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Il Miracolo e la tv italiana che è cresciuta – Recensione dei primi due episodi della serie Sky

Il Miracolo recensione
Sky

Miracolo è una parola ormai abusata. Avrebbe dovuto indicare (usando le parole del mistico iraniano Nur Ali Elahi) ciò che è al di fuori del potere dell’uomo divenendo in questo modo una violazione delle leggi della natura che solo un ente divino potrebbe operare. Ma questa connotazione fideistica tanto importante in secoli permeati di fervore religioso come il Medioevo si è oggi del tutto persa al punto che miracolo è diventato un sostantivo comunemente usato per indicare qualsiasi evento di cui si voglia sottolineare la natura altamente improbabile, fosse anche solo scherzosamente. Ma importa davvero sapere se qualcosa sia o on sia un miracolo? Dopotutto, come ammoniva lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton, “chi crede nei miracoli (a torto o a ragione) li accetta perché sono evidenti per lui; chi non ci crede li nega (a torto o a ragione) perché ha una dottrina contro i miracoli”. Ed è proprio da questa considerazione che parte la serie evento Il Miracolo.

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Il sangue della Madonna e la ragione dell’uomo

Scritta da Niccolò Ammaniti, al suo debutto televisivo, e prodotta da Sky Italia e Wildside, Il Miracolo parte dalla scoperta di una statuetta della Madonna nel covo di un superboss della ‘Ndrangheta. Un ritrovamento che non avrebbe nulla di particolare se non fosse che l’effigie lacrima sangue. Non le misere gocce che facilmente si possono spiegare con qualche trucco a poco costo, ma l’incredibile quantità di nove litri all’ora in maniera ininterrotta. Prontamente nascosta dal generale Votta (Sergio Albelli) in una piscina abbandonata, la statua porrà il premier Fabrizio Pietromarchi (Guido Caprino), alla vigilia di un referendum sull’uscita dell’Italia dall’euro, di fronte ad un complesso problema: rivelare o meno la prova inoppugnabile di un miracolo? Perché svelare al mondo la Madonna piangente non è solo una questione che riguarda il Vaticano, ma anche e per lui soprattutto un problema di ordine pubblico perché significherebbe affrontare orde di pellegrini invasati e turisti curiosi.

Fin dal crudo cold open della premiere (con il boss Molocco vestito di sangue che si rotola su un pavimento inondato e lo sguardo sconvolto degli agenti dei corpi speciali), è chiaro che alla serie non interessa il miracolo, ma come esso viene accolto da chi ne viene in contatto. Da come le vite di chi assiste al sanguinamento infinito della statua saranno cambiate dall’incontro con un evento che non ha spiegazioni e che costringe a rivedere tutto il proprio sistema di valori e certezze. Poco importa che tu sia un potente boss criminale o un generale dal forte senso del dovere, un premier razionale e inappuntabile o un prete di periferia tutt’altro che irreprensibile, una ematologa obbediente alla ragion di stato o un carabiniere qualunque che non può che inginocchiarsi di fronte alla prova della fede. Quel che conta è che tutti sono uomini che devono confrontarsi con l’impossibile che si fa realtà concreta e inoppugnabile.

Da questo punto di vista, Il Miracolo non può che richiamare The Leftovers, la serie capolavoro di Tom Perrotta e Damon Lindelof. Come nella serie HBO, indizi vaghi e sparsi per spiegare il mistero sono disseminati ad arte (il gruppo sanguigno, la variazione oraria della glicemia), ma darne una soluzione è irrilevante. Perché protagonista di Il Miracolo non è il cosa (la Madonna che piange), ma il chi (i personaggi che, direttamente o indirettamente, intorno a quel cosa si muovono).

Il Miracolo premiere

La carnalità di un miracolo compiuto per chi ne ha bisogno

Per una serie che ha un titolo così fideistico come Il Miracolo, può risultare straniante l’attenzione ripetuta per una certa carnalità. Il sangue che copioso si accumula negli ampi contenitori andando poi a riempire barili interi, il corpo emaciato della vecchia madre in stato vegetativo, la ferita grondante sulla fronte del corpulento prete, la purezza innocente del cadavere della ragazzina alla festa. Una volontà insistita di mostrare la concretezza materiale di una serie che parte da un argomento che dovrebbe essere spirituale. Una scelta certamente voluta per ripetere con le immagini quanto già detto prima: non è l’etereo iperuranio dell’eterno che interessa, ma la concreta realtà del presente.

