Game of Thrones - Il Trono di Spade

Game Of Thrones – Recensione dell’episodio 6.07 – The Broken Man

Game of Thrones

Per la prima volta in 6 anni la sigla di Game of Thrones è stata anticipata da una scena dell’episodio, e ci credo bene: solo il ritorno di Sandor Clegane poteva accaparrarsi l’esclusiva dei primi minuti in assoluto. Ora direte tutti che non avevate mai veramente creduto alla morte del Mastino, e potrebbe pur esser vero, fatto sta che ce n’eravamo belli che dimenticati, e forse anche un po’ gli sceneggiatori. Dopo più di un anno di pausa ritroviamo il Mastino in un luogo indefinito, affaccendato in mansioni pratiche alla volta della costruzione di quello che sembra essere un piccolo tempio. Ferito da Brienne e abbandonato da Arya (questo lo ricordiamo), è stato infatti salvato da un septon dei Sette Dei che lo ha accolto con sé nella sua comunità. Ma l’averlo lasciato in vita sembra suonare più come una punizione da parte degli dei che altro: costretto, da zoppo, ad una mansueta vita da falegname ed operaio, circondato da persone che non conosce e delle quali stenta a fidarsi tranne per il septon, nel quale in parte rivede se stesso: un uomo scettico che ha trovato nella religione una sorta di via di fuga, costretto dalle vicGame of Thronesissitudini della vita a chinare il capo ed accogliere tutto ciò che la vita ha in serbo per noi, benché possa non piacerci od allontanarci dal nostro stile di vita.

Viviamo il disagio del Mastino di essere rimasto in vita e ne proviamo compassione, stranamente; fantastichiamo su come potrebbe essere la sua vita tranquilla, ordinata ed appartata, come suonerebbe parlare di un “Mastino buono”, ma il tempo di accendere queste lampadine, che l’episodio si conclude con un cambio di prospettiva rapido e forse anche un po’ atteso: tre briganti a cavallo saccheggiano la piccola comunità uccidendone i membri uno ad uno. L’odio e la vendetta, sentimenti sopiti per qualche periodo grazie alla vita frugale che aveva condotto dopo essersi ripreso, zampillano come fontane prorompenti. Clegane e la comunità religiosa non avevano chissà poi quanto in comune se non il cielo sotto il quale dormivano la notte, ma non importa quanto flebile fosse il legame che (non) li univa, è sempre il momento di un castigo quando la bussola morale di Clegane inizia a muoversi.

Per il resto, come al solito, ci viene presentato di tutto un po’: stento a credere di essere già arrivati a 3 episodi dal season finale.  Le storylines di Bran e Daenerys, a mio avviso le più interessanti della stagione, sono state momentaneamente messe in pausa, mentre delle altre fioche ed inconcludenti scene ci hanno tenuti occupati per un po’, sempre desiderosi di capire dove volessero andare a parare, e mai capaci di ottenere risposte. Un flebile accenno a Theon Greyjoy e alla sorella, in fuga dal loro zio e niente di cui preoccuparsi sul fronte Ramsey Bolton, la cui storia, a quanto pare, presto si intreccerà con quella di Jon Snow.

Game of ThronesAd Approdo del Re la strategica conversione religiosa di Margaery Tyrell sembra aver convinto l’Alto Passero e tutti i suoi adepti, ma a noi puzzava di finzione già da un po’. L’obiettivo primario sembra infatti allontanare tutte le persone che ama dalla possibilità di cadere nelle astute trappole del septon: mentre la conversione del suo re Tommen è sembrata inevitabile e strumento per smuovere un po’ le cose, quella della nonna Olenna, al contrario, viene preventivamente evitata. Sotto ansioso e pressante consiglio di Margaery, infatti, Olenna decide di ritornare ad Alto Giardino, non prima di aver ricevuto dalla stessa un criptico messaggio – il disegno di una rosa – che ha ben confermato a noi e convinto sua nonna di aver messo in atto solo una messinscena.

Tralasciando un breve e insignificante confronto con Olenna Tyrell, Cercei appare un po’ vacua in questo episodio: capiamo subito il perché quando veniamo letteralmente catapultati a Riverrun, fortezza dei Tully governata ora da Ser Brynden detto il Pesce Nero, dove ser Jaime Lannister è stato mandato per portare assistenza militare. Senza il gemello, Cercei perde quel tocco che la rende interessante e accattivante. Il fatto che dell’assalto a Riverrun non se ne parlasse da più di due stagioni o forse qualcosa anche in più, ci ha destabilizzati, ma poco male: di ciò che succede qui può interessarci sì e no poco o niente, per cui più che sorbirci in silenzio quei 5-6 minuti di storia non possiamo fare.

Trovo invece fortemente interessante il risvolto che ha preso il rincontro di Sansa e Jon: entrambi sembrano aver acquistato maggiore fiducia l’uno al fianco dell’altra. Deposto il mantello da lord comandante, JonGame of Thrones trova nella riconquista di Grande Inverno il suo nuovo scopo: scialbo ed inaspettato come cambio di direzione, ma sicuramente ricco di prospettive. Il trio Jon, Sansa e Ser Davos sembra funzionare piuttosto bene, soprattutto quando la dialettica di Ser Davos riesce a salvarli in calcio d’angolo ed avere dalla propria parte anche i 62 uomini di casa Mormont. E benché l’obiettivo sia unico sia per Sansa che per Jon, mentre l’una preme per aspettare e preparare un attacco con più uomini, che sia unico e decisivo, Jon invece ha fretta di riconquistare casa sua e di salvare Rickon dalla prigionia di Bolton.

Contemporaneamente, sembrava essersi presentata una piccolissima svolta anche per Arya. Munita di denaro molto probabilmente rubato, con indosso Ago, il famigerato spadino che Jon le aveva regalato prima che partissero da Grande Inverno alla volta di Approdo del Re, riesce a procurarsi un passaggio verso l’Occidente. Per un momento, ancora una volta, ci lasciano sognare su un ipotetico ritrovamento coi due fratelli Jon e Sansa, ma il tutto viene subitaneamente smontato quando una vecchietta (che, concedetemelo, non può non ricordarci la strega di Biancaneve) la pugnala ripetutamente al ventre. Poco ci mettiamo a capire che si trattava dell’adepta di Jaqen H’ghar, mandata a toglierle la vita per non essere stata capace di servire il Dio dai mille volti. In un impeto di paura mista a istinto di sopravvivenza Arya si getta nell’acqua, mascherando abilmente il fatto di essere sopravvissuta alle ferite inferitole; impudente, infatti, è stata la fretta della ragazza che, credutala morta, va via senza esserne certa. Per Arya, dunque, sembra dover ricominciare tutto da capo: di nuovo sola, abbandonata, in un paese straniero e soprattutto ferita a morte.

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6.07 - The Broken Man
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