Cinema

Il Mio Godard: recensione del film di Michel Hazanavicius

Il mio Godard

Titolo: Il Mio Godard (Le Redoutable)

Genere: biopic, commedia, dramma sentimentale

Anno: 2017

Durata: 102′

Regia: Michel Hazanavicius

Sceneggiatura: Michel Hazanavicius

Cat principale: Louis Garrel, Stacy Martin, Bérénice Bejo, Micha Lescot

Parigi, 1967. Lei, fanciulla in fiore, dolce, talentuosa e virginale attrice debuttante, si innamora perdutamente del regista del suo film. Lui, autore ultratrentenne, stempiato, saccente, politicamente (e polemicamente) impegnato, ricambia a modo suo quest’amore, sullo sfondo di una Parigi lacerata dai movimenti di protesta e nel bel mezzo di una crisi personale e professionale senza precedenti. Lei è Anne Wiazemsky, attrice non ancora maggiorenne, lui è Jean Luc Godard, il genio, il pioniere, il formidabile Godard.

Da questo paesaggio sentimentale emerge uno dei principali spunti tematici di Il Mio Godard (in origine Le Redoutable, il formidabile): il conflitto tra la freschezza spensierata dei ventenni e l’agitazione spirituale dei trentenni. A mio avviso uno dei punti di forza dell’opera, insieme ad un uso eccezionale del sonoro, una fotografia sontuosa e una rappresentazione filologica e onesta del cineasta francese che non sfiora neanche un secondo le trappole dell’agiografia.

Perché Hazanavicius non è tenero con Godard, non lo è con lui né con la protagonista. Ma mentre la passività di Anne (ottima Stacey Martin) si stempera in virtù della sua beata incoscienza, il personaggio di Godard assume più i contorni del villain che dell’eroe, accecato com’è dalla sua foga autoriflessiva. La stessa foga autoriflessiva che il film restituisce senza freni e senza filtri e che definisce il nucleo concettuale e formale dell’opera.

Il 2017 verrà ricordato come l’anno dei film che dividono. L’anno in cui certa critica non ha perso occasione di radicalizzarsi su posizioni appassionate e faziose, penso a Madre!, Blade Runner 2049, Dunkirk, e adesso a questo Il Mio Godard. Perché Il Mio Godard corre davvero il rischio di dividere essendo un film saldamente a tesi. Ma lo è in un modo così dichiarato e autoconsapevole da risultare ostico, spinoso, problematico, da non sembrare neanche più un film bensì un tutorial sulla Nouvelle Vague e la sua eredità.

Il film vuole parlare dei film, è chiaro, tutto Hazanavicius lo fa e la sua poetica non è mai un discorso diretto sulla realtà ma è un discorso indiretto sul cinema che fa discorsi sulla realtà (The Artist). Ma in Il Mio Godard lo fa senza tatto, sottigliezza o ellissi, ma mira a altezza d’uomo e spara a vista. L’intento vagamente ambizioso de Il Mio Godard è girare un film sul più importante esponente della più importante avanguardia filmica degli ultimi cinquanta anni e ambientarlo nel più importante periodo della storia recente. E tutto il film è un pomposo parlarsi addosso di temi importanti come il Cinema, la Politica, la Cultura, la Rivoluzione ecc. e in più parla di sé stesso.

Perché in questo delirio specchiocentrico e citazionista, qualsiasi cosa vi verrà in mente sul film sarà già stata verbalizzata dal film, è questo il paradosso meta-linguistico che l’opera porta al parossismo. Tutto il film è uno storytelling, un ragionare ad alta voce, Hazanavicius ci mostra letteralmente i suoi/nostri pensieri. Vi verrà in mente la parola disprezzo? Il disprezzo è servito. Vi verrà in mente la parola presuntuoso? La parola presuntuoso è servita. Vi verrà in mento la mentalità borghese? La mentalità borghese è servita. Ed anche allo sguardo dello spettatore più consapevole e smaliziato, ormai avvezzo a un certo tipo di cinema postmoderno e autoriflessivo, questo eccesso di auto-consapevolezza avrà un vago retrogusto didascalico arrivando spesso a far storcere il naso.

E’ chiaro che la pellicola implica un mandato spettatoriale molto forte, a seconda dello sguardo che lo assimila il senso della fruizione può cambiare anche sensibilmente. Per lo spettatore cinefilo il film è un omaggio a una figura e un momento chiave della storia del cinema, per lo spettatore comune è la scoperta e l’attualizzazione di temi e stilemi che di quel movimento erano i tratti distintivi.

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Perché la Nouvelle Vague (grossomodo: nuova ondata) è quel movimento avanguardistico nato alla fine degli anni ’50, che raggruppa giovani autori francesi accomunati da un generale spirito di rinnovamento delle regole del cinema classico a favore dell’immediatezza del cinema diretto, da realizzare tanto attraverso soluzioni formali (macchina a mano, montaggio brusco) quanto narrative (racconto aperto, perdita di realismo, autorefenzialità del racconto).

