Gomorra

Gomorra e il coraggio di ricominciare – Recensione degli episodi 3.03/3.04

Gomorra Enzo
Sky

Il più abusato detto nel mondo del calcio è che squadra che vince non si cambia. Che ormai non sia più così per le squadre di vertice a causa delle troppe gare settimanali è risaputo agli appassionati. Che possa accadere qualcosa di analogo anche nelle serie tv provano a dimostrarlo il terzo e quarto episodio di Gomorra.

Gomorra Ritorni attesi e addii inattesi

Il successo internazionale (e fa strano usare questo aggettivo per una serie italiana) di Gomorra è dovuto anche se non soprattutto all’aver creato dei personaggi che sono riusciti ad imporsi nell’immaginario collettivo anche quando non erano i protagonisti principali, ma delle figure di supporto più o meno importanti. Certo, Ciro e Genny sono i nomi che spiccano sul tabellone. Don Pietro e Salvatore Conte sono stati quelli che più hanno lasciato il segno con frasi diventate cult social e meme buoni per ogni occasione. Ma la serie è stata capace di seguire il percorso anche di quelli che sembravano inizialmente di contorno vedendoli crescere fino a diventare molto più che comprimari.

Era questo il caso di Malammore che ci ha lasciato nella prima puntata di questa terza stagione. È il caso stavolta di O’Cardillo e Capaebomba il cui percorso giunge al capolinea in una anonima fabbrica per il riciclo della plastica in maniera tanto inattesa quanto anticlimatica. Ma, a dire il vero, non imprevedibile perché Gomorra conferma una nota caratteristica che era già emersa nella passata stagione. Non appena qualche personaggio ha uno spazio insolito in un episodio quasi automaticamente morirà alla fine dell’episodio stesso. Eppure, la morte dei due amici di Genny, che da compagni di baldoria sono riusciti a diventare boss in proprio prima e suoi più fidati luogotenenti poi, arriva al momento giusto. Perché è il primo segnale della svolta che la serie intende proporre con un inusuale coraggio. Un cambio di direzione che impone appunto di cambiare squadra e, quindi, seppure a malincuore, liberarsi di quelli che erano legati ad una storia ormai chiusa.

Perché è tempo di aprirne un’altra e in quest’altra servono nuovi attori o vecchie conoscenze che ritornino per svolgere nuovi ruoli. Se la maggiore importanza di Patrizia si era già intuita dall’episodio precedente, è in queste due puntate che diventa lampante quanto la nipote del fu Malammore non ha intenzione di restare a guardare. Sebbene improvvisa, la sua fedeltà a Scianel è solo un modo intelligente di giocare le sue carte. Non desiderando sottomettersi a Genny, Patrizia può solo pazientare nell’attesa di diventare sufficientemente forte da poter essere autonoma. E questa indipendenza può ottenerla solo scegliendo nuovi alleati come è appunto Scianel. Appena uscita di galera, la sorella di Zecchinetta non ha dimenticato quanto dannosi siano stati per lei l’alleanza con Ciro prima e la deferenza verso Genny e non ha intenzione di restare un vaso di coccio tra vasi di ferro. Sa di poter essere potente ed intende dimostrarlo. Proprio l’aver scelto Patrizia come sua consigliera è la prova che la donna che sapeva sentire il profumo di morte sa anche scegliere quali consigli seguire.

GomorraFare il passo più lungo della gamba

Perché una nuova guerra è all’orizzonte e non si combatterà più solo tra Scampia e Secondigliano, ma su un orizzonte più ampio che coinvolgerà anche i clan del centro e i mutevoli rapporti di forza con le altre mafie (calabrese e romana e i narcos honduregni). Gomorra intende in questo modo allargare il suo sguardo ancora più di quanto aveva fatto nella passata stagione quando l’esilio momentaneo di Genny a Roma era stata solo la scusa per tornare rapidamente a quella Secondigliano a cui don Pietro non poteva rinunciare.

E tuttavia proprio colui che sembrava aver capito quanto importante fosse avere una visione meno provinciale degli affari malavitosi finisce per scoprire di essere stato troppo presuntuoso. Di aver fatto il passo più lungo della gamba. A sue spese, Genny scopre, infine, che non bastano le parole rassicuranti e le proposte di affari vantaggiosi o i trucchi finanziari a mantenere il potere ingannando tutti. Perché Giuseppe è troppo scaltro ed ha troppa esperienza per non accorgersi di quanto accade alle sue spalle. Perché i clan del centro sono troppo di antico lignaggio malavitoso per lasciarsi incantare da belle parole. Perché chi controlla il porto gestisce troppi affari per non capire cosa conviene di più. Perché la ‘ndrangheta calabrese pensa sempre prima al modo più sicuro di fare soldi senza dare alcuna importanza a presunte gratitudini. Tutti motivi che dimostrano quanto Genny si sia fatto abbagliare dai continui successi senza rendersi conto che anche un re non può governare da solo. Altrimenti finisce per cadere rovinosamente e verificare che più in alto sali, più male ti fai quando cadi.

GomorraTornare indietro per ripartire

E, quindi, Gomorra ritorna inaspettatamente al punto di partenza. A quando Genny era solo un principe inesperto che anche il padre faceva fatica a ritenere degno erede. E a quando Ciro Di Marzio era solo un fidato ed eccellente esecutore di ordini altrui. Come lo ritroviamo proprio in tutto il terzo episodio quando è un semplice galoppino di un boss bulgaro che lo apprezza sinceramente, ma che da comunque ragione al prepotente quanto incapace figlio.

Un ritorno alle origini che è, però, radicalmente diverso da quello che era un tempo perché il Ciro che con apatica violenza sfratta l’anziana col marito malato per alloggiare giovani prostitute albanesi non è l’Immortale che ambiva a sottrarsi dal giogo di don Pietro. In Bulgaria (e complimenti a Marco D’Amore per aver retto un intero episodio in bulgaro) Ciro sta scontando la pena che si è autoinflitto per la morte di Mariarita e prima ancora per l’aver ucciso con le sue stesse mani Deborah. Una condanna il cui peso opprimente si costringe a sopportare con un mutismo impostosi per nascondere la rabbia repressa. E dalla quale alla fine fugge perché la voce di Napoli portata da Enzo è un richiamo troppo forte per restare inascoltato.

Facile prevedere a questo punto che Ciro e Genny si ricongiungeranno completando quel ritorno alle origini della serie. Insieme come allora, ma in modo completamente diverso. Perché quel potere che allora volevano conquistare non è più un sogno futuro, ma piuttosto un riprendersi il passato che gli è stato scippato. La stessa motivazione che spinge Enzo ad offrire il suo aiuto a Ciro. Il nipote del Santo è, infatti, quel che resta del clan che dominava Forcella e che aveva fondato l’impero che è oggi il Sistema. Un’antica patente di nobiltà criminale che ormai nessuno riconosce più e che è diventata solo una favola per bambini chiassosi. Nello sguardo di Enzo, però, si legge altro. In quegli occhi decisi è scritta la voglia di rivalsa, il desiderio di essere all’altezza di quel nome mitico che è impresso nella storia della sua famiglia, la volontà ferrea di essere quello che si sente destinato a essere. Non il capo di una gang di ragazzi casinari, ma l’erede usurpato che torna a riprendersi il regno che gli fu tolto e gli spetta per diritto dinastico.

Gomorra cambia la sua squadra eliminando gli ultimi sopravvissuti della prima stagione per potersi lanciare in una storia che vuole tornare indietro per ricominciare. Perché tutto deve essere diverso prima che tutto possa ritornare come sarà.

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