Gomorra

Gomorra: la guerra è alle porte. Recensione episodi 3.05 e 3.06

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Gomorra arriva al midpoint tramite una doppia puntata ambivalente: alle incongruenze del quinto episodio, corrisponde il tanto di cappello del sesto. Vengono poste le basi e le nuove strategie per la futura guerra che dovrà riportare al potere Genny e Ciro.

I due si ritrovano in una stanza d’albergo, praticamente uguali: hanno perso la famiglia, hanno perso il potere. Il primo seguendo la propria ambizione, il secondo la vendetta. Ora, dal basso, devono risalire, affidandosi a giovani ragazzi da “svezzare”. E qui arriva la prima incongruenza della quinta puntata. La banda di Enzo Sangueblu, infatti, sembra tutt’altro che da “svezzare”, visto anche quanto è radicata nel territorio dove opera, coperta dalla società civile.

La rapina alla banca viene portata a termine in modo perfetto, chirurgico. Nessuna sbavatura rispetto al piano di Ciro. Dei professionisti che stridono di fronte al ritratto che ci viene dato di una semplice banda dedita alla coltivazione e allo spaccio di marijuana. La catena di montaggio dei trapani, prima, e della cocaina, poi, invece, rappresenta, dietro l’apparenza, un meccanismo, un’intesa e una sfrontatezza ben amalgamata, da criminali esperti. Durante la rapina tutti mantengono il sangue freddo, solo qualche urla, spacciare cocaina fra la Napoli bene sembra il pane quotidiano. Se fossero stati dei camorristi affermati, minimo tiravano giù il municipio.

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La seconda incongruenza rientra un po’ nella recitazione di Marco D’Amore. Va bene, Ciro Di Marzio ha sempre avuto il capo chino, un po’ gobbo, quasi conciliante, ma da uno che deve formare un branco di pischelli (o pseudo tali) per andare alla guerra contro le altre famiglie malavitose, mi aspetterei quanto meno un po’ più di schiena dritta, in tutti i sensi. Più Ciro si ingobbisce, più Genny mostra il petto tronfio. Già nell’episodio bulgaro la recitazione di D’Amore stonava apertamente col suo piano di ribellione. Ora, non bastano alcuni sguardi truci per bilanciare la sua andatura ciondolante, come se fosse un eterno uomo da marciapiede. Cribbio! Hai ucciso Savastano. Mica l’hai fatto per sbaglio.

Contemporaneamente, però, fra Enzo e il suo nuovo capo si instaura una dinamica che corre parallela al rapporto instauratosi nella prima stagione di Gomorra fra Genny e lo stesso Ciro. Con una differenza. Mentre in prima stagione Genny era un inadatto, Enzo brama di poter imparare il mestiere criminale, ambendo a far parte di un gioco più grande, nonostante i piani e gli accordi della famiglia. Un gioco, tuttavia, del quale non conosce tutte le regole e che lo lascia, momentaneamente, al di fuori dell’alleanza fra Genny e Ciro, completamente alla mercé di quest’ultimo, il quale, sostanzialmente, lo usa per i propri fini. Cosa che dovrebbe fare un attimo imbestialire un ragazzo come quello dipinto in questo episodio, ma non sembra essere cosa.

La sesta puntata potrebbe tranquillamente essere una mini serie a sé stante, un po’ come le vicende in Bulgaria della settimana precedente. Presenta infatti un perfetto arco narrativo, la trasformazione di Enzo da criminale di strada in camorrista e, allo stesso tempo, la tragedia dell’uomo qualunque, costretto ad appellarsi alla malavita organizzata per poter campare e travolto dalle dinamiche dell’onore e delle prove di forza, da trasmettere all’esterno, più che all’interno del clan.

L’operaio non viene ucciso come monito per quelli che si sono già rivolti alla camorra. L’operaio viene ucciso più che altro per lanciare un messaggio: chi sgarra con noi, a qualsiasi livello e in qualsiasi modo, viene fatto fuori. Per Enzo l’omicidio rappresenta l’inizio di una nuova vita, il superamento della prova per diventare camorrista a tutti gli effetti. Peccato che dalla recitazione non traspaia il conflitto all’interno del giovane ragazzo, chiamato ad uccidere un uomo di fronte al figlio, per giunta disabile. Enzo perde tutti i momenti buoni per portare a termine il suo assassinio. Non ci riesce. I sensi di colpa lo fermano. Scappa. È costretto a farlo in strada, al cospetto del figlio dell’uomo (quello che inizialmente sembra avesse voluto evitare), ma riesce a portare a termine il proprio compito solo da dietro, evitando che la sua vittima lo guardi.

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Uccidere è come nascere, gli aveva detto Ciro quando gli ha assegnato la prova di fiducia ed ora per Enzo inizia una nuova esistenza, anche se con la macchia di non aver avuto fino in fondo il coraggio di compiere il proprio dovere. Una debolezza che potrebbe essere utile rispolverare in futuro.
La vittima di questo omicidio di mafia è alla fine una doppia vittima. Aveva già perso sé stesso, quando la moglie lo aveva obbligato a rivolgersi alla malavita per lavorare.

Finalmente entra nella serialità, in maniera non banale e superficiale, il quotidiano, la crisi economica, dalla quale Genny vuole ricavare una nuova fortuna. È la rappresentazione perfetta della “morte dello Stato”, quell’espressione sovente abusata che trova maggiore efficacia non nella rappresentazione della criminalità violenta, ma nella criminalità tentacolare, che si insidia nella società come quella che un tempo veniva definita la piovra, fino ad arrivare alle pompe funebri, a impedire i funerali, oggigiorno consentiti persino agli animali, e a minacciare di morte i parenti dei deceduti.

Chi ormai si ritrova alla fame è costretto a pagare per ottenere un lavoro da schifo, in nero, senza nessun tipo di assicurazione, completamente alla deriva, in mano a criminali e datori di lavoro. All’ombra di questo circolo vizioso, di gente che paga per poter guadagnare da vivere, si aggira il voto di scambio e la vicinanza fra politica e malavita. Gomorra lo dice chiaramente: dalla camorra non ti salvi più, recita la parabola conclusiva della storia dell’operaio, che, paradossalmente, verrà seppellito dagli stessi uomini che lo hanno ucciso. Una volta che ti metti nelle mani della malavita, la malavita non ti lascerà neanche dopo la morte.

All’interno del nuovo business fondato da Genny c’è spazio anche per Scianel e Patrizia. Le due donne, però, sembrano più che altro incarnare il ruolo dell’alleato pronto a tradirti in ogni minuto. Sono al momento fuori dagli ingranaggi comunque ben oliati di questa terza stagione di Gomorra. Sembrano più che altro esistere perché tornano comode al fine della storia, due vere e proprie deux ex machina, un po’ troppo marginalizzate dal racconto. Così come risultano troppo marginali gli antagonisti di questa nuova scalata al potere. Un dogma del racconto audiovisivo dice che per avere una bella storia, bisogna avere un bel cattivo. In Gomorra, finora, l’unico “cattivo” a imporre la propria figura sulla scena è Don Avitabile, mentre delle altre famiglie di camorra si sente pronunciare solo il nome. Non si vedono e non se ne sente la presenza, costantemente fuori dal racconto, col forte rischio di risultare delle sagome di cartone.

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