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Cinque serie TV che non ci aspettavamo – le sorprese del 2017 televisivo

Anne with an E
IMDb

Facile è fare grandi cose se a scrivere la serie è Bryan Fuller adattando Neil Gaiman (American Gods) o se dietro hai il connubio insolito Noah Hawley – Marvel (Legion) o se a parlare di serial killer ci metti David Fincher (Mindhunter). Ma se il cast è di attori sconosciuti o a cui non si da alcun credito e a scrivere non c’è nessun grande nome o se addirittura non sei neanche recitata in inglese avere successo è una impresa memorabile.

O un’assoluta sorpresa come i cinque casi che vi elenchiamo di seguito in rigoroso ordine di apparizione in questo 2017 televisivo.

 13 Reasons Why
1.) Thirteen Reasons Why

Si potrà discutere ancora a lungo sulla qualità della serie (e anche nella nostra stessa redazione non sono mancate voci dissonanti), ma è innegabile che l’evento televisivo del 2017 sia stato Thirteen Reasons Why. Si contano, infatti, sulle dita di una mano le serie che sono riuscite a travalicare i confini del piccolo schermo per diventare fenomeno mediatico onnipresente e argomento di discussione nelle scuole. Addirittura ci sono stati momenti in cui ad origliare i discorsi della gente in metropolitana si sentiva invariabilmente parlare di questa serie.

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Le tredici ragioni che hanno portato l’adolescente Hannah Baker ad un suicidio mostrato in tutta la sua crudezza sono state raccontate in tredici cassette a cui è dedicata ognuna delle tredici puntate della serie. Trait d’union è Clay che non si rassegna ad accettare la morte di quella che sarebbe potuta essere la sua storia d’amore se solo anche lui fosse stato attento a cogliere i segnali dell’inferno che Hannah nascondeva dietro il sorriso costante e l’atteggiamento a volte sprezzante. Un calvario fatto di bullismo e di un crescendo di persecuzioni che ha squarciato il velo del dorato mondo adolescenziale televisivo mostrando cosa significhi essere vittima di bulli. Perché magari la serie non era perfetta nei suoi aspetti più prettamente tecnici (regia, fotografia, recitazione di una buona parte del cast), ma ha sicuramente il merito inestimabile di aver portato in primo piano i mille modi in cui il fenomeno del bullismo si può manifestare.

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Una serie cruda, ma necessaria. Una lezione per i ragazzi che troppo spesso non si accorgono della violenza di gesti crudeli compiuti con colpevole indifferenza e per gli adulti che troppe volte minimizzano il problema derubricando a innocue ragazzate quelle che sono mortali ferite. Motivi più che sufficienti per fare di 13 Reasons Why l’unica serie tv che andrebbe fatta vedere obbligatoriamente in ogni scuola e in ogni famiglia.


2.) Anne with an E

Attesa solo da quella parte del pubblico che adora i period drama, Anne with an E è stata fatta passare quasi sotto silenzio al momento del suo rilascio da parte di Netflix. Tratta dalla serie di romanzi omonimi, la storia della giovane Anna dai capelli rossi (come era nota nei cartoni italiani) è stata presto etichettata come un banale prodotto per famiglie venendo, quindi, ritenuta indegna dell’attenzione della critica più esigente. Nulla di più superficiale perché Anne si è rivelata, invece, una vera rivoluzione per il genere serie tv al femminile.

Anne è, infatti, un prodotto fatto per i sognatori che vedono il sole tra le foglie degli alberi alla fermata del bus che non passa, per quelli che riescono a trovare sempre il lato positivo anche quando sono presi in giro, per quelli che non smettono di rialzarsi quando sono stati buttati a terra, per quelli che sanno che vivere immaginando è un’avventura meravigliosa anche se la realtà viene ogni volta a svegliarti. Soprattutto, Anne è una serie consapevole del significato di essere donna e delle sue mille sfumature tanto positive quanto negative. Una serie che vuole mostrare quanto sia difficile essere donna oggi, ma quanto lo fosse ancora di più in passato e come siano state quelle difficoltà superate a permettere alle donne di oggi di lottare ancora per i loro sacrosanti diritti.

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Anche a livello tecnico, Anne è un prodotto eccellente grazie ad una fotografia e una regia impeccabili e ad una sceneggiatura che riesce a tenere incollato lo spettatore alle vicende della giovane protagonista. Sorprendono in positivo anche le prove di un cast giovanissimo su cui spicca sicuramente la freschezza e la bravura dell’adorabile Amybeth McNulty.

The Sinner
3.) The Sinner

Può funzionare un giallo dove alla fine del primo capitolo il colpevole è stato già scoperto e arrestato e senza ombra di dubbio verrà condannato? Può essere interessante una serie che parta da questa premessa? E che affidi il ruolo di protagonista ad una attrice famosa più per il glamour di Hollywood che per le sue doti tutt’altro che rimarchevoli?

Partendo da queste domande retoriche con risposta probabilmente negativa, sarebbe facile giungere alla conclusione che una serie simile debba essere un fallimento o comunque niente più che un prodotto destinato al dimenticatoio. E invece The Sinner smentisce ogni pregiudizio costringendo anche il più prevenuto degli spettatori ad appassionarsi ad una serie tanto intelligente quanto intrigante. E a chiedere scusa a Jessica Biel a cui va il merito non solo di aver creduto nel progetto figurando come produttrice, ma soprattutto aver interpretato un personaggio indimenticabile con rara bravura e insospettabile intensità. Ottimo comprimario anche un tormentato Bill Pullman a cui è affidato il ruolo di un detective che ha l’insolito ruolo di salvatore invece che persecutore del colpevole.

