Handmaid's Tale (the)

The Handmaid’s Tale 2: I momenti più intensi e sconvolgenti della seconda stagione

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Non è un segreto che la serie tv tratta dal libro di Margaret Atwood ci abbia abituato a scene intense, significative, violente. Scene che hanno caratterizzato la prima stagione dell’Ancella e ci hanno mostrato con brutale ironia quanto siamo in realtà vicini, nella scena politica attuale, americana e non, al dire addio per sempre a libertà che diamo ormai fin troppo per scontate. The Handmaid’s Tale 2, con una seconda stagione altrettanto impegnativa, non manca di ricordarci lo stesso.

In 13, strazianti episodi abbiamo visto un treno in corsa che si è fermato alle stazioni di “maltrattamento”, “stupro”, “persecuzione”, “favoreggiamento” e “terrorismo”. Dopo una prima stagione che ha seguito le fila del romanzo da cui era tratta, la seconda stagione, The Handmaid’s Tale 2, non ha più redini che possano frenarla. Gli sceneggiatori non si fanno scrupoli nell’esplorare quello che ancora manca nel puzzle complicato che è il mondo e la vita di June (Elizabeth Moss).

Ecco perchè questa stagione, forse ancor più della scorsa, non si risparmia in scene da brividio. Alcune scene realmente intense, in grado di smuovere completamente lo spettatore. Noi, con l’aiuto dei recap settimanali di Vulture (davvero, davvero esaustivi e interessanti) abbiamo cercato di stilare un elenco dei momenti più intensi di questa passata stagione di The Handmaid’s Tale 2. Ho quasi paura a pensare a cosa ci aspetti nella stagione tre!

Episodio 2.01 – La “finta” impiccagione 

Handmaid's Tale 2

Credits: Hulu

Per stabilire fin da subito il tono di The Handmaid’s Tale 2, l’episodio intitolato “June” ci riporta esattamente dove la prima stagione ci aveva lasciati. Una macchina, June in trappola, la destinazione ignota. Presto si scopre che è allo stadio di Boston che la ragazza, insieme alle altre ancelle, viene condotta, per una punizione esemplare. Mentre Aunt Lydia (Ann Dowd) recita uno dei suoi soliti discorsi, le ancelle temono per un istante di essere sul punto di morire. Imbavagliate e legate, un cappio al collo, arrivano ad un passo dalla morte.

Oltre a dimostrare l’inesorabile solitudine della morte, la scena in se è potente per quel messaggio che trasmette. Un messaggio di instabilità emotiva e mentale. Le ragazze non pensano nemmeno per un instante che Gilead non possa permettersi di sacrificare tutte quelle ancelle. Il loro primo pensiero è “Sono sul punto di morire”. Ed è inquietante come un governo totalitario e dittatoriale possa annullare, così radicalmente e in maniera così profonda, il raziocinio e anche la minima parvenza di speranza.

Una scena che racchiude in se tanto, troppo del mondo di Gilead e della realtà che June e le altre sono costrette a subire. Che da uno schiaffo agli spettatori e li fa risvegliare dalla parvenza di sicurezza che questa pausa tra la prima stagione e The Handmaid’s Tale 2 aveva concesso loro.

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Episodio 2.02 – Altare al Boston Globe / Scoperta del muro delle “esecuzioni”

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Credits: Hulu

Molto meno “brutale” o violenta rispetto ad altre scene che hanno sconvolto il mio stomaco e la mia sensibilità nei mesi trascorsi, resta tuttavia tra quelle che mi hanno maggiormente toccato quest’anno. Io, come molti altri, non ho paura di scrivere ciò che penso: che sia su un blog, su twitter o qualsiasi social, mi sento in diritto di esprimere la mia opinione semplicemente in quanto tale. Mia, mia e di nessun altro. Lo stesso lusso non è soltanto un miraggio nella Gilead di June ma è, più di ogni altra cosa, il risultato di un sanguinoso sterminio. Uno che ha visto schierati e giustiziati dieci, cento giornalisti del Boston Globe. Soltanto per il loro diritto, la loro opinione. La libertà di stampa.

