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Grey’s Anatomy: terapia del dolore senza farmaci, recensione episodio 14.03

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Definire Go Big or Go Home un episodio incentrato sull’approccio terapeutico e scientifico al trattamento del dolore mi pare più che appropriato. Grey’s Anatomy continua a stupirci, sia in positivo che in negativo.

La terapia del dolore di cui parlavo potrebbe tranquillamente essere una terapia d’urto. Tutti i personaggi, infatti, sembrano avere molta fretta nel trovare una soluzione ai loro problemi, senza freni inibitori.

Amelia chiama tempestaviamente un suo insegnante neurochirurgo alla Hopkins per curare il suo tumore al cervello, un meningioma benigno, Meredith cerca di spremere fino alla fine il suo psichiatra, ricoverato in ospedale per un enorme coagulo, e Megan ha decisamente voglia di tornare da suo figlio Farouk. In realtà, la puntata ci aiuta a capire che spesso le soluzioni che pensiamo siano giuste non sempre sono le più adeguate. Ne è emblema il caso di Arizona Robbins e Warren. I due non riescono a far dilatare la cervice di una paziente da più di venti ore e sono decisi a tentare un rischiosissimo cesareo; la soluzione naturale senza farmaci (un orgasmo) proposta dalla nuova bella del Grey Sloan Memorial, Carina DeLuca, si rivelerà essere la migliore scelta.

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Amelia credeva di poter affrontare da sola il suo tumore e la conseguente crisi d’identità, ma scoprirà ben presto di avere bisogno della calma di Webber e del suppporto di Maggie per combattere questa battaglia. I dubbi sui suoi casi passati e su quanto possa essere stata avventata e poco giudiziosa per via del tumore che la mangia da dieci anni, vengono spazzati via dall’abbraccio di Meredith e dalla vicinanza di Owen. Anche loro ora sono a conoscenza del fatto.

Il gioco cambia anche per Harper Avery. Il grande magnate e luminare della medicina fa visita all’ospedale annunciando di voler ritirare i fondi della sua fondazione e licenziando Miranda Bailey. Dopo aver congedato con saccenza il sempre troppo buono Jackson Avery, suo nipote, succede l’irreparabile. Il karma, infatti, lo colpisce pochi minuti dopo: Harper Avery muore, probabilmente per un ictus, in sala riunioni.

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La morte sembra portarsi via anche Carr, lo psichiatra di Meredith, ma un velocissimo intervento lo salva per un pelo. L’incontro con lui risveglia in Meredith la forza che ce l’ha sempre fatta amare; così va da Riggs e gli spiega la differenza tra piangere un morto accertato e riabbracciare un presunto morto. Mer dice all’uomo che ama di fare di tutto per riconquistare la sua donna, Megan, e di ricordarle sempre che Megan sarà la sua prima ed unica scelta, così come lei farebbe con Derek. Emozionante a dir poco. E Meredith si riconferma eroe nazionale dello stato di Grey’s Anatomy.

In tutti questi urti terapeutici, Alex e Jo ritrovano una stabilità, coronata dalla proposta di lei a lui di tornare a vivere insieme.

Alle volte la fretta è cattiva consigliera, e oggi Grey’s ne è un esempio. Perchè a parte poche, piccole cose, (l’interpretazione immacolata di Meredith e l’aplomb di Jackson Avery) tutto sembra un grande teatro. Troppe suquenze esagerate, una Bailey insopportabile e scene madre strapplacrime non riuscite. Less is more. Caricare troppo questi primi episodi per dimostrare a tutti che Grey’s Anatomy può ancora sorprendere dopo quattordici anni mi sembra un po’ infantile.

Speriamo, quindi, di ritrovare la sobrietà necessaria nelle prossime puntate.

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