0Altre serie tv

Electric Dreams e la paura di osare. Recensione dell’episodio 1.01 – The Hood Maker

Electric Dreams, tratto dai romanzi di Philip K. Dick

E’ quasi diventato un appuntamento fisso. Da qualche anno a questa parte in un qualche palinsesto televisivo, britannico o a stelle e strisce, qualche autore o produttore si diletta nel dedicare tempo e forze ad un progetto o tratto da un qualche romanzo di un qualche famoso autore, o ad una produzione distopica sulla scia del successo avuto ultimamente da questo tipo di narrazione.

Da pochi giorni andata in onda su Channel 4 (lo stesso canale che ha dato i natali a Black Mirror e Humans) Electric Dreams è un po’ la somma di questi tre aspetti: è una serie antologica distopica, tratta dai lavori di Philip K. Dick e prodotta da Bryan Cranston.
Nonostante le ottime premesse, il primo dei dieci episodi che compongono questa prima stagione non riesce nonostante tutto a scoccare tutte le potenziali frecce al suo arco. 

Adattamento ad opera di Matthew Graham dell’omonima storia dello scrittore statunitense The Hood Maker, primo episodio di Electric Dreams, pone al centro della narrazione un’inquietante realtà in cui il genere umano si divide tra i normali e i telepati. Come il nome stesso suggerisce, quest’ultimi sono in grado di leggere i pensieri e di scavare nei ricordi dei normali, oltre ad essere capaci di creare tra di loro una sorta di network di comunicazione invisibile e, soprattutto, non rintracciabile. 

Senza sapere come questa evoluzione genetica sia avvenuta (né se sia stata voluta e portata avanti da qualcuno in particolare), Electric Dreams si apre sull’ultimo capitolo di questa storia, in cui ormai il rapporto tra normali e i teep è giunto al limite dopo l’emanazione della legge Anti-Immunità. Secondo le nuove disposizioni della città, le forze di polizia possono avvalersi delle capacità dei teep nelle loro indagini, violando in questo modo l’ultimo avamposto libero e privato dei normali: la loro mente.

electric dreams

Channel 4

L’ultimo scontro tra normali e telepati ci viene mostrato attraverso gli occhi –  e i pensieri – di Honor (Holliday Grainger) e Ross (Richard Madden): la ragazza dalle abilità speciali sarà chiamata ad affiancare l’Agente in un un nuovo caso sull’ultima rivolta scoppiata in città, le cui ricerche si concentreranno su un misterioso produttore di cappucci di lino, utilizzati dalla resistenza umana.

In un’atmosfera livida degna di uno sci-fi, The Hood Maker muove le sue carte nel modo più tradizionale possibile, creando un buon prodotto che intrattiene ma che poteva in realtà fare molto di più, osare di più visto l’ottimo materiale di partenza.

Una risposta a questa mancanza di coraggio potrebbe venire dal limitato tempo di azione che Graham e il regista Julian Jarrold avevano a loro disposizione: in una sola ora di tempo non è sempre facile (ma neanche impossibile) creare una storia impattante. Nonostante la buona performance dei giovani attori protagonisti, è molto probabile che i due non verranno ricordati per questo ruolo. 

Un’altra possibile spiegazione che potrebbe appagare la nostra sete di spiegazioni è legata all’autore stesso del materiale di riferimento. La scorsa stagione televisiva ci ha regalato una eccezionale serie distopica, The Handmaid’s Tale, tratta da un romanzo di Margaret Atwood del 1985. Uno dei maggiori pregi di questa produzione è quella di essere riuscita, nonostante l’età, ad assumere una veste attuale, che gli spettatori hanno apprezzato anche e soprattutto per la capacità di ritrovarsi in essa. A questo adattamento la stessa Atwood ha partecipato in prima persona. The Hood Maker è stato addirittura scritto nel 1955 e il suo autore è morto nel 1982, rendendo quindi impossibile un suo coinvolgimento in questo ultimo progetto.

Electric Dreams

Channel 4

Seppur scritto più di 60 anni fa questo racconto, più di altri scritti distopici e fantascientifici più recenti, ha alla base tre questioni così tremendamente attuali che Electric Dreams avrebbe potuto sfruttare a suo vantaggio, invece di lasciare che fosse l’aspetto emotivo a prendere il sopravvento, portando lo spettatore a credere che il tutto potesse risolversi in una banale storiella d’amore tra un umano e una mutante. 

Il primo quesito che non trova alcuna soddisfazione è una domanda di per sé molto comune: quale deve essere il confine della scienza, dove la ricerca scientifica e le tecnologie devono azionare il freno a mano. 

La seconda riguarda invece il potere e l’oppressione: “le nostre menti sono l’unico stato indipendente esistente”, recita uno dei personaggi della storia.

E, infine, un interrogativo che forse non troverà mai risposta: è possibile fidarsi di chi è diverso da noi? E’ possibile vivere con chi è diverso da noi?

Questo primo sogno elettrico rimane incastrato nelle sue atmosfere cyberpunk, lasciando che siano altri (magari i prossimi episodi della stessa serie) a cogliere l’occasione di raccontare, di nuovo e meglio, la nostra storia attraverso realtà che mai si realizzeranno o che forse abbiamo già superato.

Comments
To Top