Sebbene June costruisca un altare nel Boston Globe, un modo per ricordare i morti davanti a quel muro bucato da proiettili ormai da tempo freddi, il suo non è che un cerotto. La ferita, quella causata dallo sterminio di una redazione, non è limitata a Boston ma probabilmente interessa tutto il territorio controllato da Gilead.

Quanti altri giornali sono stati chiusi? Quante altre redazioni schierate davanti ad una parete e giustiziate? E’ una domanda che non ho potuto fare a meno di domandarmi mentre fissavo il personaggio di Elizabeth Moss piangere davanti a quel muro. Un nuovo Muro del Pianto. Uno che, tanto nella realtà distopica della serie tv che nella nostra, non va sottovalutato.

Episodio 2.02 – Emily avvelena la Moglie nelle Colonie

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Credits: Hulu

Un ambiente brutale e disumano come quello delle Colonie potrebbe far credere che possa esserci solidarietà anche tra Mogli e Ancelle. Non è così. La realtà delle Colonie – presentate in maniera molto più vivida e autentica di quanto lo siano state su carta – non lasciano spazio alla carità. Di certo non verso la donna che ti ha forzato su un letto, mese dopo mese, mentre suo marito ti violentava in nome di Dio.

Emily (Alexis Bledel) da il meglio di se in questo episodio. Forte, anche mentre altre compagne cedono al peso della disperazione, non si lascia scappare l’occasione di aiutare le altre. Ma quando è una Moglie ad essere condannata allo stesso destino delle altre – una Marisa Tomei in ottima forma, se mi concedete di sottolinearlo – Emily non riesce a provare lo stesso trasporto e la stessa pietà che invece la spinge ad essere un supporto, una colonna per tutte le altre.

La morte della donna, così forte e al tempo stesso estremamente semplice, mostra un lato di Gilead che forse non è ancora stato sufficientemente sottolineato nei passati episodi: karma’s a bitch. Magari non oggi, non domani, eppure prima o poi tutti quelli che si sono macchiati di crimini atroci avranno la loro punizione. Magari non teatrale come quella di Mrs O’Conner, che finisce legata ad una croce, ma è comunque lì, dietro l’angolo.

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Episodio 2.03 – Il mancato decollo e l’addio alla libertà

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Credits: Hulu

Cercare di fuggire da una condizione di cattività – e più in generale, in questo caso, di schiavitù – è complesso. Complesso perchè si tratta di una realtà fortemente stratificata, in questo caso con un governo supportato da un regime militare ed in cui anche il minimo respiro potrebbe costituire reato. Forse ancora peggio: reato punibile con morte. Per questo, anche sapendo quanto crudele e disumano sia stato il trattamento riservato a June non possiamo che tifare per lei quando vediamo l’aereo sulla pista di decollo.

Il vero guaio è che tuttavia siamo all’episodio tre. Non siamo tanto illusi da credere, speranzosi, che questo sia il punto di arrivo. Guardare quella linea bianca sull’asfalto e sperare che l’aereo decolli senza qualche interruzione sarebbe come sognare un mondo libero da guerre. Un mondo che si auto-gestisca nel giro di uno schiocco di dita.

La strada per June non inizia nè finisce con quella linea bianca. L’aver respirato una parvenza di libertà può averle fornito nuovi mezzi, nuovi strumenti, ma non l’ha liberata. Le catene che la imprigionano sono sia mentali che fisiche e, purtroppo, non riesce a liberarsi nè dalle une nè dalle altre, in questo episodio. L’areo non decolla e June, con nostro profondo disappunto, un macigno nello stomaco davanti alla scena dei soldati che la trascinano fuori dall’aereo,

Episodio 2.05 – Monologo di June che si risveglia in Ospedale

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Credits: Hulu

L’episodio 5 dell’Ancella è stato, quest’anno, forse tra i più complessi e complicati da digerire e mandar giù. Siamo abituati a vedere June ribellarsi con tutte le proprie forze a quello che il destino imposto dal regime dittatoriale che chiama casa. Che, un tempo, chiamavamo America. Ogni volta sembra che ci sia una nuova ingiustizia, un nuovo torto. Ma il punto fisso era sempre stata lei, che anche nella sua mente si ribellava a quanto tutto ciò che la circondasse fosse profondamente e oggettivamente sbagliato.

