Fargo

Fargo: finché morte non vi spari. Recensione episodio 3.10

Un solo nome: Varga.

E’ lui il protagonista di questa serie, non c’è ombra di dubbio. Si è insinuato petulante e allampanato, è diventato necessario per qualcuno, temuto da qualcun altro, fino a rivelarsi il gran burattinaio e infine il raccordo con l’interrogatorio criptico del prologo. Medaglia al merito a David Thewlis. Insomma, un bel coup de theatre per chi pensava che la parte del leone l’avrebbe fatta un doppio Ewan McGregor.

La saga dei fratelli Stussy in realtà lascia un po’ d’amaro in bocca. Si era partiti con buoni propositi leggendo fra le righe suggestioni di alta letteratura, e facendoci complici di uno dei più imbranati criminali del piccolo schermo. La morte di Ray, in tutto il suo parossismo, è stato forse il momento più emozionante in una vicenda che le emozioni le stilla col contagocce. Da allora, buone prove d’attore per Ewan calato in un personaggio la cui viltà è in misura proporzionale alle mazzate che subisce, ma la bella compagnia di contorno non è riuscita a convincere pienamente né a commuovere.

Le morti, vuoi per necessità o per vendetta, in quest’ultimo episodio sembrano funzionali più a un piano che risponda alla chiusura della sceneggiatura che a una scintilla di follia creativa com’è stato l’investimento per mezzo di un condizionatore nella prima puntata. O la morte con il vetro infranto nella sesta.

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La furia vendicativa di Nikki, per esempio, è parso più un cliché che uno sviluppo originale del personaggio. L’odio con cui vuole eliminare Varga è forse esagerato visto che non è stato lui l’assassino del suo amato Ray. E non convince il movente di una valigia piena di soldi. Assai meglio riuscito il duello finale in aperta campagna.

Solitario, come un uomo disperato che attende il patibolo, Emmit percorre una lunga striscia d’asfalto nella prateria del Minnesota. Viene raggiunto come in Duel da un camion fantasma. Scende Nikki. Con fucile. Lui sì ha da pagare lo scotto degli intrighi a danno del fratello e il fatto di non averlo soccorso e lasciato morire dissanguato. Il momento si fa teso, come quando si aspetta il nome del vincitore di X Factor… e allora accade il previsto. L’arrivo della polizia. Il resto non lo rivelo ma va da sé che qualcuno ci lascia le penne.

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Bello il montaggio che segue, con un piano sequenza in avvicinamento, centrato su Gloria, giunta sul luogo della tragedia, formato da dissolvenze di personaggi che si muovono lungo la strada.

Anche Verga sale al patibolo. Anch’egli solitario, dentro un ascensore. Tensione palpabile, sappiamo che si sta ficcando in una trappola. Non ne conosciamo ancora l’entità, ma abbiamo il sospetto che riuscirà ad eludere anche questa. Ha appena dribblato un grosso ostacolo, quando Emmit costretto a firmare il proprio fallimento si è poi avventato sulla prima pistola disponibile e lo ha minacciato con la faccia più feroce che gli sia mai stata riconosciuta.

Nessuno gliela fa a Varga, ha quasi il potere sovrannaturale dei supereroi, pur avendone una fisionomia all’opposto. Nelle situazioni più disperate è in grado di dileguarsi lasciando a terra il proprio trench. E’ anche per questo che quasi ci convince della sua visione nel finale e siamo lì, come Gloria, davanti a lui ad aspettare che qualcosa accada, che qualcuno arrivi a trarlo fuori dai pasticci, che la sua vera identità venga svelata. E fissiamo inermi la finestra della cella, convinti che come nel prologo, sia oltre quella immagine che si possa sviluppare un’altra storia vera, in cui i nomi dei protagonisti siano stati cambiati ma i fatti si siano svolti esattamente così come narrati…

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