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Devilman Crybaby: su Netflix si completa la resurrezione del capolavoro più controverso di Gō Nagai

Netflix

Mentre voi vi sparavate su Netflix tutte le serie televisive possibili, americane, tedesche, italiane, contemporanee o di un bel po’ di anni fa, è successo che in Giappone abbiano pensato di fare un adattamento contemporaneo di Devilman. In Giappone funziona un po’ così. Ogni tanto si prende un classicone e lo si riadatta al mondo di oggi.

Ad Hollywood, in Italia e un po’ in tutto il mondo, la chiamano mancanza di idee. In Giappone, invece, miniera d’oro o, per usare un linguaggio consono al tempo, fucina di hype che puntualmente salgono alle stelle. Succede poi che la stesura di questo Devilman venga affidata a tal Ichirō Ōkouchi, uno che in tempi recenti ha riadattato sullo schermo l’intera prima parte della saga di Berserk, suddivisa in tre film, passati pure al cinema, il cui successo ha portato finalmente, dopo decenni d’attesa, alla realizzazione di un altra porzione di cartone animato. Ma questa è un’altra storia, lunga e complicata.

Succede infine che Netflix, nel suo volere acquistare prodotti un po’ da tutti i Paesi, commissioni pure anche questo Devilman e lo metta a disposizione di tutti i propri utenti. Alla regia un regista sperimentale come Masaaki Yuasa. Onestamente non so in quanti lo abbiate o l’abbiano visto, ma se siete nati fra gli anni Settanta e Ottanta come il sottoscritto, guardatelo. Poi, la mattina dopo, se non vi siete sparati un colpo in testa, ne parliamo di fronte ad un Bombardino e a un White Russian. In ogni caso non è una cosa che porta via molto tempo. Sono solo 10 puntate, da 25 minuti, di un’unica stagione.

Il personaggio di Devilman è entrato nel mito collettivo di chi è nato fra i Settanta e Ottanta grazie anche alla fantastica sigla di I Cavalieri del Re. (DEEEEEEEEEEEEEE -EEEEEEEEEEE – EEEEEEEVIIIIIILLLMAAAAAAN). Talmente di culto, che nel 2009 ne stamparono un singolo, su 45 giri. Il lato b conteneva Ransie la strega. Inutile che vi dica cosa ne sia stato. Chi è nato in quegli anni lo sa. Non c’è una sigla di I Cavalieri del Re che non sia nel nostro lettore mp3, nella libreria di iTunes, di Spotify o di Winamp, per chi lo usa ancora (io!).

In realtà già la sigla ti faceva capire di essere di fronte ad un prodotto bipolare.

Cupa e tetra all’inizio, quanto pacchiana e fanciullesca nella seconda strofa del ritornello, edulcorata da un sano catechismo. E il cartone era in sostanza un po’ così. Creato dalla mente di Gō Nagai (all’anagrafe Kiyoshi Nagai), colui che ha scritto la storia del manga giapponese e dato vita a personaggi come Mazinga (e di conseguenza Ufo Robot) e Jeeg robot, il fumetto di Devilman ha creato per anni turbe psichiche a chi lo leggeva, al punto tale che quando proposero un adattamento televisivo, si guardarono tutti negli occhi e si convinsero che così non poteva andare. Avete visto il cartone? Bene, è solo lo 0,1% dell’idea originale.

Cattivo, violento, spaventoso. Bambini decapitati (per non parlare degli adulti), nudità deturpate, sesso, mostruosità, mortificazione della carne. Tagliate il più possibile e vi ritrovate il cartone animato col diavoletto verde. Nudo al naturale non poteva stare, faceva scandalo. In tv. La politica di sottrazione, tuttavia, non bastò a salvare il cartone animato. Con la salita al potere dei matusa, dei genitori preoccupati e informati, in sostanza del Moige, Devilman (quello verde) fu bandito dalla televisione in chiaro italiana nel 1994. Non sto scherzando, fu proprio bandito, a causa delle tematiche horror, della violenza e del linguaggio (il protagonista, nonostante i vari tagli, è comunque un teppistello). La sigla italiana, che doveva essere pubblicata nuovamente su cd, fu bruciata come i libri durante il nazismo a causa delle sempre più crescenti proteste della triade di cui sopra. Così ora capite perché oggigiorno non se ne trovi una registrazione decente.

Dopo anni di oscurantismo, fortunatamente arrivò il mercato home-video di nicchia e Devilman poté tornare alla luce.

Lo fece con due OAV (i lungometraggi) che ripresero il fumetto originale (l’immagine qui sopra a sinistra) e a quel punto anche chi non si era mai letto il manga, capì che Devilman in cielo come un angioletto non aveva proprio voglia di volare.

Basta l’inizio della storia per capire come per anni siate tutti stati presi in giro. Nel cartone animato, il protagonista, Akira, durante una spedizione in Siberia, cade in un crepaccio, dentro la tana del demone Amon. Il ragazzo e il padre muoiono (e qui i genitori del Moige si stracciano le vesti) e il demone si impossessa del corpo del giovane (qui i genitori si strappano i capelli) con l’obiettivo di dominare la Terra, salvo poi ripensarci per amore. Nel fumetto (e nell’OAV), invece, Akira viene invitato dall’amico Ryo ad un rave party, un sabba o, per meglio dire, un’orgia. Per evocare i demoni Ryo inizia a dar di matto, comincia ad uccidere gli invitati mentre copulano e ballano, fino a quando i demoni non si manifestano e Amon, il demone più potente di tutti, si impossessa del corpo di Akira. Capite anche voi già dall’incipit che non è proprio la stessa cosa.
Purtroppo però gli OAV furono solamente due, il primo che appunto affrontava la genesi di Devilman, e il secondo che ne raccontava lo scontro con Siren, uno dei suoi nemici principali.

