Fear The Walking Dead

Fear The Walking Dead è ormai quello che The Walking Dead avrebbe dovuto essere e mai sarà

Fear the walking dead quarta stagione
AMC

L’avevamo detto in tempi non sospetti: Fear The Walking Dead si accingeva a superare, e anche di gran lunga, lo stesso The Walking Dead. Tutto quello detto nell’articolo precedente è tutt’ora valido. Anche di più. Oggi Fear The Walking Dead è diventato quello che tutti avremmo sperato fosse il futuro di The Walking Dead. L’ha fatto negando sé stesso, ma soprattutto l’ha fatto portando in scena una terza stagione a tratti ottima, e chiusa col botto, e una quarta stagione che da quel botto ha continuato a salire in alto. Lo diciamo quindi a chiare lettere: la quarta stagione di Fear The Walking Dead è tanta roba.

Una decisione coraggiosa

Dopo tante critiche è doveroso un plauso al gruppo produttivo che al termine di un’ottima terza stagione, ha preso una decisione rivoluzionaria, che in pochi avrebbero fatto e che ha dimostrato coraggio, ma al contempo anche il manico ben saldo sulla destinazione da voler prendere (cosa che non si può dire invece di The Walking Dead): via gli attori principali, cambio di showrunner e costruzione di una serie totalmente diversa rispetto alle prime tre stagioni.  L’elemento che salta subito all’occhio è la decisione di incasinare la narrazione con continui salti avanti e indietro nel tempo. Quello sostanzialmente che si era provato con The Walking Dead con risultati da Bagaglino. In Fear The Walking Dead l’esito è opposto, talmente buono da farti perdonare la casualità che porta all’incontro fra Madison e Althea, affiorato proprio nell’ultima puntata prima della pausa di metà stagione, quando Madison schiatta.


Fear The Walking Dead quarta stagione: una serie cupa, cupissima

Tutto quello che avviene di rilevante durante la storia, avviene di notte. E anche il giorno, quello del presente, lontano dai ricordi smarmellosi del passato, è un presente grigio, quasi senza sole. Inoltre, tutti coloro che cercano di portare avanti un messaggio di speranza, muoiono.

Fear the Walking Dead riporta in scena uno degli elementi prerogativi del primo The Walking Dead: la morte, che può colpire in ogni momento, anche i protagonisti del racconto. Nick crepa improvvisamente, a freddo. Come avvenuto con Travis la stagione precedente. Ma mentre Travis aveva salutato nella prima puntata, Nick scompare nel bel mezzo del suo messaggio di speranza per il futuro. Ad ucciderlo, lo stesso futuro, una bambina, con un colpo secco, al cuore. Per la serie “quando meno te lo aspetti…”.

La serie è talmente cupa che Nick non viene nemmeno sepolto. Nel nuovo mondo non c’è nemmeno il tempo per salutare i propri cari. La fossa che familiari e amici scavano per Nick, in realtà, non è pensata per contenere un corpo, ma per riportare alla luce le armi, moltissime armi e potenti. Discorso analogo vale per Madison e i cattivi di turno, ancora una volta degli uomini normali e non degli improbabili psicopatici alla Walking Dead. I “villain” muoiono durante un conflitto a fuoco. Veloce, effimero, neanche fossimo in “Vivere e morire a Los Angeles”. Stratagemma già utilizzato lo scorso anno. Una morte quasi democratica, che assegna a tutti la stessa importanza al momento della dipartita.

Fa eccezione Madison. La sua è l’unica morte “eroica” che viene dipinta nella serie, messa in atto per scongiurare molte altre morti stupide e veloci. Ma al contrario di quello che normalmente avviene per protagonisti ed eroi, la morte di Madison è negata allo spettatore. Non la vediamo. E questo le dona un’ulteriore aura di epicità. La scopriamo dopo puntate e puntate dal racconto di Alicia e Victor, nonostante i dubbi sempre più forti col passare degli episodi. È una morte celata, anche perché non viene portata effettivamente in scena. Madison si chiude all’interno del suo sogno (lo stadio nel quale avrebbe voluto costruire una nuova comunità) insieme agli zombie. Al contrario dei pronostici di tutti, il sogno ha resistito, lo stadio non è caduto di fronte all’assalto del nemico, ma gli uomini che lo hanno abitato non vi hanno creduto, distruggendolo, diventando il peggior nemico di loro stessi. Le porte dell’arena sportiva così si serrano al passaggio di Madison e non vediamo altro. Nessuno d’altronde ha voglia di raccontare pienamente il momento esatto nel quale il suo desiderio più grande va in pezzi.

