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Il Miracolo di chi sa cambiare – Recensione della prima stagione della serie Sky di Niccolò Ammanniti

Non sono pochi i napoletani che, sentendosi chiedere se credono o meno al miracolo di San Gennaro, ironicamente se la cavano con un salomonico “non è vero ma ci credo”. Risposta che vuole essere un modo rapido per non dover rispondere ad una domanda scomoda. Ma anche ammissione inconscia del significato recondito che ha un miracolo: non qualcosa che serve a dimostrare la potenza del divino, ma piuttosto un mezzo per comunicare con chi ne ha bisogno. E d’altra parte lo diceva lo stesso padre Marcello: i miracoli non servono a Dio, ma a chi non crede e a chi sta perdendo la fede. A ben vedere, è in fondo questo il senso ultimo di questa prima stagione de Il Miracolo, la serie Sky che segna l’esordio televisivo di Niccolò Ammanniti.

Un miracolo per pochi

Che Il Miracolo non volesse essere la storia di un evento soprannaturale che travalica l’umana comprensione violando le leggi della natura per obbedire solo a quelle dell’onnipotenza divina, era chiaro fin dalla doppia premiere. Ma lo svolgersi degli eventi durante gli otto episodi di questa prima stagione rendono questa promessa appena accennata una realtà concreta. La statua della vergine che piange compare, infatti, sempre meno spesso e lo stesso stratagemma del congelarla è un intelligente escamotage per suggerire allo spettatore che quel sangue che si accumula in maniera sovrabbondante era solo la scintilla che doveva accendere la fiamma di una serie il cui fuoco si sarebbe alimentato di ben altro.

Tenere nascosto il miracolo in nome di una discutibile ragion di stato ha permesso alla serie di concentrarsi non sull’isteria collettiva che avrebbe colto il mondo di fronte ad una tale rivelazione, ma piuttosto sui pochi personaggi che ne sono venuti a conoscenza. Ed Il Miracolo è appunto la loro storia. Una serie per certi aspetti acerba che sa però di poter crescere solo imparando dai migliori esempi della serialità moderna. Quella che sa che anche la storia più intrigante e appassionante è un contenitore vuoto se non viene riempita con la sostanza dei suo personaggi. Inevitabile, come già fatto per la premiere, quindi richiamare ancora una volta il paragone con The Leftovers. Come il series – finale scritto da Lindelof e Perrotta aveva mostrato, ciò che conta non è quel che è successo, ma il percorso di maturazione che quell’evento ha innescato.

Perciò, Il Miracolo è, infine, una storia privata. Un miracolo per pochi che ha la forza di raccontare una parabola per tutti.

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Il miracolo per chi doveva capire

Ma qual è questo percorso? È semplicemente quello di chi si trova ad un bivio critico della sua esistenza e deve trovare la forza di scegliere quale strada seguire accettando la sfida del dubbio che feroce attanaglia chi è costretto a lasciare la sua quieta condizione di inerzia.

Con il coraggio di un premier bloccato dall’attesa di un referendum che, qualunque sia il suo esito, cambierà il suo futuro affossandolo per sempre nella polvere o innalzandolo trionfante sulle ali della gloria. La storia di Fabrizio che deve accettare che possa esserci altro dal suo egoistico universo dove tutto deve ruotare intorno alle sue esigenze secondo quanto stabilito dalla onnipresente agenda della sua fidata Marisa. Un mondo dove non può esserci spazio per una crisi coniugale perché toglierebbe voti in un momento critico e dove anche i figli piccoli devono restarsene buoni per essere il quadro felice della famiglia perfetta. Invece, il miracolo avviene a ricordare a Fabrizio che qualcosa può sfuggire dal suo controllo e che non tutto può sempre incasellarsi nella sua razionale organizzazione. Che si tratti di una moglie infedele perché insoddisfatta o di una statua che piange litri e litri di sangue.

Il Miracolo è anche la storia di Sandra che si è dedicata anima e corpo alla madre in stato vegetativo sacrificando la sua vita nell’attesa di una guarigione impossibile. E, invece, il sangue in cui credeva di trovare la medicina miracolosa di una malattia incurabile arriva a guarire non la madre che invece muore, ma la stessa Sandra. Curando la sua infondata convinzione che assistere la madre fosse un modo di espiare una colpa inesistente. Portandola a sfidare ogni logica pur di dare un volto al miracolo come se dietro di esso potesse celarsi un senso che le sfuggiva. Capendo, infine, che il miracolo era per lei e lei sola che doveva lasciarsi andare ad un nuovo domani che cancellasse i ruderi di un passato da lungo tramontato.

Situazione in fondo analoga a quella di Clelia ancorata a ciò che poteva essere e non è stato, al ricordo di un amore tranciato come un fiore prima che sbocciasse e alla colpa di un figlio abbandonato per paura e rimorso. Anche se della statua piangente ha solo sentito parlare senza mai crederci, è anche per lei che il miracolo è avvenuto. E non è quello del sangue, ma del cambiamento di cui aveva bisogno per poter finalmente pensare a costruire un domani invece di vivere sempre e solo nel ricordo di un ieri che non è mai davvero esistito.

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Il miracolo dell’innocenza ritrovata

Il Miracolo è anche la storia di innocenti che si sono persi o che stavano per perdersi o che ingiustamente erano stati scambiati per colpevoli. Personaggi che attraversano percorsi differenti accomunati dallo stesso minimo comune denominatore: l’aver visto piangere una altrimenti anonima statua di una delle tante Madonne che popolano l’Italia rurale.

Virtuosi che avevano smarrito la via della fede come padre Marcello e che si sono perciò persi negli inferi del sesso malato e della ludopatia. La figura del prete in cerca di un segno è forse la meglio riuscita di Il Miracolo grazie alla sua forte carica drammatica e alla sua profonda universalità. Perché non c’è bisogno di essere stati missionari o di indossare un abito talare e nemmeno di essere o meno credenti. Sprofondare nelle tenebre di scelte sbagliate può accadere a chiunque ed avere la forza di risalire spesso richiede un aiuto esterno fosse anche solo simbolico. Per questo padre Marcello non è solo un prete in crisi a cui il miracolo dona la luce di una nuova speranza, ma piuttosto un uomo che si è perso e vuole faticosamente ritrovarsi. Credendo in qualcosa di esterno per poter credere di nuovo in sé stessi.

Il Miracolo

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Ma Il Miracolo mostra anche, arrivati alle porte del male, si può anche fermarsi, non aprirle e tornare indietro per decidere di restare sé stessi sempre e comunque. Consapevolmente come Salvo il cui amore incondizionato per Nicolino è il ramo a cui si aggrappa per non lasciarsi affondare in un Maelstrom di odio e vendetta immotivate. Spontaneamente come lo stesso Nicolino di cui non importa se davvero c’entri qualcosa con la morte della piccola Beatrice, perché di certo sarebbe avvenuto in modo incolpevole. E non è un caso quindi che sia proprio Nicolino a scoprire la statua piangente, che questo sia la sua salvezza, che il pianto infinito della Madonna sia una prova tanto eclatante della sua innocenza da convertire anche un boss feroce e spietato. Perché è anche degli innocenti e per gli innocenti che quel sangue è versato.

Il Miracolo chiude la sua prima stagione con un finale volutamente aperto sebbene Ammanniti insista a dire che le risposte sono già tutte lì. In un certo senso è anche vero perché la soluzione dei misteri che restano aperti è irrilevante ai fini della storia che si è voluta raccontare. Una storia di uomini che sanno cambiare e imparare, cadere e rialzarsi. Ed è questo il vero e più spettacolare miracolo.

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