Tutto questo è venuto a mancare nell’episodio 5, uno in cui June si è lasciata praticamente sanguinare per delle ore, forse più di un giorno intero. Non ha chiesto aiuto, non ha voluto conforto. E’ come se si fosse rassegnata alla morte, per se stessa e il suo bambino. Tanto da essere ritrovata da un Nick (Max Minghella) disperato in una pozza di sangue, sotto la pioggia battente, fuori dalla sua finestra.

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Non è tuttavia quest’ultima scena ad avermi toccato più di tutto. E’ stato in seguito, alla fine di un episodio già di per se incredibilmente toccante, che ho assistito ad un momento che mi ha profondamente scosso. Una donna, incinta, che non dovrebbe pensare ad altro se non al benessere, proprio e del proprio figlio non ancora nato, che gli promette che non lo farà nascere in un mondo come quello. E’ una promessa scritta con il sangue. Una che, purtroppo, sappiamo non potrà avverarsi ma che non di meno scava nel profondo. June sa cosa significa provare a scappareancora una volta, ma non di meno promette di farlo. Perchè ama il piccolino che le sta crescendo nella pancia e non può che rassegnarsi davanti alla vastità di amore che prova per lui. Anche a costo della propria incolumità.

Episodio 2.06 – Serena Joy presenta il proprio libro all’Università 

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Serena Joy. Oh ragazzi, Serena Joy!

Siamo ormai abituati a guardare al mondo di Gilead come ad una realtà drasticamente maschilista. Un mondo in cui il ruolo della donna, la sua posizione nella società, è limitato e subordinato a quello di un marito, un fratello, un uomo. Per questo motivo guardare come una donna abbia contribuito alla nascita di un simile movimento e aiutato ad idearne le linee guida è sconvolgente. Serena Joy (Yvonne Strahovski) è la stella di questo episodio. E’ profondamente difficile guardare come lei, una donna con la testa sulla spalle, istruita e in grado di ragionare come e meglio di un uomo abbia scelto, consapevolmente, di essere semplicemente una Moglie.

La scena in cui Waterford (ironia della sorte!) grida This is America! Let her speak!” perchè in America tutti hanno il diritto di parola si trasforma in una rivolta che termina con una pallottola allo stomaco di Mrs Waterford. Ma è di Serena che siamo parlando. Fin dal momento in cui sale sul palco e si lascia insultare, imperterrita, fino a quando parla davanti alla folla, la determinazione che traspare in ogni suo gesto e parola, ad essere al centro di tutto. E’ drastico, drammatico vedere una potenza come quella, che scaturisce da una donna del genere, solo per poi essere rilegata a mero ornamento. E’ ingiusto ed è scandalosamente duro da digerire.

Episodio 2.07 – Le Ancelle sussurrano i propri veri nomi al supermercato

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Credits: Hulu

Sappiamo bene come i nomi vengano attribuiti alle ancelle nel mondo di Handmaid’s Tale 2. Si tratta di un processo che priva la donna della sua identità, che da padrona di se stessa si trasforma in mera proprietà di qualcuno. Di un uomo, più nello specifico. Aggiungendo ad “Of” (inglese “di”) al nome del comandante (nel caso di June, “Fred”) si ottiene un nuovo nome, il nome di un’ancella: Offred. Ma non è questa la vera identità di June o di Emily o delle altre. Per questo quando la morte di Ofglen – che esce di scena, letteralmente, con il botto – sconvolge le sue compagne, che non sono nemmeno in grado di ricordarla con il suo vero nome, il nome di tutte assume un nuovo significato.

