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Principe Libero: la recensione del biopic di Fabrizio De André

Fabrizio De André – Principe Libero

Il 13 e il 14 febbraio è andato in onda su RAI 1, dopo un breve passaggio nelle sale cinematografiche, la miniserie  Fabrizio De André – Principe Libero, il biopic sul cantautore italiano Fabrizio De André. Sono riuscita a recuperarlo su raiplay (sempre sia lodato!) proprio in questo fine settimana appena passato e lo ammetto candidamente, la ragione principale per cui avevo in lista la visione di questa fiction era principalmente per la presenza di Luca Marinelli. Cerco di non perdere i lavori di questo attore, fondamentalmente perché lo ritengo, senza esagerazione, l’attore più talentuoso della sua generazione e non solo.

E non so se sia vero che tutto quello che tocca Marinelli diventi oro, ma Principe Libero è una meraviglia di fiction in tutti i suoi elementi: attori, sceneggiatura, regia e costumi, convergono nel creare un prodotto molto coinvolgente e onesto e non era cosa scontata. I biopic rappresentano per gli sceneggiatori ma, soprattutto per gli attori, dei veri trabocchetti, delle sfide interpretative tutt’altro che semplici.

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Principe Libero - Fabrizio De Andrè, Luca Marinelli

Luca Marinelli in una scena di Fabrizio De André – Principe Libero

Le inflessioni dialettali non sono difetti!

C’era un articolo (l’ho trovato, eccolo!), di qualche anno fa, di Matteo Bordone su Internazionale, dove sintetizzando molto si diceva proprio questo: basta con questa fissa della dizione pulita! L’inflessione rappresenta unicità e soprattutto autenticità, gli attori sono persone con una storia e un’identità. E’ veramente così importante che in una fiction ambientata a Genova si reciti con l’inflessione genovese e si dica 10 volte belin? Ci vogliamo fermare solo a questo? Mi pare proprio di no!
Dopo aver visto Principe Libero, è abbastanza ovvio e scontato che è stata fatta una scelta di casting valido e di qualità. L’interpretazione di Luca Marinelli, infatti, è autentica e molto intima: non è una caricatura, non è una scimmiottatura, ma anzi proprio la chiave con cui è stato scelto di rappresentare De Andrè è stata la carta vincente per decretare il successo di questa miniserie. La fiction, infatti, restituisce un’immagine veritiera di un cantautore molto complesso ed eclettico, senza edulcorare in nessun modo la sua vita. Capita così più volte, di trovarsi a guardare la fiction notando una vera sovrapposizione e fusione tra Marinelli e De André e si capisce perchè sia Facchini che Dori Ghezzi abbiano più volte sottolineato come questa fiction non ci sarebbe stata senza l’interpretazione di Luca.

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Fabrizio De André – Principe Libero

Luca Marinelli e Valentina Bellè in una scena del biopic Fabrizio De André – Principe Libero

Gli amori, la famiglia, la musica e il rapimento

La scelta di aprire il racconto partendo dall’evento traumatico del rapimento, il 27 agosto 1979 è già di per sé una scelta interessante e poco scontata, perché da lì si snoda la storia di Faber, l’infanzia, la giovinezza il rapporto conflittuale, ma pieno d’amore e rispetto, con il padre (Ennio Fantastichini che non delude mai!), fino al suo matrimonio con Puny, (una compassata Elena Radonicich) e infine all’amore della vita con Dori Ghezzi, interpretata da una Valentina Bellè molto convincente, l’unica persona che sembrerebbe aver colto a pieno e assecondato l’animo libero, il carattere ombroso e schivo di Faber. Anche il problema con l’alcol viene spesse volte sottolineato come una protezione e scudo che il cantautore usava per accettare e venire a patti con l’aspetto pubblico della sua arte.

La regia di Facchini, mai troppo lineare e didascalica, indugia e rallenta proprio sull’amore di De André e Dori Ghezzi, regalandoci una rappresentazione del sentimento molto passionale, veritiera e onesta e a tratti anche commovente.
Fabrizio De André – Principe Libero  fa centro perché è un racconto intimo, di un animo tormentato alla ricerca costante di qualcosa come fanno gli artisti e i poeti, perennemente nostalgici anche nella felicità.

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