How to get away with Murder

How To Get Away With A Murder e la rivincita della giustizia – Recensione episodio 4.06

How to get away with a murder è uno show aperto, attento ad ogni possibile combinazione di dinamismo ed esplosività, ma soprattutto completamente avverso all’immobilismo. Non si blocca su trame o personaggi in particolare, ma lascia che gli eventi siano il frutto (non?) casuale di una serie di eventi concatenati tra di loro dal buon vecchio principio di causa-effetto. Chi l’avrebbe neanche solo potuto immaginare che Annalise sarebbe finita in prigione, la casa sarebbe bruciata, o addirittura che Wes, uno dei personaggi principali, sarebbe uscito di scena – tanto per citarne qualcuna – ed invece eccoci qui, col pugno saldo su un’estremità del gomitolo per vedere, una volta sciolto il bandolo della matassa, dove ci porterà l’altro capo. E noi, semplicemente, lo adoriamo.

L’attento osservatore seriale noterà che questa settimana tutte le azioni e gli intenti dei personaggi convogliano verso il tentativo di poter fare giustizia, chi in un modo, chi in un altro. Annalise continua con la sua personale battaglia contro i mulini a vento cercando ad ogni costo di far andare a buon fine la sua action-classanche se questo significa presentarsi all’ufficio del procuratore ed alzare la voce più del dovuto.

Il nemico di turno è ancora una volta il procuratore Denver che dalla fine della scorsa stagione sta dando tanto filo da torcere ad Annalise, con l’unico obiettivo di vederla definitivamente k.o. per mano sua. A spalleggiarlo un’ancora rancorosa e confusa Bonnie, ormai braccio destro di Denver ed un ambiguo Nate, che ancora non riusciamo a capire da che parte voglia schierarsi.

Quando Claudia, una delle detenute della prigione contattata da Annalise vede minacciati i suoi figli e la possibilità di confisca della casa, l’avvocato parte subito alla carica nella sua armatura scintillante contro l’evidente abuso di potere del distretto del procuratore. A sostenerla nella causa Connor, anche lui in cerca di giustizia personale nei confronti di una vita che l’ha reso instabile e sbandato, che sembra aver dimenticato i drammi del passato causati dalla stessa persona che ora lo sta riportando a galla un po’ per volta.

Paradossalmente vicinanza e lontananza da Annalise sembrano creare lo stesso identico effetto. Ma Annalise lotta per un po’ di giustizia anche a livello personale, intimo, quando l’analista le chiede di scrivere una lettera a Sam. Le parole escono fuori chiare e veloci, ma sono quelle che banalmente raccontano il susseguirsi degli eventi nella vita di Annalise; il vuoto, la paura, la distruzione, l’angoscia, i sentimenti che prepotentemente hanno preso il sopravvento fino a spingerla a disprezzare quell’uomo che un tempo aveva tanto amato sono bloccati sulla bocca dello stomaco, costringendola a strappare pagina dopo pagina senza riuscire ad essere sviscerati. Giustizia per un passato doloroso. Giustizia per un amore andato a male. Giustizia per tutte le ingiustizie patite e mai recriminate.

IL CASO ANTARES

Laurel è spietatamente alla ricerca di giustizia per Wes. Se l’identità dell’assassino è chiara sin da subito (o quasi), il movente è ancora un grosso punto interrogativo sino ad oggi, quando How to get away with a murder rivela la ragione dell’omicidio, ovvero una mera e poverissima questione di denaro connessa alla società Antares.

Scoperto anche l’ultimo tassello mancante, la mossa successiva vede Micaela toccata nel personale perché costretta a tradire Tegan, che invece stima particolarmente. Wes o Tegan, morti o vivi, giustizia o tradimento, dicotomie costanti che lasciano spiazzati i personaggi ed in balia di eventi e talvolta anche di decisioni affrettate. Comunque tutte le convinzioni che, sino ad ora, ci siamo trascinati come zavorra pesante si dissipano in un attimo quando Micaela, a fine episodio, esplode masticando rabbia mentre sputa la verità che noi abbiamo avuto il coraggio solo di pensare: non è di Annalise la colpa della morte di Wes, ma di Laurel.

L’ammissione di tale verità rende ancora più incomprensibile, inaspettato e forse anche ripugnante il riavvicinamento con Frank, anche lui sulla strada per colmare il vuoto della propria giustizia. E’ giusto che Frank torni ad avere un ruolo nella vita di Laurel? E’ giusto che si prenda cura di un bambino che, da un punto di vista genetico, non gli appartiene? E qualora fosse realmente il padre del bambino, è giusto che le cose tornino esattamente a com’erano prima della morte di Wes? Interrogativi che il personaggio quieto, pacato e di poche parole come Frank rigira non solo a Laurel stessa, ma anche a noi.

How to get away with a murder

Tra i personaggi di sempre, tuttavia, How to get away with a murder ci regala un interessante raccordo soggettivo sul terapista di Annalise, alle prese anche lui con i propri drammi ed i propri fantasmi del passato. Annalise sembra, infatti, averlo toccato emotivamente talmente tanto da avergli fatto riportare alla memoria eventi spiacevoli dai quali, con estrema difficoltà, sembrava esserne uscito con l’aiuto di un’altra terapista che si rivelerà poi essere la sua ex-moglie.

Poco credibile come story-line perché si presuppone che un terapista debba avere la stabilità personale per poter essere poi di supporto per i propri pazienti, mentre in questo caso sembra che l’analista venga inspiegabilmente risucchiato in un vortice di morbosità oppressiva nei confronti di Annalise, ma non per questo trama da sottovalutare. Mi verrebbe da sottolineare che anche qui, come la stessa ex-moglie dichiara, bisogna preoccuparsi degli altri tanto quanto di sé stessi, scindendo il buono dal nocivo. Giustizia personale anche in questo caso, ma la tralasciamo perché il personaggio ha qualcosa di losco ed ancora non sappiamo se ci piace oppure no.

La scia di sangue che ci accompagna dall’inizio della stagione ha svelato l’identità di un altro personaggio incolume: Annalise è “salva”, sicuramente, ma oramai non mi spingo più di tanto a definirla anche “sana”.

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