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Il nuovo Fear The Walking Dead vede quindi nuovi personaggi appropriasi del racconto

Personaggi a tutto tondo, non macchiette come The Walking Dead. Primo fra tutti: Morgan, che torna ad unirsi ad un gruppo continuando a perseguire la causa di non uccider nessuno. Al suo fianco, John, del tutto suo simile. Poliziotto, come Rick, ma che, al contrario dell’ex sceriffo, non vuole più sparare. Una decisione motivata sotto molti aspetti, dal pratico (attira zombie) al personale (l’errore commesso tempo addietro), ma che simboleggia perfettamente il concetto di mondo demolito nel quale vivono i personaggi, esemplificato in una pistola dal modello antico, distrutto, non più replicabile. John ricalca tutti gli stereotipi figurativi di Rick, ma si ispira al Rick della prima stagione. Ha un suo scopo all’interno del racconto, una vita per la quale combattere e i suoi morti non l’hanno reso un automa chiamato solo ad uccidere.

Le nuove figure femminili sono invece Naomi (Jenna Elfman), le cui plurime identità riflettono la mancanza di sincerità di tutti i personaggi in scena, e Althea, in scena proprio per contrastare le bugie, i doppi giochi e le macchiavelizzazioni degli altri esponenti del nuovo mondo. Con una telecamera Althea punta a raccontare la verità. Lo scopo è lo stesso di Madison e Nick, costruire un futuro migliore, ma il metodo è più smaliziato e meno incoscientemente aperto agli altri. Althea non si fida di nessuno e dietro la faccia pulita e apparentemente imbranata di Maggie Grace, nasconde una scalciaculi. D’altronde, si aggira per le strade con un tank della SWAT. Non so se mi spiego.

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Durante le prime otto puntate di questa quarta stagione, i personaggi di Fear The Walking Dead hanno una prerogativa: sono contemporaneamente alleati e nemici gli uni degli altri. Per questo non c’è bisogno di un “villain” forte per tutto l’arco di questa metà stagione. Solo un elemento esterno che metta in moto le dinamiche. Ogni personaggio in scena ha uno scopo, oltre al sopravvivere, e lungo il proprio percorso trova alleati che prima erano nemici e nemici che prima erano alleati. Buona parte della forza di questa quarta stagione sta tutta qui. Una frase molto semplice, ma all’apice di un immenso lavoro di scrittura. In conflitti in gioco cambiano costantemente, la dinamica è fluida, veloce. In una società perennemente in lotta, non sai mai su chi puoi fare affidamento e per quanto.

Le trasformazioni di Jenna Elfman e Maggie Grace rispecchiano infine il cambiamento a cui è andato incontro Fear The Walking Dead: ricordata ormai da tutti solo per Dharma & Greg, con sedici anni in più sulle spalle, e prodotti di secondaria importanza dietro di sé, Jenna Elfman esce dalla commedia che le ha portato gli unici successi della carriera, trovando finalmente un personaggio drammatico potente. Chiariamoci. Per tutte le prime puntate, Naomi è tutto fuorché appariscente, ma quando la narrazione inizia a mettere a fuoco la sua storia, presente e passata, il personaggio deflagra in tutta la sua potenza all’interno del racconto, in particolare con un senso di colpa enorme come un grattacielo che spiega tutto il suo menefreghismo di fronte alla vita e agli altri.

Dal canto suo, Maggie Grace sveste i panni di semplice gnocca, taglia i capelli, nasconde il corpo perfetto in una tenuta pseudo militare, pseudo partigiana, e nonostante il fondotinta che ogni tanto viene messo in risalto, usa mitra e telecamera per farsi largo in mezzo all’Apocalisse. Il baratto è la sua moneta di scambio, pronto però ad essere sostituito dal ricatto. In un mondo che non ha più niente da raccontare, dove tutte le storie sono rese uguali da un unico scopo, la sopravvivenza, Althea ha sete di storie.

Racconti del nuovo mondo, racconti del vecchio mondo. Una videoteca dalla quale partire per ricostruire l’umanità.

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