La scena in cui le ancelle sussurrano i propri nomi al supermercato è una scena forte, bellissima. Si tratta di un atto di ribellione, il cui sapore è ancora più dolce perchè è un atto condiviso e perpetrato proprio sotto il naso dei Guardiani, ignari di tutto. Le ancelle prendono una posizione, in quel momento: si rifiutano di lasciarsi calpestare da Gilead e riprendono, anche se solo in minima parte, controllo della loro vita. Non sono soltanto oggetti, non sono ornamenti o strumenti per sfornare figli, prima di tutto sono donne. Sono delle donne padrone della propria mente e, per un breve istante, anche della propria vita.

Episodio 2.08 – Waterford flagella Serena davanti a June

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Assistiamo ad un cambiamento davvero radicale per quanto riguarda il comandante Waterford (Joseph Fiennes) in questo Handmaid’s Tale 2. Sapevamo già che si tratta di un uomo subdolo, la cui mentalità e decisioni possono spostarsi dall’affetto al rancore alla violenza nel giro di pochi istanti. Sappiamo inoltre che si tratta di un uomo con profondi complessi, mentali e fisici, che lo rendono sensibile a qualsivoglia attacco alla sua parvente condizione di potere. Quando il comandante, moribondo, si trova in ospedale dopo l’attacco di Ofglen, è Serena, con l’aiuto di June, a prendere in mano le sorti di Gilead. Lavorando insieme le due donne non solo “tengono in piedi la baracca” ma si liberato anche di un ostacolo non da poco.

Il ringraziamento di Waterford? Dopo aver gentilmente detto a Serena di “togliersi dalle scatole”, senza nemmeno un grazie, il passo successivo è quello di rimetterla in riga. Waterford dimostra di sentirsi molto minacciato da una donna come sua moglie, dalla sua determinazione e la sua forza e fa di tutto per spegnere anche la più piccola fiamma della sua personalità prima che quest’ultima divampi in incendio. Quando Fred punisce Serena davanti ad Offred, in seguito al suo trasgressivo gesto di aver chiamato un dottore (adesso una Rita) per la piccola Judith, la scena è straziante. Non soltanto perchè è un marito a fare questo a sua moglie ma, più in grande, perchè è un uomo a farlo ad una donna. Autorizzato, per altro, dalla legge.

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Episodio 2.09 – Nick confronta Luke, marito di June, al bar in Canada

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Grazie a continui flashback, anche nel corso di Handmaid’s Tale 2 abbiamo assistito a spezzoni del passato di Luke e June.

Se vogliamo essere davvero sinceri, ci siamo innamorati in parallelo della coppia che un tempo era stata quella di June e Luke (O.T. Fagbenle) e della coppia che si stava formando, nel frattempo, tra June e Nick. Non sono mai stata in grado di recriminare June o Nick per quello che stava nascendo tra loro. Non posso nemmeno immaginare i sentimenti che hanno spinto June tra le braccia del guardiano, poi diventato il padre di sua figlia. Ma in fondo Luke ha lasciato sua moglie per June, la amava davvero. Come si fa anche solo pensare di poter scegliere tra Luke e Nick? Non si può.

Per averne una prova basta focalizzarsi su quei pochi minuti in cui Nick e Luke si trovano faccia a faccia nel bar. E’ un momento pieno di pathos, elettricità che scorre dalle dita dei piedi fino alle punte dei capelli. Perchè? Si parla del passato di June e, in un certo senso, del suo presente. Se da un lato Luke non ha la più pallida idea di chi ha di fronte, Nick ne è dolorosamente consapevole. E’ il marito della sua “ragazza”, come la chiama Rita nell’ultimo episodio. Non importa quello che è accaduto, sebbene June sia sposata, Nick la ama. E questo, a mio avviso, rende la scena di un’intensità indescrivibile.

