Cinema

Coco: recensione del nuovo film d’animazione della Disney

Coco

Titolo: Coco

Genere: Animazione

Anno: 2017

Durata: 105′

Sceneggiatura: Lee Unkrich, Jason Katz, Mattew Aldrich, Adrian Molina

Regia: Lee Unkrich, Adrian Molina

Musica: Michael Giacchino

Cast (italiano): Luca Tesei (Simone Iuè, canto), Emiliano Coltorti, Fabrizio Russotto, Mara Maionchi

Coco non è il nome del protagonista, né del cane.

Coco è la bisnonna di Miguel, il ragazzino che sogna di diventare musicista in una famiglia di ciabattini messicani refrattari a qualsiasi elemento sonoro. Il perché viene spiegato all’inizio, con una sequenza piuttosto originale che distrae l’occhio a scapito della narrazione. Vi è poi un lungo elenco di parenti di Miguel che avranno un ruolo determinante nella storia e per ora appaiono incorniciati su un altare. Questi i principali difetti del film, che con altrettanto effetto barocco e ridondante, torneranno a più riprese durante la visione.

Il film è molto bello. Ricco di colori sgargianti, di particolari, con una scenografia da mozzare il fiato.

Le capacità tecniche di Disney-Pixar già le conosciamo, ci stupiscono ad ogni nuovo film e quindi le diamo per scontate, sono una gioia per gli occhi e di questo dovremmo comunque sempre essere grati. Qui la cosa che più interessa è l’aspetto esoterico e filosofico che attraversa la vicenda. Una storia che purtroppo è il punto debole dell’operazione. Il soggetto è certamente originale, lo svolgimento piuttosto prevedibile. Diciamo che come meccanismo narrativo siamo dalle parti di UP, Inside Out, e Toy Story: una serie di episodi che portano l’eroe lontano da casa, in mondi sconosciuti, c’è l’incontro con il compagno inseparabile e il twister sul finale.

LEGGI ANCHE: Disney comprerà la 21 Century Fox per 52,4 miliardi

Coco

Questa volta però una certa prolissità di situazioni e dialoghi mi ha poco convinto. Un cartone dovrebbe asciugare le parti dialogate in favore di una sintesi in cui il disegno possa spiegare più di mille parole. Stupisce che maghi dell’immagine come questi siano costretti a lunghi “spiegoni”.

Dicevo dell’aspetto esoterico e filosofico: è raro trovare un film che parli della morte in maniera così totalizzante. Buona parte dei personaggi di Coco sono scheletri che vivono nell’aldilà, e il protagonista stesso soggiace a una sorta di passaggio fra la vita e la morte.

L’ispirazione credo derivi in parte dalla Divina Commedia, il cane che accompagna Miguel non a caso si chiama Dante. Il mondo dei morti è costruito come un Inferno dantesco, o piuttosto un Purgatorio: un’immensa città costruita in verticale, con le sue torri inavvicinabili come il Castello lo era per Cenerentola, e i suoi bassifondi, abitati da anime sulla via della dimenticanza.

E’ il concetto del ricordo che lega il mondo dei vivi a quello dei morti. La canzone simbolo di Coco si intitola “Ricordami” e viene cantata in tre momenti diversi con tre modalità ed effetti opposti. E’ stata brillante la scelta di ambientare l’inizio della vicenda in un Messico un po’ fuori dal tempo: per il senso che la musica popolare ha in quel paese (e che un’intera famiglia non ne voglia sentir cantare è già tutto un programma), per quel senso della tradizione e dell’attaccamento a certe pratiche che tendiamo a trovare sorpassate, e soprattutto per il culto dei morti. Si tratta di un culto pagano, quindi tutti i riferimenti religiosi (di cui il Messico è zeppo) in questo caso vengono aboliti.

LEGGI ANCHE: Biancaneve compie 80 anni! Ecco la storia di un classico Disney senza tempo

Coco

L’aspetto esoterico diventa universale. L’aldilà pur ricordando il paesaggio dantesco, non fa mai cenno a divinità sovraumane, ma pone l’uomo stesso in una posizione di privilegio. Siamo noi, con i nostri ricordi, con l’affetto che nutriamo per i nostri cari, ad alimentare quel mondo. Trovo sia un concetto molto forte quello che il film s’incarica di trasmettere. Il messaggio credo risulti un po’ criptico ai giovani spettatori, mentre agli adulti (magari a quelli che hanno già perso i propri cari) arriva chiaro e diretto. E colpisce lo stomaco nelle battute finali.

Come sempre in un cartone Disney il rito consolatorio è assicurato. Le canzoni di Coco (la cui colonna sonora è di Michael Giacchino) non sono tutte memorabili ma sia Ricordami (di Kristen e Robert Lopez) che La Llorona svolgono al meglio la loro funzione. La seconda in particolare, un successo tradizionale messicano utilizzato anche come contributo a Frida Kahlo nel film Frida del 2002 (e il personaggio della pittrice appare a sorpresa in più punti del cartone), rende la sequenza particolarmente esilarante. I registi sono Lee Unkrich (già director di Toy Story 3, e si vede) e Adrian Molina (background da sceneggiatore).

Altri scheletri nell’armadio disneyano c’erano già dai tempi del corto The Skeleton Dance (1929), tempi di sperimentazioni e creatività fuori dagli schemi, e probabilmente visto il tema, il messaggio, la qualità tecnica, penso che anche allo stesso Walt questo film non sarebbe affatto dispiaciuto.

Comments
To Top