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L’uomo di neve: la recensione del film con Michael Fassbender

L'uomo di neve
IMDb

Titolo: L’uomo di neve (The Snowman)

Genere: crime, thriller

Anno: 2017

Durata: 1h 59m

Regia: Tomas Alfredson

Sceneggiatura: Hossein Amini, Peter Straughan

Cast principale: Michael Fassbender, Rebecca Ferguson, Charlotte Gainsbourg, Val Kilmer

Il mantra autoassolutorio di chiunque lavori nel marketing è che la pubblicità è l’anima del commercio. Affermazione perentoria che è in effetti difficile da confutare. E quindi si accetta tacitamente che le campagne pubblicitarie magnifichino le qualità del prodotto che vogliono vendere eccedendo in iperboli evidenti. Sta poi al consumatore ridurre il magniloquente messaggio alla realtà nascosta sperando di aver indovinato il rapporto di ingrandimento usato dal pubblicitario. Ma quanto deve essere bravo lo spettatore per capire quanta verità c’è nelle parole di chi ha venduto L’uomo di neve come fosse il più inquietante dei thriller?

L'uomo di neve

Sul ghiaccio senza pattini

Tomas Alfredson aveva stupito il pubblico con l’inattesa bellezza di Lasciami entrare, un film che aveva saputo coniugare due generi tanto diversi quale l’horror vampiresco e i primi amori adolescenziali con una delicatezza stupefacente. Ad un regista tanto promettente viene qui affidato il compito di portare sul grande schermo un romanzo di Jo Nesbo, scrittore norvegese autore di una serie di thriller che hanno per protagonista il detective Harry Hole della polizia di Oslo. Prendi un regista interessante, aggiungi un romanzo di successo, insaporisci con una star internazionale come Michael Fassbender, condisci con il fascino di paesaggi innevati, cosa può andare male? E invece.

E invece i buoni ingredienti non riescono ad amalgamarsi in una gustosa pietanza finendo per essere sprecati. Le iperboliche promesse di trailer e manifesti 3 x 6 diventano, quindi, una fastidiosa sequela non di esagerazioni comprensibili, ma di ingannevoli bugie che provano a vendere quel che non c’è. Perché ne L’Uomo di neve manca più o meno tutto quel che ci si poteva aspettare. Soprattutto è assente quello che doveva essere la nota portante della sinfonia: la tensione dello scontro tra un letale e attento serial killer e un detective inquieto ed intelligente. E questa assenza non è neanche compensata da qualche attrattiva differente che sia un parterre di personaggi ben scritti o qualche raffinatezza di regia e fotografia. Al contrario, tutto in questo film scivola rovinosamente come chi cerchi di stare in piedi sul ghiaccio senza pattini. Magari non ci si fa male, ma di certo l’unica cosa che questa esperienza lascia è il non provarci di nuovo. Come non credere ancora a chi promette troppo senza avere in realtà molto da dare.

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L'uomo di neve

Un protagonista senza perché

L’uomo di neve è il settimo romanzo della serie dedicata ad Harry Hole e può quindi giovarsi del lavoro svolto dai libri che lo hanno preceduto facendo familiarizzare il lettore con la figura del detective e il suo modus vivendi. Dal momento che non si può assumere a priori che ogni spettatore abbia già letto tutta la saga, il film di Alfredson dovrebbe assumersi l’onere di presentare al suo pubblico il personaggio principale, caratterizzandolo accuratamente in modo da permettere di entrare in sintonia con lui. Questa gravosa ma intrigante opportunità viene, invece, del tutto tralasciata da un film che introduce il suo protagonista ex abrupto, privandolo di qualsiasi background che giustifichi le sue contraddizioni.

Harry è un alcolista che collassa ubriaco per le vie di Oslo, che si addormenta con la bottiglia in mano in un parco giochi per bambini, che si assenta dal lavoro per settimane senza motivo. Ma è anche una sorta di mito per i colleghi che studiano i suoi casi all’accademia, per un capo burbero che però copre i suoi peccati e ne accontenta le richieste, per un serial killer che decide di sfidarlo per avere un avversario di alto livello. Come possano convivere questi opposti atteggiamenti e cosa li motivi non è spiegato dal film, ma lasciato all’intuito dello spettatore che deve immaginare il passato di Harry unendo i pochi puntini di un disegno che si presume complesso. Se ciò fosse una scelta voluta da una sceneggiatura che prova ad essere intrigante, si potrebbe anche accettare, ma la frettolosità con cui questi indizi vengono forniti e la quasi casualità delle scene suggeriscono invece una sciatteria superficiale e una scrittura disattenta.

Il rapporto inconcluso con la ex moglie, il ruolo di padre adottivo gestito male tra continue dimenticanze e sinceri slanci di affetto, la passione per il lavoro come salvifica panacea diventano momenti sparsi quasi a caso che anziché impreziosire e completare il personaggio di Harry distolgono l’attenzione dalla storia principale senza risultare sufficientemente interessanti proprio per il loro essere disorganici. Ne risulta, quindi, una caratterizzazione incompleta del protagonista che rende difficile appassionarsi alle sue gesta e preoccuparsi per i suoi problemi. Un personaggio principale che, alla fine, fa quel che fa senza che si capisca il perché.

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L'uomo di neve

Una storia che sa dove andare ma non sa come

Alcune cose funzionano male in L’uomo di neve, ma altre vanno peggio. Ed è proprio come il film intende gestire i tempi del racconto. Sarà tautologico dirlo, ma un thriller dovrebbe per definizione essere un thriller, appunto. E come tale dovrebbe avere un villain che incuta una qualche forma di paura e una storia che abbia un ritmo serrato e che catturi lo spettatore facendogli temere il peggio ad ogni istante. Proprio quello che non è questo film che invece procede compassato e con omicidi che arrivano senza enfasi e pure in numero dopotutto limitato. E con un serial killer di cui si sospetta abbia ucciso molte vittime, ma che di fatto non vediamo quasi mai all’opera e sempre con una caratterizzazione flebile tanto che la tanto pubblicizzata relazione con le nevicate resta sulla carta dei manifesti e non viene neanche citata dalla celluloide della pellicola.

A spezzare il ritmo già languido (come una neve che fiocchi noiosamente lenta) contribuisce in maniera determinante la malsana idea di aggiungere una storyline parallela, che nasce e finisce senza che sia chiaro il perché del suo svolgimento. L’ossessione della detective Katrine Bratte per il magnate Arve Stop si intuisce solo alla fine, ma fin dall’inizio è chiaro che non avrà una importanza capitale ai fini dello svolgimento della trama principale. Anche i flashback con protagonista Gert Rafto (un Val Kilmer la cui voce risente ancora dei problemi di salute dell’attore), doppione di Harry in un passato imprecisato, dovrebbero aiutare lo spettatore a capire i collegamenti tra i due casi, ma al contrario sembrano mettere a cuocere altra carne che si sa già non verrà consumata. Un ulteriore ostacolo che spezza il ritmo e sottrae tempo prezioso che sarebbe potuto essere impiegato per chiarire i perché del killer le cui motivazioni finali risultano quasi campate in aria.

L’uomo di neve è, infine, vittima di se stesso. Aveva una storia interessante, un regista promettente, un cast di buon livello, dei paesaggi affascinanti. Ma non ha saputo che farsene.

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