Episodio 2.09 – Protesta fuori dall’hotel, confronto tra Luke e Waterford 

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L’altro importante confronto dell’episodio nove di Handmaid’s Tale 2 è senz’altro quello tra il marito di June e Waterford (o i Waterfords, in massa, se vogliamo). Da un lato l’uomo che ha fatto di tutto per portare June in salvo; dall’altro l’uomo che, mese dopo mese, l’ha stuprata e l’ha fatto passare come “il volere di Dio”. E’ un momento brutale, sensazionale. Un cartellone di June, Luke e della piccola Hannah è quello che si staglia contro il nero degli abiti di Waterford e quelli azzurri di Serena. Nick e quest’ultima sono le persone maggiormente provate dall’attacco di rabbia di quest’uomo. E’ sua moglie, quella nella foto. Non un’ancella, non un surrogato, non un corpo da essere usato unicamente per sfornare figli

Sebbene Waterford non sembri minimamente toccato dal gesto disperato e arrabbiato di Luke, sicuramente Serena resta colpita. E’ pur sempre una donna, sono pur sempre delle persone quelle che vede davanti. Chissà se in quella foto di June e Luke riconosce un’ancella, la donna che tiene ferma sul letto mentre suo marito fa i suoi porci comodi, oppure se vede la madre e la moglie, solo in una condizione diversa dalla sua.

Episodio 2.10 – Lo stupro

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Prima dell’episodio 13 – che, oggettivamente, è davvero estenuante da guardare e vivere – ci sono stati pochi momenti che mi hanno fatto credere di essere “al top” di questa seconda stagione. Ma se c’è una cosa che, oggettivamente, Handmaid’s Tale 2 è riuscita a fare è stato creare momenti strazianti e dolorosi difficili da dimenticare. Come la scena dello stupro nell’episodio 10. Una scena difficile, da immaginare e da guardare, con una complicità tacita in quella violenza tra un marito e una moglie che compiono quell’atto insieme, entrambi responsabili di quanto sta accadendo. Non importa che sia Waterford il perpetuatore, Serena è la mente dove suo marito è il braccio.

Come spesso la stessa June ci aveva riferito con la sua voce fuori campo, durante la Cerimonia è più semplice estraniarsi, immaginarsi lontano da quel momento e luogo e atto. Ma quello che accade ad una donna a nove mesi di gravidanza non è qualcosa che sia facile da semplicemente omettere dalla propria mente.

June non è preparata a quello che le accade, non riesce nemmeno a capacitarsene: un’Ancella incinta dovrebbe essere protetta, dovrebbe essere relativamente al sicuro. Sono quelle menzogne che Aunt Lydia le ha inculcato per mesi e mesi, quello che il malsano governo al potere garantisce per legge. Ma quello che Gilead ormai ci ha insegnato è che nessuno può definirsi al sicuro. Nè una moglie nè un comandante: figurarsi un’ancella.

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Episodio 2.10 – June si riunisce, per pochi istanti, alla figlia 

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La reunion di June e Hannah (Jordana Blake) resta tra le top 3 delle scene più intense di questa stagione. Si è trattato di un momento che June ha senz’altro atteso con impazienza. un momento che di certo non pensava di vivere abbastanza presto. Serena aveva già tormentato la sua ancella e, per tenerla in riga, le aveva mostrato con quanta semplicità aveva potuto incontrare Hannah, parlarle. Il tutto mentre June era chiusa in macchina a pochissimi metri di distanza. E’ lo stesso tipo di potere che, forse un pò ingenuamente, anche Waterford aveva dimostrato di avere con la “gentilezza” del far avere a June una foto di sua figlia. Procurata, come quasi tutto quello che desidera il Comandante, senza troppo sforzo.

E’ lo stesso principio alla base di questo incontro, pieno di lacrime e di amarezza. Sarebbe bello pensare che Hannah sia la stessa bambina che sua madre ricorda. Ma June è cambiata e con lei anche sua figlia, che ha vissuto per più di un anno nella casa di sconosciuti, educata per diventare, un giorno, un’Ancella, proprio come sua madre. Le parole e scuse di June lacerano l’anima e il cuore: ci abbiamo provato, ripete ad Hannah, sia io e che tuo papà. Avreste dovuto provare di più, è la risposta perentoria di una bambina che, nella sua semplicità, non può che dire la verità. E’ solo verso la fine che Hannah si scioglie e, nonostante il rammarico e il suo dolore, abbraccia June, abbraccia la mamma.

