Game of Thrones - Il Trono di Spade

Game of Thrones: Recensione dell’episodio 7.07- The Dragon and the Wolf

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Il finale di stagione di Game of Thrones, soprattutto per noi lettori delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, sta tutto negli ultimi secondi. Nel flashback del matrimonio di Rhaegar e Lyanna e il riscatto di Jon che non è né Snow né tanto meno Sand, ma Aegon Targaryen, il vero e unico erede del trono di spade e come ci ricorda Bran, la ribellione di Robert è stata costruita su una menzogna, quella dello stupro di Lyanna.
The Dragon and the Wolf è l’episodio più lungo della serie, 80 minuti in cui si tirano le fila in vista del gran finale che, se tutto va bene, vedremo il prossimo anno anche se qualcuno parla di uno slittamento al 2019. Molte storyline, infatti, hanno visto in questo episodio una chiusura definita, lasciando così aperte solo le principali, ovvero: la grande guerra per sconfiggere gli estranei e l’esercito dei walkers e la resa dei conti per l’ambito trono di spade che a quanto pare spetta proprio a chi meno lo desidera.

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Sansa, Arya e Lord Baelish: la resa dei conti

Senza dubbio uno dei momenti più ricchi di pathos e diciamocelo, scritti meglio, dell’episodio è la fine di Lord Baelish, little finger. Dopo Joffrey, il bastardo dei Bolton e forse Cersei, il più odiato dei personaggi di Game of Thrones. Alla fine, quel suo sibilare nelle orecchie di Sansa lo ha risarcito con una bella coltellata tra capo e collo.
L’alleanza di Arya e Sansa può senza dubbio essere definita un lieto fine per gli Stark perché ci ha mostrato il cammino fatto da questi personaggi. Sansa, inoltre, dimostra un’integrità e una risolutezza che in tutta sincerità non avevo scorto, nonostante sia ormai un’altra persona rispetto alle prime stagioni.

I grandi si incontrano: Cersei, Jon ( Aegon!) e Daenerys

Un’altra buona porzione di The Dragon and the Wolf è dedicata alla riunione dei vertici, chiamiamoli così. Il primo vero incontro di Cersei e Daenerys e dei suoi draghi. Una riunione voluta per mostrare i walkers a Cersei che però è servita a molto poco, anzi Daenerys è stata battuta a mani bassi in carisma, lasciatemelo dire. Già qualche episodio fa mi chiedevo cosa speravano di ottenere Tyrion, Jon e company. Mi sembrava abbastanza ovvio che a Cersei non importasse proprio nulla dei morti e che invece fosse sempre più assetata di conquista. Cersei, infatti, finge di stipulare l’accordo con Jon e Daenerys, per poi svelare solo in un secondo la verità a Jaime.

Anche se in modo anti climatico, la separazione tra Cersei e Jaime lascia abbastanza di stucco, soprattutto per l’ascendente che la gravidanza (voluta proprio per tenerlo vicino a sè??) ha sul fratello/amante. Ma quest’ultimo sceglie di voltare le spalle e combattere al fianco del nord, quella che a tutti gli effetti è la vera guerra. Cersei, dal canto suo, nonostante ne abbia le facoltà non riesce a dare l’ordine né di uccidere Jaime né tanto meno Tyrion, confermando una parvenza di umanità e amore fraterno che ancora aleggia in lei.
Senza dubbio Lena Headey svolge un ottimo lavoro nel caratterizzate la poker face di Cersei e i suoi sentimenti e ci risolleva dell’interpretazione abbastanza sconcertante di Emilia Clarke che ci riserba quelle due espressioni: perplessità e amore per jon, stop.

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La caduta della barriera: bilancio sulla settima stagione di Game of Thrones

La definitiva caduta della barriera è senza dubbio il simbolo di questa settima stagione di Game of Thrones. Non c’è più nessun muro a difendere il mondo dei vivi da quello dei morti e ora non ci aspetta altro che la great war. La settima stagione non è stata certo esente da difetti e ritengo che a volte si sia gridato al capolavoro senza pensare alle vere falle che la serie TV ha mostrato soprattutto nella sceneggiatura e nei dialoghi. Sicuramente si è sentita la mancanza dell’impalcatura dei libri; le varie storie per quando frammentarie, fin quando c’era stata la mano di George Martin alla regia, avevano avuto il loro respiro anche perché la forza delle cronache del ghiaccio e del fuoco sono i personaggi, la loro complessità, l’evoluzione e la crescita.

Da quando i libri hanno cessato di essere l’intelaiatura sopra alla quale gli sceneggiatori scrivevano le storie, sicuramente si è guadagnato in velocità e ritmo per certi versi, ma si è perso un po’ nella costruzione delle storie, nel respiro generale e nell’evoluzione delle relazione e dei personaggi.  Troppe scorciatoie narrative e gestione della scrittura dei personaggi a volte deprimente: figurine mosse da una parte e l’altra. Gli stessi Jon e Daenerys hanno poco tempo per farci capire come mai si innamorano immediatamente, a parte il buffetto al drago.

Oppure l’arrivo un po’ forzato di Sam che nel giro di 5 secondi diventa il confidente di Bran, al quale rivela uno dei segreti (per noi no ormai!) più eclatanti della serie tv. È chiaro che The Dragon and the Wolf fa il suo lavoro nel concludere una stagione molto attesa e ritmata, ma resterà sempre  il dubbio di come sarebbe potuta essere se Martin avesse concluso l’intera saga,come del resto era nei piani iniziali. Mi pare scontato che le linee guida generali siano quelle dello scrittore: il ruolo di Bran, la perdita di uno dei draghi, il voltafaccia di Jaime. Ma, come dicevo anche prima, Game of Thrones piace non solo per i fatti, ma per come tutti i tasselli si incastrano alla perfezione. Questi personaggi a volte avrebbero avuto bisogno di buoni dialoghi e di un buon intreccio, una scrittura agile che purtroppo a volte è mancata. Detto ciò e messa da parte la vena più critica, una cosa è fondamentale: dove troviamo una macchina del tempo per poter correre subito al prossimo anno e vedere la fine di questa storia?

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