Cinema

Bright: recensione dell’urban fantasy di Netflix con Will Smith

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Bright è quello che si definisce un urban fantasy, cioè una storia in cui elementi del fantasy classico sono inseriti in un contesto cittadino del mondo reale. In questo caso la città è quella di LA, probabilmente dei nostri giorni, dove si trovano a convivere più o meno pacificamente le classiche razze del genere fantasy: orchi, elfi, fate, nani e via dicendo. Da quanto ci è dato capire queste razze hanno sempre convissuto sulla terra assieme agli umani e molto del loro status attuale è determinato da una guerra avvenuta 2000 anni prima dove gli orchi hanno servito un Dark Lord che voleva conquistare il mondo, mentre gli elfi vi si sono opposti sconfiggendolo. O qualcosa di simile. Già chiamare il super cattivo “DARK LORD” dà un’idea di quanto generico sia il background della storia.

Tutto questo ha determinato un certo divario tra razze, con gli elfi ricchi, belli e potenti che occupano i piani alti e gli orchi brutti e cattivi e generalmente considerati stupidi, relegati ai margini della società. Protagonisti della storia sono l’umano Will Smith e l’orco Joel Edgerton, rispettivamente agente Ward e agente Jakoby. Come prevedibile nessuno vuole l’orco tra le fila della polizia e lo stesso Ward ha ben pochi motivi per fidarsi del suo compagno. Tutto si complica quando i due rispondendo ad una chiamata notturna si imbattono in una bacchetta magica e in un faida tra elfi buoni e malvagi.

Letta così la premessa non sarebbe poi così male e sicuramente potenzialmente potrebbe fornire degli spunti interessanti, ma il contesto sociale, anche a causa della limitata durata del film, rimane molto sullo sfondo e arricchisce ben poco la storia, che alla fine risulta essere un semplice poliziesco alla Training Day (ed in effetti il regista ha sceneggiato Training Day). Quartieri degradati, scontri tra gang (e tra razze, tanto per complicare), polizia corrotta e una notte di inseguimenti e sparatorie per proteggere una bacchetta magica, che se sostituita da una partita di droga, un’arma speciale o dei codici segreti non avrebbe portato alcuno sconvolgimento all’interno della narrazione.

Forse di base c’era un vago intento di offrire una riflessione su temi razziali e del diverso, presentati in un contesto originale e stimolante, ma la questione è affrontata in modo così superficiale e pasticciato da risultare controproducente.

Bright

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Perchè in Bright tutto sa molto di già visto e nessuno spunto interessante viene degnamente valorizzato. La coppia di poliziotti protagonisti e la solita coppia improbabile, che ha tutte le ragioni per non funzionare, ma che poi ora della fine si rivela formidabile e affiatata. La questione delle diverse razze finisce molto in secondo piano e assume contorni molto umani, con gli orchi che possono essere facilmente assimilati/confusi agli afroamericani e gli elfi belli ricchi agili e stronzi che a distrarsi sembrano decisamente dei vampiri.

Un generico pasticcio sorretto da una sceneggiatura abbastanza misera che si bea di scene piene di sangue e violenza che, nella loro vuotezza, vengono a noia presto. Non aiutano ambientazioni (tipo il club underground e poi il locale a luci rosse), che sembrano estratte con poca fantasia dal catalogo dell’ovvietà, e dialoghi, totalmente dimenticabili che finiscono ad affossare tutte le scene in cui non si spara e non ci si picchia.

Anche il nocciolo più fantasy di Bright lascia alquanto a desiderare. Ci sono profezie, prescelti, mistiche pozze e genti che vogliono risvegliare il signore oscuro, tutto ad appesantire una storia banale senza che ce ne sia alcun bisogno. In fondo la bacchetta non è sempre stata di Leilah che la perde di vista giusto una serata per una ragione ben stupida? E cosa aveva di così temibile questa Leilah che viene sgominata abbastanza facilmente da due sempliciotti? I federali addetti alle questioni magiche fanno una magra figura e il loro compito è solo quello di essere molto cool per pochi minuti. Quello che salvo? Il trucco e l’aspetto estetico degli orchi che è davvero be fatto.

Salta all’occhio anche il trattamento dell’unico personaggio femminile principale del film. Lo spettatore intuisce istantaneamente la natura di Tikka, che però resta convenientemente oscura ai protagonisti fino alla fine. Tikka appare come una elfa per lo meno autistica o, peggio, che sa a mala pena esprimersi, ma che deve essere a tutti i costi protetta. Resta un involucro carino e muto fino a pochi minuti dalla fine del film dove rivela la sua natura e la sua intelligenza solo per un colpo di scena telefonatissimo. Un po’ poco quando l’altro personaggio femminile rilevante è la cattiva platinata senza profondità o reali motivazioni.

In conclusione Bright parte da una premessa interessante che sciupa agghindandosi di elementi fantasy a caso e di ovvietà sparse, indulgendo in sangue e violenza senza una vera necessità. Due ore che si possono tranquillamente spendere guardando altro.

Bright - la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
2.1

Riassunto

Urban fantansy intriso di ovvietà.

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