Uno dei produttori di Handmaid’s Tale 2 ha rivelato che la reunion delle due è stata strutturata secondo i resoconti delle Nazioni Unite, quelle dei familiari che si incontrano dopo tanto tempo lontani l’uno dall’altro. Le parole, i gesti sono tutti autentici, vissuti probabilmente tra rifugiati politici e fuggiaschi di guerra tante e tante volte ancora. Non che questo li renda meno incisivi o meno dolorosi, anzi.

Episodio 2.11 – Scena della doppia nascita di Hannah e di Holly

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Dopo le finte doglie che hanno portato Serena ad un passo dall’uscire di testa e la reunion con sua figlia, June si ritrova da sola in mezzo al nulla. Al nono mese di gravidanza. Senza nessun mezzo che possa riportarla a casa dai Waterford. Non che abbia effettivamente voglia di tornare. June affronta le sue doglie come ha affrontato tutto il resto della sua vita, prima e dopo la prigionia: a testa alta, stringendo i pugni e serrando i denti.

Elizabeth Moss da il meglio di se in questa scena, così primordiale e autentica da rendere impossibile staccarle gli occhi di dosso. E’ una scena viscerale, animalesca forse. Da un lato una donna che, nuda e piena di sudore, partorisce da sola, senza medicine e senza nessun supporto. Dall’altro una donna circondata dalla propria famiglia e dai propri amici che da alla luce la sua prima figlia. Dall’altro una donna che, dopo aver dato tutto, da anche un pezzo della sua anima per portare al mondo, seppur nelle peggiori circostanze possibili, sua figlia. Se non altro riesce ad averla vinta su un punto in questo episodio 2.11 di Handmaid’s Tale 2: niente Serena e nessuna cerimonia della nascita. Piccole vittorie e piccoli passi, giusto?

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Episodio 2.12 – Omicidio/Suicidio di Eden

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L’amore non ha posto in un luogo come Gilead.

Esiste l’amore per Dio, ma anche in quel caso si tratta di un tipo di amore contorto e distorto da una tirannia religiosa militare. E’ un aspetto che non avevamo visto a sufficiente nella prima stagione. Invece, Handmaid’s Tale 2 non ha paura di mostrare anche questo aspetto del mondo da cui siamo inesorabilmente attratti ma che odiamo profondamente non di meno. Lo fa nel momento in cui mostra la cerimonia del matrimonio tra i guardiani e delle ragazzine quindicenni. Lo fa, soprattutto, quando mostra la fuga e quindi l’omicidio (o forse, più corretto, suicidio) di Eden.

Sebbene la ragazza arrivi come un’antagonista nel mondo di June e dello stesso Nick, in realtà la sua morte mostra quanto poco la conoscessimo. Probabilmente in maniera misurata, gli sceneggiatori ci mostrano una ragazzina devota agli insegnamenti di Gilead. Una che ha timore di trasgredire le regole ma che legge la Bibbia pur di comprendere la parola di Cristo. Una ragazza che legge, pur sapendo che è una trasgressione punibile con la morte, perchè è curiosità di apprendere la volontà di Dio e i suoi insegnamenti. Una bambina che altro non desidera se non l’amore di suo marito ma che, in cambio, non riceve altro che indifferenza.

Per questo la sua fuga non è un orrore quanto lo è l’atto di consegnare una figlia ai suoi carnefici. E’ quello che fa il padre di Eden, è quello che Gilead insegna e stabilisce come legge. Qualcosa che non è nè possibile nè umano.

Episodio 2.13 – La ribellione di Serena e la punizione di Waterford

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E’ davvero difficile trovare dei momenti più “incisivi” di altri nell’episodio 13 della seconda stagione di Handmaid’s Tale 2. Principalmente perchè credo che tutto l’episodio sia di per se una montagna russa di emozioni. Eppure. Eppure anche in questo caso ci sono dei picchi, tra cui senz’altro la ribellione di Serena. La punizione di Waterford è davvero tremenda, inconcepibile. Ma la scena che davvero smuove tutto è quella in cui Serena si alza, davanti ad una stanza piena di uomini, e legge. Si, legge, come alle donne è vietato fare: come lei ha contribuito perchè alle donne fosse vietato farlo. Sebbene da un lato Serena speri che le sue parole possano smuovere suo marito, ottiene in risposta violenza, un’accusa di insubordinazione e una punizione esemplare.

