Cinema

It: la recensione del film horror di Andy Muschietti

IMDb

Titolo: It

Genere: horror

Anno: 2017

Durata: 2h 15min

Regia: Andy Muschietti

Sceneggiatura: Chase Palmer, Cary Fukunaga, Gary Dauberman

Cast principale: Jaeden Lieberer, Finn Wolfhard, Sophia Lillis, Bill Skarsgard

Alle volte, conviene partire dalla fine. E dirlo subito: It è anche un film horror. E il segreto è tutto in quel anche. Perché le aspettative comuni e la stessa campagna promozionale del remake della miniserie degli anni Novanta tratta dal romanzo omonimo di Stephen King associano immediatamente It al genere horror. Tuttavia questa è una identificazione possibile, non la identificazione e la sottile differenza tra l’articolo indeterminativo e quello determinativo aiuta a sottolineare la ricchezza dell’ultima fatica del regista argentino Andy Muschietti.

It

Un horror per obbligo e non per convinzione

It è innegabilmente un film horror e non poteva non esserlo. Perché a questo genere appartiene il romanzo di Stephen King di cui si propone come primo capitolo di un nuovo adattamento. Perché è il remake di quella miniserie in due puntate che ventisette anni fa aveva invaso i placidi schermi televisivi per portare la paura a domicilio. Perché il clown ballerino Pennywise ha insegnato alla gente quanto possa essere terrificante una figura che solo i malati di coulrofobia potevano temere.

Eppure, paradossalmente, se fosse giudicato solo come film horror, It non sarebbe pienamente riuscito. Perché arriva troppo tardi. Per merito e per colpa del suo illustre predecessore, il pubblico è ormai abituato all’idea che un clown possa fare paura e troppi anni di imitazioni televisive o in film di serie b hanno sedimentato un canovaccio di gesti ripetuti e movimenti canonici che rendono prevedibili molte delle scene. Anche i meccanismi usati per spaventare sono piuttosto elementari limitandosi al jump scare e alle accelerazioni improvvise che si ripetono troppo spesso finendo con il perdere efficacia perché da un certo momento in poi arrivano quasi telefonati. Fa paura It? Non quanto dovrebbe.

Questo difetto non deve però essere imputato a Bill Skarsgard a cui toccava il compito forse più difficile: confrontarsi con il Pennywise di Tim Curry. Una sfida improba che il giovane attore svedese affronta con lodevole impegno, ma alterni risultati. Il Pennywise di Skarsgard punta su una recitazione più fisica ricorrendo spesso a movimenti oltre i limiti dell’umano ed effetti speciali che ne evidenziano i poteri soprannaturali. Un mostro reale, quindi, ma che proprio per questo restituisce meno l’inquietudine che il Pennywise di Curry riusciva a suscitare con il suo incarnare una inimmaginabile paura in una apparente tranquillità.

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It

Il pregio di essere anche altro

Dove It funziona davvero è nella capacità di leggere il romanzo omonimo, ma di non limitarsi a quell’unico testo. Stephen King è innegabilmente il maestro del brivido, ma la sua poetica non si esaurisce nel solo desiderio di instillare paura in chi legge. Non è un caso che una delle migliori trasposizioni delle sue opere sia Stand by me che non è appartiene per nulla al genere horror.

I Losers di It sono i fratelli ideali dei protagonisti di Stand by me. E sono il ritratto di un tema caro allo scrittore statunitense: il difficile momento della crescita con il passaggio dalla spensierata infanzia ad una sorprendente adolescenza. Le battute ostentatamente volgari di Richie e Eddie, l’incerta attesa del Bar Mitzvah di Stanley come rito di uscita dal mondo dei bambini, il primo amore per Ben e Billie, la sessualità acerba di Beverly, la prepotenza reazionaria di Henry e della sua gang di bulli sono i temi di questo film come e più del male che si nasconde dietro la menzognera tranquillità di una Derry che è il prototipo qualunque cittadina del vasto midwest a stelle e strisce.

