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Godless e il western secondo Netflix – Recensione dell’episodio pilota

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Ci sono pochi generi cinematografici così ben riconoscibili quanto il western. Un cappello da cowboy. Una Colt alla fondina. Un uomo a cavallo che si allontana lento verso un tramonto polveroso. Una carica impetuosa tra schizzi d’acqua di un fiume selvaggio. Basta una qualunque di queste immagini per far capire subito anche al più inesperto degli spettatori che quello che sta guardando è un film western. O una serie tv come la debuttante Godless.

Godless e il western secondo Netflix
Rispettare la tradizione

Portato in Europa dal carismatico Buffalo Bill con il suo spettacolo itinerante, il genere western deve paradossalmente la sua iniziale popolarità in letteratura ad uno scrittore tedesco. Furono, infatti, i romanzi che dal 1876 iniziò a pubblicare Karl May a sedimentarne nell’immagginario collettivo i canoni tipici ispirando tra gli altri il suo compatriota Carl Laemmle che, emigrato negli Stati Uniti, fu tra i fondatori della Universal Pictures che appunto film sul western produsse nei suoi primi anni. Una biografia che mischia letteratura, teatro e cinema e che porta impresse le tracce di nobili natali che permetteranno al genere western di diventare un classico immediatamente riconoscibile.

Godless conosce a memoria questa lezione e si impegna per passare l’esame scrupoloso degli appassionati di questo genere con un prestigioso voto di summa cum laude.  Abbondano, infatti, le scene costruite per comunicare fin da subito la decisa adesione ai topos del cinema che aveva in John Wayne il suo personaggio iconico. Cowboy che emergono a cavallo dalla polvere alzata dal vento in paesaggi aridi. Città di frontiera fatte da poche case tra cui spiccano l’immancabile saloon e la torre del campanile. Cavalli selvaggi da domare con pazienza e maestria. Bande di fuorilegge che assaltano treni sparando all’impazzata e facendo esplodere l’onnipresente dinamite. Sceriffi solitari che fanno della caccia ai criminali una questione personale prima che di rispetto della legge. Indiani di poche parole e molte esotiche conoscenze. Lo straniero silenzioso che arriva con il suo carico di misteri. La vedova dal carattere caparbio e l’animo buono.

Nulla di quello che ci si aspetta da un western manca in Godless. Una manna dal cielo per gli appassionati di questo genere che non possono che apprezzare non solo il cosa, ma anche il come. Perché tutti questi elementi classici sono offerti allo spettatore in una confezione extralusso grazie ad una regia e una fotografia di qualità cinematografica. Non a caso la serie vede due grandi nomi come Steven Soderbergh e Scott Frank (che dirige magistralmente questo episodio pilota) tra i suoi ideatori.

Godless e il western secondo Netflix
Innovare la tradizione

Gli autori di Godless sono troppo esperti per non accorgersi che un simile prodotto va incontro ad un rischio enorme: nascere già vecchio. Rispettare la tradizione di un genere tanto noto (sebbene assente dal piccolo schermo da molto tempo dato che anche il magnifico Westworld non può definirsi un western nonostante parte dell’ambientazione) comporta il serio pericolo di non avere nulla di originale da offrire. Due sono i modi possibili per evitare una sensazione di deja – vu che annacquerebbe il prodotto rendendolo poco invitante per chi non sia un fan senza se e senza ma delle storie di cowboy.

È l’incipit stesso di Godless a mostrare subito il primo di questi modi. Che il Vecchio West fosse rude e violento è un assunto implicito accettato senza bisogno di prove evidenti. Questa acritica accettazione implicitamente aveva la paradossale conseguenza che questa violenza non venisse mai esplicitamente mostrata. Pistole sparano falciando uomini, ladri assaltano diligenze, cowboy si sfidano a duello, morti abbondano ai lati delle strade. E tuttavia mai si vedono le conseguenze di questi gesti. Non è così in Godless che inizia mostrandoci una città distrutta con la telecamera che indugia su corpi bruciati, sangue in bella mostra, cadaveri scomposti, bambini impiccati. Anche la crudeltà irresponsabile di fuorilegge che uccidono senza necessità e violentano ragazze per sadico divertimento non viene tralasciata senza tacere neanche delle reazioni altrettanto violente della folla inferocita. Se il vecchio western suggeriva senza mostrare, Godless mostra senza commentare aggiungendo un innovativo verismo ad un genere classico.

E poi c’è quell’elemento davvero originale che caratterizza la serie rendendola unica. Godless non è una serie maschile, ma femminile. A causa di un incidente in miniera, la città di Creede dove la serie è ambientata è popolata quasi esclusivamente da donne che sono quindi costrette a svolgere tutti i lavori che normalmente erano esclusiva degli uomini. Così ad arrampicarsi sulle impalcature della chiesa in costruzione non sono nerboruti operai, ma agili ragazze. A far presente al riluttante sceriffo locale che la città ha bisogno di cavalli non è il classico sindaco mellifluo, ma una signora dai modi decisi e la parlantina chiara e diretta. Ad incarnare il più classico prima spara poi chiedi non è un burbero cowboy solitario, ma una vedova a cui il passato ha insegnato l’arte della diffidenza senza cancellarne la bontà istintiva.

Una scelta coraggiosa e forse anche furba (visto che si inserisce nel fruttifero filone recente che vede premiate serie con donne forti come protagoniste) che ha il potenziale di donare dinamiche nuove ad un genere a volte troppo ingessato nei suoi modi maschili.

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Godless e il western secondo Netflix

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Qualità e non solo quantità

A fare di questo episodio pilota la migliore promozione per Godless non sono solo la ricca quantità di omaggi ai classici e le interessanti innovazioni. Soprattutto a colpire è la raffinata qualità dell’offerta. Il livello da grande produzione che la serie vuole mantenere è sottolineato dalla regia e dalla fotografia cui si accennava prima, ma soprattutto è settato dalle ottime prestazioni di un cast che si impegna a dimostrare come ogni scelta sia stata quella giusta.

Smessi i panni eleganti della Lady Mary di Downton Abbey, Michelle Dockery indossa con naturalezza quelli sporchi e polverosi di una vedova segnata da un passato di lutti e un presente fatto di volontario esilio. La sua recitazione è più fisica che parlata fatta di sguardi decisi e parole centellinate che riescono a comunicare la forza interiore della sua Alice. Simile approccio scelto anche da Jack O’Donnell che sfrutta il momentaneo mutismo di un Roy ferito alla gola per asciugare il suo personaggio avvolgendolo in un credibile alone di mistero che solo gli spettatori possono svelare lentamente. Più classica è la figura del Marshal John Cook che è il più esplicito dazio pagato ai topos del genere western. Il veterano Sam Waterston è, quindi, la scelta più adatta per il vecchio sceriffo impegnato in una caccia all’uomo che detta il tono della serie introducendo il necessario background senza essere didascalico. Presentazione che fa da preludio a quello che è il vero top di questo episodio. Jeff Daniels è magnetico e inquietante nel disegnare il suo Frank Griffin che unisce la rapidità delle azioni sanguinarie alla calma serafica di chi sa che basta anche solo una sua parola a incutere il rispetto assoluto che si deve a chi porta una nomea di terrore.

Con Godless Netflix ci chiede di cavalcare nel Vecchio West per scoprire qualcosa che finora non avevamo visto. Sarà un piacere tornare a indossare il cappello da cowboy.

1.01 - An incident at Creede
  • Il western diventa donna ma resta sé stesso
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