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Arrivando ai giorni nostri, ecco Devilman Crybaby.

Akira e Ryo sono amici fin dall’infanzia e fin dall’infanzia si capisce subito che Ryo è un bel po’ avanti nella scala dei figli di padri incerti. Akira è il suo opposto. Piange sempre, per qualsiasi cosa. Ha una sensibilità un po’ troppo spiccata. È lui il crybaby del titolo, caratteristica che mantiene anche da adolescente e che gli permetterà sostanzialmente di resistere al demone Amon, grazie al suo cuore puro. La possessione maligna non si completerà e nascerà il devilman.

Akira dichiara guerra a tutti i demoni presenti sulla Terra e che vogliono distruggere l’umanità. Lentamente comprenderà che i demoni si nasconderanno anche in altri meandri della società e si ergerà a paladino di tutti i deboli. La trama riprende la storia originale e tutti i suoi “pregi” di violenza. Forse anche di più. Purtroppo Devilman Crybaby denuncia però fin da subito tutte le sue mancanze. Un disegno un po’ così, stilizzato, lontana dalla mano di Nagai, personaggi che istigano ad essere picchiati dagli spettatori e una narrazione tagliata con l’accetta. Poca la voglia di introdurre l’universo e i protagonisti di questo cartone. Tangibile la voglia di arrivare al punto e alla nascita dei devilman (saranno più di uno), senza badare troppo alla coerenza del racconto e alle perplessità di chi guarda. Durante tutta la prima puntata non farete altro che pensare che Akira è un perfetto cretino.

Di lì in poi è tutto in salita. Nel senso che la storia inizia a prendere la sua forma e l’anime ne guadagna. Una volta fatta anche la tara di personaggi che corrono come fossero a quattro zampe e seni enormi che arrivano alla vita, è una goduria di binge watching, con il tema principale della colonna sonora che vi rimarrà in testa per ore. L’arpia Siren, vi dico subito che a metà stagione la salutiamo, eppure la sua rimane una puntata fondamentale per capire questo nuovo Devilman. Non più una lotta fra bene e male, ma un mondo ricco di sfumature, dove l’amore è presente anche fra demoni e dove le vere bestie sono gli umani.

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Il politicamente corretto mettetelo nel cassetto.

La scena del marito che uccide la moglie è un’ottima metafora della violenza di genere (della violenza poi nella sua generalità) di cui fa le spese tutta la società, sventrata e sbudellata, con le teste delle vittime costrette poi a recitare, anche dopo la morte, il loro triste copione a favore del pubblico ottuso che letteralmente sbava di fronte al loro sangue.


Arrivati alle ultime tre-quattro puntate, la violenza si avvolge in una spirale contorta attorno sé stessa. Mentre nel cartone degli anni Settanta lo scontro rimane circoscritto fra Akira e i demoni, qui si allargherà a tutta la razza umana, senza risparmiare nessuno. Non mancheranno i bambini squartati, le teste innalzate su picche, la violenza un po’ fine a sé stessa. Poi sesso a piene mani.


Non solo nei rapporti sessuali (anche mortali) o nelle nudità, ma in tutte le sue forme e nelle sue pulsioni, dai liceali che commentano le compagne che fanno ginnastica, alla già citata Siren che smania di tornare a copulare con Amon. Il corpo, soprattutto quello femminile, viene mostrato nella sua nudità solo per essere dilaniato o vilipeso dalle sembianze dei mostri. Nel mezzo di tutto ci si trova invischiata Miki Makimura, la ragazza con la quale Akira vive, promessa dell’atletica leggera nipponica, influencer sui social network con un codazzo infinito di follower, anche perché modella a tempo perso, specialmente di intimo, con un fotografo personale che le tenta tutte per riuscire a farle degli scatti di nudo (e ovviamente per finirci a letto).

E proprio i social network avranno un ruolo indispensabile in questa trasposizione. Saranno tuttavia sempre rappresentati in alfabeto giapponese, quindi pronti ad attivare i sottotitoli se non vorrete rimanere esclusi dalle evoluzioni del popolo senza cervello. Senza spoilerare nulla, Devilman Crybaby si trasforma alla fine in un’aspra critica alla società, che parte dalla folla manzoniana e ne estremizza il concetto, armando il popolo scemo di fucili, carri armati e lame affilate. Alla fine, a far più bella figura, sono proprio i demoni, sebbene vengano descritti come una specie di razza umana (anche se di umano nell’aspetto hanno poco) schiava dei propri istinti.

Devilman Crybaby non risulta ovviamente essere un capolavoro, ma finalmente rende giustizia a quel fumetto che, oltre quarant’anni fa, contribuì a cambiare drasticamente la storia del manga giapponese, completando quel percorso che la censura castrò più volte nel corso dei decenni, scrivendo una storia dal finale potente e crudo (da solo merita l’intera visione) che avrebbe costretto anche il più pessimista degli autori a riparare in un trenino di assenzio (al termine del quale capisci che il crybaby del titolo non è solo Akira).

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