Anzi, la freccia va molto vicino al centro del bersaglio quando si dice che sono proprio questi i semi della paura. Ed è lo stesso Pennywise a scegliere come sue vittime preferite non gli adulti e nemmeno i bambini. Perché la forza del pagliaccio demoniaco è trasformare le inquietudini interiori in terrore puro. E così il senso di colpa di Bill per la scomparsa del fratellino Georgie diventa la paura di essere accusato e punito da lui tramite Pennywise. La fobia per le malattie di Eddie instillata da una madre che ne ha fatto la catena con cui legare a sé il figlio è il mostro lebbroso da cui scappare. Il sentirsi ancora non pronto di Stanley è la figura di donna che ti insegue per dimostrati che puoi solo scappare. La solitudine di Ben si trasforma nell’essere inseguito dai fantasmi di quel passato nel cui studio cerca di rifugiarsi. Mike è tormentato dall’essere inadeguato e questa paura si concretizza nell’incubo di essere chiamato da chi ha incolpevolmente lasciato dietro. Persino la spavalderia buffonesca di Richie può essere trasformata nel terrore di scoprire di essere solo un guscio vuoto dietro cui si nasconde uno spaventoso ignoto. Ed ovviamente è Beverly, l’unica ragazza del gruppo, a dover essere vittima dei peggiori incubi perché è lei ad affrontare il difficile passaggio dall’essere considerata solo una bambina carina a diventare oggetto di una passione che può essere un amore innocente ma anche una perversione malata.

It potrebbe apparire scontato nel suo rassicurante messaggio che è l’unione a fare la forza. Ma la verità non ha l’obbligo di non essere banale. E non deve quindi vergognarsi di gesti scontati come il combattere insieme il mostro, il sentirsi invincibili quando si è tutti uniti, il siglare un patto di sangue come difesa per sempre, il mostrare i primi timidi baci. Gesti scontati quanto si vuole, ma veri. Ed è questo che quello che il film riesce a raccontare molto bene.

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It

Il cinema che omaggia la tv che omaggia il cinema

La scelta di questi temi riporta subito alla mente il cinema e la tv degli anni Ottanta. Ed in una sorta di cortocircuito mediatico It finisce per essere anche un omaggio indiretto a quel cinema, ma passando per la tv. D’altra parte, aver affidato un ruolo primario al Finn Wolfhard, protagonista di quello Stranger Things che ha riportato sugli allori proprio quel periodo citandone tutti i classici, era un indizio troppo evidente per essere solo casuale. La necessità di far svolgere gli eventi del già programmato sequel nel presente attuale obbliga gli autori a spostare questo primo capitolo proprio negli anni Ottanta invece che nei Cinquanta del romanzo di King. Di questa scelta obbligata gli autori ne fanno una ghiotta opportunità per trasformare il loro Club dei Perdenti in un fortunato melange tra gli indimenticati Goonies e i ragazzi della serie dei fratelli Duffer.

In una operazione come questa diventa importante il casting che deve pescare gli attori giusti tra una messe di ragazzini con tanta buona volontà ma non altrettanta capacità. Operazione che riesce pienamente in It. Se Finn Wolfhard era una sicurezza essendo già rodato e comunque capace di interpretare un personaggio dal carattere ben diverso dal Mike di Stranger Things, altrettanto convincenti sono gli altri protagonisti. Cosi Jaeden Lieberer restituisce con naturalezza la caparbietà altruista di un Bill che sa rinunciare alla sua ossessione in nome di un bene superiore. Spontanea appare la recitazione sia di Jeremy Ray Taylor nel mostrare la timidezza coraggiosa di Ben che di Wyatt Oleff nel comunicare rigidità impacciata di Stanley. Molto bene anche Jack Dylan Glazer che rende convincente la fobia del suo Eddie e la sua salvifica ribellione, mentre appare un po’ ingessato Chosen Jacobs al cui Mike spetta però uno spazio minore per quanto importante.

Come Stranger Things aveva mostrato il talento dell’allora dodicenne Millie Bobby Brown, così It impone all’attenzione del mondo cinematografico l’altrettanto talentuosa Sophia Lillis. La quindicenne attrice americana risalta non solo per la sua naturale bellezza che la rende credibile come oggetto dei primi turbamenti amorosi del gruppo di Losers. Ma soprattutto eccelle nel gestire con uguale convinzione sia i momenti più spensierati che quelli più ispidi disegnando quindi un personaggio a più dimensioni che riluce di vita propria.

Riprendendo la fine anticipata all’inizio di questa recensione, It è anche un film horror, ma non solo. Ed è questo non solo che fa staccare l’etichetta di prodotto puramente commerciale per permettergli di bussare timidamente alle porte del cinema. Aprire non sarebbe una cattiva idea.

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