Jean-Luc Godard, insieme a Truffaut, ResnaisChabrol, era uno dei capostipiti di questo movimento, ma giunto all’apice della sua carriera egli decide di voltare le spalle al passato a favore di una visione politica che non solo radicalizza ma rifiuta in toto i modelli e le convenzioni del cinema classico (la trama, il montaggio invisibile, il coinvolgimento emotivo).

Il suo è un tentativo di fare del cinema politico puro, un cinema che rimanda al teatro politico di Brecht e che vuole negare qualsiasi identificazione passiva del pubblico per generare, all’opposto, una riflessione critica e aperta sugli oggetti rappresentati, attraverso tecniche espressive stranianti e respingenti. Quello di Godard post-conversione vuole essere un cinema sia formalmente che ideologicamente sperimentale, un’arte di protesta che porta al cambiamento sociale, un attacco ai sensi dello spettatore da perpetrare coniugando le tecniche del documentario e lo stile delle avanguardie (La Cinese, Crepa padrone, tutto va bene e i film del collettivo Dziga Vertov).

Questa, a grandi linee, la rivoluzione spirituale e stilistica vissuta dal cineasta e filmata da Hazanavicius. Una metamorfosi radicale che Godard, autocritico severo, vive con una profonda agitazione dell’anima. Il Mio Godard è molto accurato nella ricostruzione filologica e restituisce gli eventi con pregevole fedeltà. Eppure, a ben guardare, la regia assume una netta presa di posizione verso il suo protagonista cui attribuisce un segno negativo dal primo all’ultimo istante. Il Godard di Hazanavicius scatena sentimenti di fastidio, irritazione e disprezzo, è evidente. Ma Godard, e di riflesso la prospettiva che assume, chi o cosa rappresenta?

Personalmente mi piace leggere Il Mio Godard nella sua chiave dissacratoria-parodistica. Ponendo l’accento sul temperamento ossessivo e incoerente del cineasta (che osanna Mao ma tratta la fidanzata come un oggetto di sua proprietà, che vuole cambiare la realtà ma ha occhi troppo miopi per decifrarla), Hazanavicius filma un atto d’accusa nei confronti di un certo cinema politico puro, o della capacità stesso del cinema di essere politico, di incidere sulle azioni delle persone, e lo fa proprio per contrappasso. Ossia mostrandoci un cinema che è tutto tranne che politico in quanto decorativo e masturbatorio.

Il MIo Godard

Tutta la confezione estetica è la negazione di uno stile personale a favore di un citazionismo spinto e imitativo, l’effetto deja-vù è dirompente. Tutti gli stilemi della Nouvelle Vague vengono sistematicamente sviscerati e citati, anche in chiave dissacratoria. Ma si può dissacrare un movimento che già di suo è geneticamente dissacratorio e sovversivo? Che già per statuto scombussola tutte le leggi e le convenzioni di un linguaggio in nome di un concetto assoluto di libertà? Cui prodest?

Se l’assunto fosse in chiave restauratrice, volto cioè a declassare la portata innovativa di quell’impianto in arcaismo stilistico, beh, missione compiuta, mi verrebbe da dire. Ma anche sul piano dei contenuti la musica non cambia perché tutto il film è un ininterrotto bla bla land di temi alti che annacqua grazie alla retorica ampollosa con cui pontifica e che, in buona sostanza, annoia.

Ma se un film annoia l’effetto non sarà mai politico perché lo spettatore si spegne invece che accendersi. I suoi sensi non saranno attaccati ma atrofizzati. Perché Il Mio Godard si muove su una terra di nessuno percettiva, non scatena né riflessione critica né coinvolgimento emotivo, non è né brechtiano né sentimentale e in un certo senso risulta irrisolto sia sull’uno che sull’altro fronte.

A starci attenti il messaggio in chiave positiva c’è, ed è un j’accuse contro tutte le spocchie, su quanto sia fumoso e irritante parlarsi addosso rinunciando all’empatia e ai sentimenti. Ma Il Mio Godard lo fa con un film che per tutta la durata si parla addosso e ti sembra fumoso e irritante. Bel lavoro, mi verrebbe da dire. Ma anche ammettendo il riconoscimento del chiaro nucleo concettuale che per statuto lo sorregge – e giustifica – resta un’opera fuori dalla portata dello spettatore comune, un saggio astratto tra il dire e lo strafare, un oggetto autoreferenziale che stimola sì lo spettatore a riflettere sulle implicazioni politiche della forma, ma anche un artificioso calembour la cui fruizione non provoca genuino piacere ma solo sterile compiacimento.

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