How to get away with Murder

How to get away with murder e l’episodio dell’inconsistenza, recensione episodio 4.12

How to get away with murder

Le quattro annate consecutive di How to get away with murder sono state complessivamente un successo assicurato, su questo non c’è alcun dubbio. Ma, come ogni buon prodotto televisivo che si rispetti, l’alternanza sul filo del rasoio tra alti e bassi è un deficit scontato di ogni stagione, e per questa quarta stagione sembra proprio essere arrivati alla fase di luna calante. “Ask him about Stella” si presenta infatti, sin dai primi minuti, come un accozzaglia poco omogenea di eventi che sembrano il preludio di qualcosa di forte, ma che alla fine si concludono in niente, quasi come se l’intero episodio fosse semplicemente un passaggio obbligatorio per raggiungere in fretta e furia il cliffhanger dell’attesissimo incontro con Olivia Pope e del crossover con Scandal rinviato a tre settimane da oggi.

How to get away with murder

QUELLO CHE NON CONVINCE

Nel corso degli 11 episodi andati già in onda negli Stati Uniti How to get away with murder ci ha già propinato tante cose che non convincevano particolarmente, ma questo dodicesimo capitolo ci ha imperativamente obbligato a fermarci un attimo e a fare il punto della situazione su troppe cose che non riescono a quadrare, né  a trovare un senso compiuto. Innanzitutto, la storia di Isaac e della sua dipendenza è incredibile solo a sentirla, magari dovremmo essere noi a prendere qualche oppiaceo per farcela scendere giù: da che mondo è mondo, non si è mai sentito di un ex tossico riuscito ad avere l’abilitazione alla professione di psicoterapeuta; l’uso di svariati tipi di droghe nel suo passato, più che rendere Isaac capace di empatizzare con i suoi pazienti, al contrario penso che lo renda completamente inservibile ed inconcludente. Se inizialmente potevamo, seppur con tanta difficoltà, chiudere un occhio su questa storyline che sicuramente prima del mid-season nascondeva del potenziale, specialmente per l’alone di mistero che aleggiava attorno alla figura dello psicoterapeuta di Annalise, scoperte tutte le carte crea più disagio e fastidio che interesse.

In secondo luogo, è passato pochissimo tempo dall’incidente con Simon, ma i ragazzi, come il titolo di quel famoso film della Cholodenko, sembrano stare bene, anzi, più che bene, intenti ad assaggiare croissants e pianificare matrimoni. Se c’è una cosa che il gruppo ha imparato facendosi le ossa alla scuola di Annalise è sicuramente l’abilità nel riprendersi rapidamente e con dignità, ma qui mi sembra che sia stato premuto il tasto speed up troppo superficialmente. E’ certo che la verità sul finto suicidio verrà prima o poi a galla, scombussolando gli animi dei protagonisti della vicenda, ma mettere in stand-by le emozioni, lasciando ben in vista una quotidianità anche molto scialba, non è stata, parere personale, una mossa vincente. Dov’è finita la paura di essere scoperti? Dove i sensi di colpa? In quale tasca hai dimenticato la verosimiglianza, Shonda?

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Non riescono più a conquistarci Annalise ed i suoi tentativi di fare ammenda, con chiunque. Che si tratti di Bonnie, di Wes, di Laurel, di Nate, del gruppo, della class action, di Isaac, tutto ci è un po’ venuto a noia. Alla base delle azioni di Annalise, della sua vita intera, c’è uno schema ripetitivo che in un loop circolare la porta ad agire egoisticamente, a rendersi conto di aver sbagliato, a chiedere scusa e cercare di rimediare. Questa è la stagione dello scontento, dove il vittimismo e la pietà hanno preso il sopravvento sulla fierezza e l’audacia dell’Annalise della prima stagione. Questo ci ha permesso di vedere il personaggio principale di How to get away with a murder da un’altra prospettiva che l’ha resa più umana, più simile a tutti noi. Forse Annalise è stata davvero idealizzata troppo e troppe volte nel corso delle prime stagioni, ma ciò non toglie che abbiamo di nuovo bisogno di un cambio di registro.

Persino l’arrivo dell’ambigua mamma di Laurel e del suo presunto coinvolgimento nella questione della custodia del bambino sembra essere un amo gettato nel mare con poco interesse di vedere se qualcosa possa abboccare. Sul piccolo schermo di How to get away with murder hanno fatto la loro apparizione svariati villains, con la loro bella dose di mistero ed equivocità, ma l’introduzione di un altro nemico oltre Jorge Castillo sembra svelare che non ci sia un piano ben preciso relativamente alla direzione che la storia potrebbe prendere.

How to get away with murder

QUALCOSA SI PUO’ SALVARE

Qualcosa (seppur poco) tuttavia oggi si può ancora salvare. L’episodio, infatti, ci regala qualche minuto di gioia quando Laurel finalmente riesce ad incontrare, per la prima volta, suo figlio, al quale decide di dare il nome di Christopher.

Mentre un mucchio di situazioni molto disordinate prendono il sopravvento, talvolta perdendo anche il filo conduttore e sfociando in vicoli ciechi, sembra esserci del trasporto latente nei confronti di Bonnie e del doppio-gioco che, a pace fatta con Annalise, sta conducendo con il procuratore Denver. Potrebbe essere qualcosa di produttivo ed interessante, una ventata di novità che spacca la monotonia di una storia che ci stiamo portando dietro dalla scorsa stagione ormai.

Ma per quanto How to get away with murder possa sfornare episodi noiosi e plumbei, l’asso della manica di una serie del genere rimarranno sempre l’arcana ambiguità ed il culto sacro per i segreti, una serie capace di cambiare da un momento all’altro tutte le carte in tavola tenendoci, così, sospesi a mezz’aria e sempre agganciati al televisore in attesa del prossimo episodio, che se quello precedente è stato mediocre possiamo sempre aspettarci il meglio per il futuro da chi fa del mistero il suo pane quotidiano.

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