Grey's Anatomy

Grey’s Anatomy e la scelta decisiva di Nathan, recensione episodio 14.05

Il quinto capitolo della quattordicesima stagione di Grey’s Anatomy cristallizza il tempo e lo spazio di soli quattro personaggi: Teddy, Owen, Megan e Nathan. I quaranta minuti scorrono fluidi in un’alternanza piuttosto veloce di flashbacks e present time che lasciano esplodere la dualità sulla quale si concentra l’intero episodio: passato/presente, Baghdad/Los Angeles, negazione/possibilità, errori/rimedi.

Com’è giusto che sia, questo episodio di Grey’s Anatomy si impregna completamente della vicenda che ne caratterizza il fulcro prepotente, tant’è che nessun altro personaggio appare sulla scena, persino il comando della voice-over viene lasciato ad Owen, sicuramente coinvolto nella vicenda, ma in quella giusta misura che gli consente di poter essere il nostro punto di vista dell’episodio, imparziale ed oggettivo. E’ già successo, ed anche svariate volte, che agli episodi mancasse la simmetria giusta tra tutti i personaggi e che ci si concentrasse solo su alcune delle storylines, mettendo PAUSE alle restanti, eppure dal prima fotogramma nell’aria aleggia uno strano presentimento, come se qualcosa non riuscisse per nulla a quadrare, come se non stessimo guardando Grey’s Anatomy, ma qualcos’altro.

Non ci sono camici bianchi né lettini d’ospedale: Megan è ormai completamente ristabilitasi e in viaggio verso Farouk e Nathan, alle prese con dei sterilissimi e noiosi lavori domestici nella nuova casa di L.A. Ci troviamo catapultati in un tempo indefinito in cui ogni cosa sembra aver trovato il suo posto; la scelta di Nathan era talmente scontata che il momento della decisione è bypassato come si farebbe con i titoli di coda, prevedibile a tal punto che Meredith non ha nemmeno lontanamente il diritto di comparire nei pensieri, nelle parole, nei luoghi. Il depistaggio funziona alla perfezione ed il telespettatore è portato su una strada diversa, a cercare di capire se effettivamente la cosa potrà funzionare oppure no.

La vita del soldato a Baghdad è dura e per cercare di fronteggiarla al meglio l’unica soluzione è tenersi strette le persone che si ama; dai flashbacks traspare chiaro e tondo il cameratismo dei quattro, pronti a tutto pur di difendersi a vicenda. Ma per quanto la realtà sia cruda e dolorosa, c’è sempre spazio per gli innocenti drammi da città: Megan è in competizione sfrenata per salire di grado, mentre Nathan, nonostante il suo amore per lei, cade nella tentazione di un’avventura di una notte che sarà poi, come ben sappiamo, la forza motrice di tutto ciò che dopo è accaduto.

Nel presente, che per quanto veda gli stessi identici personaggi, sembra essere una realtà completamente diversa, è operata un’ulteriore ramificazione: Nathan e Farouk da un lato ed Owen e Megan dall’altro. Megan è innamorata di entrambi, per cui spetta a loro dover trovare un punto d’incontro per poter far funzionare la convivenza. Ma Farouk è un bambino iracheno che è sempre stato abituato a dormire nel letto insieme alla mamma e a mangiare sempre lo stesso pasto, e Nathan si trascina dietro una vita di rimpianti che non sa precisamente quante porte avvitate e lampadine montate possono effettivamente cancellare. E’ pur vero che, come Teddy dice, “le persone fanno casini, ma le persone perdonano anche”, per cui questa potrebbe davvero essere l’occasione giusta per far combaciare tutti i pezzi.

Nel catartico viaggio Seattle-Los Angeles, nel frattempo, i fratelli hanno la possibilità di chiarire la questione della promozione lasciata in sospeso prima che Megan partisse e venisse poi data per dispersa ed infine morta. Superfluo, a mio avviso, anche solo accennare ad un qualcosa che dopo 10 anni di lontananza avrebbe già dovuto perdere l’intera importanza che nel passato invece aveva assunto: il confronto tra i due è feroce e riaccende sentimenti ancora molto vivi, come la rabbia di Megan per non essere stata raccomandata dal suo stesso fratello per la promozione e la stanchezza di Owen per le scelte sconsiderate di Megan che, a quanto pare, anche a distanza di anni, sembra non averne preso minimamente coscienza. Insomma, che pensare di Owen? Fratello egoista o semplicemente iper-protettivo ma cosciente e previdente? Io la mia idea ce l’ho stampata forte e chiara, e se nemmeno Cristina Yang ha potuto farcela cambiare, nessuno può, nemmeno l’ultima arrivata.

grey's anatomy

Grey’s Anatomy, alla fine, ci mostra un calorosissimo happy endinged indovinate un po’: non comprende minimamente Meredith, neanche stavolta. Per quanto potesse essere forse la scelta più ovvia, razionale e fors’anche giusta, arriva dritta come un pugno in faccia, distruggendo quei sottilissimi equilibri ai quali piano piano ci stavamo abituando anche noi spettatori. Non so se la scelta sia dipesa dalla necessità di Martin Henderson di lasciare lo show (con un’uscita super-dignitosa) o solo da un sadico bisogno di contorcere e sviluppare al contrario le situazioni ogni volta che sembrano stabilizzarsi, fatto sta che rimane un grosso punto interrogativo per me. Sì, Shonda, perché in fin dei conti sappiamo benissimo che dall’altro lato dello schermo, in un modo od in un altro, Meredith se la caverà, come fa sempre. Ancora una volta tu, il danno, l’hai fatto a noi.

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