Leggi Anche: The Sinner – la recensione della prima stagione

The Sinner riesce nella mirabile impresa di violare le regole del giallo mostrando come sia possibile mantenere alta la tensione anche quando la caccia non è all’assassino, ma alla verità nascosta nel suo passato. È questa ricerca del perché dell’omicidio ad avviare un viaggio ipnotico in una storia oscura e perversa dove bene e male si toccano mischiandosi in un unicum fluido che lega vittime e carnefici ponendoli spesso sullo stesso piano e scambiandone i ruoli con insolita credibilità. Una scommessa azzardata, ma pienamente vinta.

Absentia e la globalizzazione
4.) Absentia

Ci sono un’italiana (ideatrice del soggetto), un americano (showrunner), una israeliana (casa di produzione), una canadese di origine serbo – croata (attrice protagonista), un giapponese (proprietaria del network), uno spagnolo e un polacco (primi paesi dove è stata trasmessa). Non è l’inizio di una barzelletta inusuale, ma il mix di paesi da cui vengono le persone coinvolte in quella che si può vedere come la prima serie figlia della globalizzazione.

Girata in Bulgaria e recitata in inglese, Absentia ha attirato poco i riflettori su di sé proprio per la scelta di essere proiettata prima in paesi tipicamente fuori dal circuito classico a stelle e strisce. Tuttavia, la scelta di Amazon di acquistarla e distribuirla presto sul suo servizio di streaming online è una indiretta conferma delle potenzialità e della qualità di una serie che ha saputo sfruttare al meglio l’internazionalizzazione del mercato dimostrando che ad essere importanti sono le idee e non dove sono nascono o crescono.

Leggi Anche: Absentia – la recensione della prima stagione

Le rocambolesche avventure dell’agente speciale Emily Byrne (una convincente Stana Katic) che riappare dopo sei anni di prigionia nelle mani di un misterioso serial killer giusto in tempo per venire coinvolta in altri più intricati casi si snodano lungo una trama ricca di twist inattesi, ma tutti perfettamente credibili e logicamente connessi. Lo spettatore è piacevolmente costretto a spendere lo iato settimanale tra un episodio e il successivo elaborando teorie attente che vengono puntualmente smentite in un crescendo di tensione e mistero dove anche il più innocente può diventare il colpevole e il più sospettabile essere invece innocente. Un crime che si trasforma in una montagna russa dove ogni discesa a perdifiato nasconde una risalita che impedisce di vedere la verità.

Dark - la serie rivelazione di Netflix
5.) Dark

C’è una lingua europea più ostica del tedesco (almeno per gli italiani)? C’è una nazione con un passato di serie tv tanto povero di esempi da ricordare (a meno che non vogliate citare l’imbolsito ispettore Derrick o il suo erede canino Rex) come la Germania? C’è un azzardo maggiore che produrre e seguire una serie tv dalla terra dei tutt’altro che simpatici crucchi? No.

Solo che a Netflix piace rischiare e agli spettatori riesce quasi impossibile non dare almeno uno sguardo a qualunque cosa la rete via cavo decida di offrire. Come Dark, la prima serie tv tedesca prodotta per il mercato internazionale. Mai scelta fu più indovinata. Perché nonostante il tedesco incomprensibile e un cast di attori tanto sconosciuti che all’inizio si fa addirittura fatica a distinguerli, la serie è un piccolo gioiello che chiude il 2017 proponendosi come miglior debutto dell’anno.

Leggi Anche: Dark – la recensione della prima stagione

Tra viaggi nel tempo che disegnano una trama incredibilmente appassionante e segreti e bugie che intorbidano la facciata tranquilla di una piccola cittadina ai margini dei boschi, Dark incatena gli spettatori grazie ad una storia complessa e stratificata che gli autori riescono a scrivere evitando buchi logici e passi falsi. Ad impreziosire il tutto sono anche la fotografia livida e la colonna sonora incalzante che esaltano le prove attoriali di un cast dove ognuno fa a gara per mostrare una profondità magnetica e una intensità recitativa che si sposano magnificamente con l’intelligenza della storia e la filosofia del racconto.

Blood Drive
6.) Bonus track

Il 2017 è stato un anno fortunato per gli appassionati di serie tv per cui cinque è un numero insufficiente ad esaurire la lista di prodotti che ci hanno sorpreso in positivo. Chiudiamo, quindi, limitandoci ad elencarne al volo giusto alcuni che sono rimasti fuori dalla top five:

  • Mr Mercedes che spezza la maledizione che sembra incombere sulle opere (serie tv o film) tratti dai romanzi del maestro dell’horror Stephen King adottando l’unico suo thriller in una serie che brilla anche grazie alle eccellenti prove attoriali di Brendan Gleeson e Harry Treadaway;
  • Room 104 che si segnala per l’innovativa idea di girare episodi brevi uniti tra loro dalla comune ambientazione nella camera 104 di un anonimo motel, concentrando tutto lo svolgimento dell’azione tra quelle quattro mura e alternando generi diversi da una settimana all’altra;
  • Neo Yokio che supera l’ostacolo di essere un anime giapponese concepito e realizzato negli Stati Uniti, raccontando una storia che mischia dark comedy, fantascienza e azione sorprendendo per il suo non essere un mero copiare i riferimenti originali;
  • Blood Drive che recupera il cinema grindhouse degli anni Settanta e lo frulla con gore, splatter, parodia, prese in giro della tv stessa, cucinando una pietanza trash dal gusto unico servita da uno chef inimitabile.
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