E’ lodevole il tentativo di Serena, la concezione di poter avere un ruolo nel cambiamento di Gilead, come già accaduto in passato. Ma non è più l’America che Serena tenta di cambiare e non ha più il margine di manovra di un tempo. Rendere il mondo migliore per le donne di domani (mi spiace sottolinearlo ma, letteralmente, un mondo che lei stessa ha contribuito a rovinare) è un atto coraggioso. Ma il coraggio ha un costo a Gilead, come tutto del resto. In questo caso Serena perde un dito e suo marito giustifica questo come un modo per riportare sua moglie sulla retta via.

Credo che tutti possano essere d’accordo sul fatto che non importa chi odi e chi ami Serena Joy. Quando le guardie la trascinano via, tutti, nessuno escluso, proviamo pena per lei. Io, almeno, dal canto mio, ne ho trovata tanta.

Episodio 2.13 – Emily accoltella Aunt Lydia

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C’è un livello di sopportazione oltre cui è difficile, se non impossibile andare. Nel caso di Emily parliamo di un livello davvero alto, tanto di dolore che di sopportazione. Una donna che è stata punita perchè lesbica, che ha detto addio a sua moglie e suo figlio (che, a differenza di June, non ha mai rivisto dalla fondazione di Gilead) e che ha perso il suo diritto di provare piacere quando un’operazione l’ha brutalmente mutilata nella prima stagione. Insomma, credo che le manchi solo perdere un occhio come per Rachel e poi basta.

L’abbiamo vista sopportare anche le Colonie, all’inizio di Handmaid’s Tale 2, che sono un luogo in cui pochi sopravvivono. Il risultato? Quando una donna che l’ha sottoposta a tutto questo è a due passi da lei, con l’ennesima frase che sottolinea la sua presunta e doverosa gratitudine a Gilead per tutto quello che ha fatto, Emily non ne può più. Esplode, anche se in maniera un pò meno brutale rispetto a Ofglen. Con un coltello rubato a tavola accoltella Aunt Lydia e la fa volare dalle scale. Sebbene sia abbastanza incerto il destino di Aunt Lydia (la mia scommessa: sopravvive) è certo come il gesto di Emily sia un atto di una persona ormai al limite. La sua risata isterica prima e quindi il pianto poi dimostrano che è arrivata ad un punto di non ritorno.

Ebbene, lo credo bene: vi sfido a mantenere i nervi e la testa a posto in una situazione del genere. Io non ce la farei.

Episodio 2.13 – Addio di Serena e Holly/Nichole

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Tutto quello che Serena Joy ha sempre voluto è stato avere un figlio. Quando la piccola Nichole è stata riportata a casa, il suo sogno si è realizzato ed ha potuto finalmente provare l’ebbrezza dell’essere madre. Nel suo modo un pò strano e certamente a tratti inquietante (come il momento in cui ha cercato di allattare la piccola, ben consapevole che non ne sarebbe stata in grado) Serena ha dimostrato amore verso sua figlia, benchè in realtà non sia sua. Benchè sua non lo sia mai stata.

E’ tuttavia il finale di Handmaid’s Tale 2 a mostrare il vero amore di Mrs Waterford. Il momento in cui, seppur controvoglia, lasciare andare June e Nichole. Le lascia andare consapevole del fatto che, dopo il suo fallito “colpo-di-stato”, nulla potrà salvare sua figlia dal vivere in quel mondo così brutale e disumano. Quel mondo che, ormai, anche lei ha capito di non poter sopportare. Lontano, anni luce persino, da quello che lei desiderava per se stessa e per tutta l’America. Un incubo travestito da fanatismo religioso.

La scena dell’addio di Holly/Nichole (qualcuno ha davero capito come si chiama a questo punto?) è straziante, sotto diversi punti di vista. Serena dice addio, ben sapendo che dice addio anche alla sua forse unica possibilità di essere madre. Eppure compie il gesto nonostante tutto, pur di salvarla e darle una possibilità di sopravvivere lontano da Gilead.

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