoi personaggi verso questa meta ultima, facendo apparire il loro destino come la coerente conclusione della storia raccontata in questi quattro anni senza smentire l’evoluzione caratteriale di ognuno dei protagonisti. Mai come in questo caso, aveva davvero ragione chi ha detto che andare è molto più interessante che arrivare.

Top of the Week

Broadchurch e un problema per la top

Se c’è un genere che può vantare il maggior numero di prodotti, questo è sicuramente quello investigativo. Ci vorrebbe un censimento accurato per confermare o negare con ragion veduta la correttezza o meno di questa affermazione, ma è innegabile che il panorama televisivo offra una vasta gamma di serie dove una coppia di detective deve svolgere più o meno complesse indagini per trovare il misterioso colpevole di qualche efferato delitto. Possono cambiare i dettagli, ma è spesso presente una certa ricerca del colpo ad effetto a basso costo anche se ciò deve significare allontanarsi da quello che avviene nella realtà quotidiana. È proprio per questo che una serie come Broadchurch risalta: per il suo non essere la solita serie investigativa. Giunta alla sua terza stagione, Broadchurch si conferma una serie che non cerca sensazionalismi televisivi né colpi di scena gratuiti. È, al contrario, un racconto crudo e nudo della realtà così come è con tutte le difficoltà che la caccia al colpevole di turno incontra. Non ci sono metafore nascoste o intrighi non necessari perché è la cruda verità ad essere già abbastanza complessa da non richiedere ulteriori complicazioni partorite dalla fantasia degli autori. È emblematico, in tal senso, l’ultimo episodio dove la lista dei sospettati per lo stupro di Trish Winterman si allarga invece che restringersi. Perché anche in una cittadina tranquilla si annidano mostri e questa non è una invenzione di chi scrive la serie, ma una storia raccontata dalla realtà.

Top of the WeekGrey’s Anatomy e anche il significato della felicità

In genere è difficile trovare momenti memorabili in una serie tanto longeva quale Grey’s Anatomy. Quando una serie dura tanto a lungo, arriva un punto in cui gli autori semplicemente mettono una sorta di pilota automatico e vanno avanti pensando solo a non far mancare quello che lo spettatore si aspetta, senza preoccuparsi di aggiornare un prodotto solido che naviga lento su un fiume tranquillo. Ma ogni tanto qualcosa riesce comunque a spezzare la monotonia di un andamento piatto spiccando per la capacità di emozionare. Capita questa settimana con la scena del dialogo tra Jackson e il padre. Niente di particolarmente eclatante a dire il vero, ma un discorso sul significato della felicità che non si misura in termini di reparti di cui sei a capo, ma di traguardi umani raggiunti. Un messaggio semplice ma non per questo scontato che è riuscito a smuovere la calma serafica della serie complice anche l’interpretazione convincente di un Jesse Williams che ha lasciato da parte per una volta i soliti sguardi languidi e mosci mostrandosi più emotivamente coinvolto.

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