Perché, come dice saggiamente padre Marcello (Tommaso Ragno), “un miracolo non serve a Dio, ma a chi non ha fede o a chi sta perdendo la fede”. O, allargando il discorso svincolandosi dal tema prettamente religioso, a chi è in attesa. È questo, infatti, il fil rouge che accomuna tutti i protagonisti che si trovano ad un bivio decisivo. Come Fabrizio che aspetta che l’esito del referendum decida il futuro della sua carriera politica. Come sua moglie Sole (Elena Lietti) palesemente a disagio nel ruolo di first lady ma anche e forse ancora più in quello di madre di figli che obbediscono solo alla loro enigmatica tata. Come padre Marcello il cui fulgido passato da missionario apprezzato da tutti è ormai cancellato da un presente dove la fede è sbiadita lasciando il posto alle malate ossessioni per il sesso e il gioco d’azzardo. Come Sandra (Alba Rhohrwacher) il cui atteggiamento professionale è spazzato via non tanto dall’aver dimostrato la realtà del miracolo, ma dalla volontà di leggervi una nuova speranza per la madre in coma. Come lo stesso generale Votta che ha sempre creduto in Dio ma servito lo Stato e deve ora mischiare i due poli opposti delle sue convinzioni. Personaggi le cui vite, volenti o nolenti, si troveranno ad essere indirizzate su binari imprevedibili a causa del miracolo.

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Il Miracolo premiereUn miracolo italiano

Sebbene possa sembrare sciovinista dirlo, è impossibile non rimarcare con malcelato compiacimento quanto Il Miracolo sia una serie tv italiana. Una sottolineatura che non deve essere letta come una venatura nazionalistica, ma piuttosto come un soddisfatto osservare quanto ormai la fiction patria si sia convintamente indirizzata su un percorso innovativo che intende cancellare quel provincialismo limitato che aveva sempre fatto guardare alle produzioni anglofone come un Eldorado irraggiungibile. Se Gomorra era stata il faro inatteso che aveva attirato l’attenzione inusitata del mercato estero sulla nostra tv permettendo il caso di Suburra (prima serie italiana interamente prodotta da un colosso internazionale come Netflix), Il Miracolo è la conferma da lungo attesa che ormai il modo di pensare alle serie tv è cambiato anche in Italia. Perché la sceneggiatura di Ammaniti e soci non ha paura di osare e di staccarsi dai canoni rassicuranti imbevuti di cloroformio di tanta tv tricolore. Perché non si spaventa del pericolo di essere non per tutti rinunciando programmaticamente alle figure classiche sovvertendo i ruoli stereotipati per cui una tata può diventare una figura inquietante e dei bambini dal volto angelico comportarsi in modo irritante. Una serie che sceglie di essere disturbante nelle scene, lenta nello svolgersi della storia, parsimoniosa nei dialoghi, generosa nei silenzi. Il Miracolo, insomma, non prova a piacere, ma semplicemente vuole essere sé stessa e non una facile intrattenimento per un pubblico distratto.

Favoriti da una scrittura che si concentra sui personaggi, gli attori riescono ad esprimere al meglio le proprie capacità calandosi con intensità nei ruoli assegnati. Così Guido Caprino convince nel dipingere la figura di un uomo razionale e calcolatore che al peso opprimente di una carriera in bilico e una famiglia irrisolta deve improvvisamente aggiungere un miracolo che è un problema e non una soluzione. Ancora meglio va Tommaso Ragno il cui padre Marcello mostra nella sua fisicità imponente e nervosa tutta l’insicurezza e l’oppressione di un’anima sofferente. Brava è anche Alba Rohrwacher a comunicare la disperata ricerca di una speranza quale che sia di una Sandra che intuiamo aver avuto più dolori che gioie.

Sarebbe inclemente, dati i recenti precedenti (Non uccidere e La mafia uccide solo d’estate per citarne giusto due), dire che Il Miracolo è un miracolo per la tv italiana. Ma il non poter usare questo banale gioco di parole è la prova definitiva che da tempo aspettavamo: l’Italia ha smesso di produrre fiction e ha iniziato a fare serie tv. Non volevamo altro che questo.

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