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Blindspot: l’ultimo atto di Sandstorm e un nuovo inizio – Recensione della seconda stagione

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Questa seconda stagione di Blindspot non ha convinto del tutto. Forse per la trama un po’ sconnessa, forse per questa seconda fase di Sandstorm che ci ha messo secoli per essere messa in atto, forse perché l’attenzione della serie si è sposata da Jane Doe a molto altro, troppo altro.

Non dico che non ci siano stati spunti interessanti, anzi. La posizione di Jane ad inizio stagione, improvvisamente emarginata e sola, l’ingresso del personaggio di Roman e il suo rapporto con la sorella, la delicata storia di Reade, il coinvolgimento di Kurt nelle trame di Sandstorm. Elementi interessanti che però hanno mancato di essere sviluppati a dovere e sono andati a risolversi in fretta senza portare a frutto il peso emotivo di cui si erano caricati.

In fondo è normale, ed è quello che capita nei procedurali in cui molto spazio va dedicato al caso della settimana e nei ritagli di tempo va infilato tutto il resto, eppure l’amaro in bocca resta. Fin troppe volte le motivazioni e la crescita dei personaggi sono state subordinate alla trama e non viceversa. E quando questo accade (soprattutto per mettere in atto dei colpi discena) è difficile che il risultato sia soddisfacente.

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Luke Mitchell
Roman e la perdita d’identità

Mi è piaciuta molto l’aggiunta del personaggio di Roman alla storia, soprattutto per il rapporto complicato con Jane e poi anche per i tentativi di amicizia con Kurt. E’ vero, la sua crescita come personaggio ricalcava molto quella di Jane della prima stagione, ma c’erano comunque degli spunti interessanti soprattutto per quanto riguarda cosa formi l’identità di una persona e da cosa essa dipenda. Peccato che all’origine di tutto si trovasse la scelta (un po’ balzana) di Jane di cancellargli la memoria e poi di tenergli nascosto il suo coinvolgimento. Se c’è un cliché dei telefilm che non amo è appunto quello del segreto che una volta svelato porta inevitabilmente alla rottura dei rapporti di fiducia tra i personaggi. Già era successo nella prima stagione tra Kurt e Jane, con motivazioni più valide, ma con Roman è sembrata tutta una forzatura per arrivare al twist finale e per portarlo di nuovo dalla parte dei cattivi.

Non importa quali fossero le motivazioni degli sceneggiatori per convincerci che il segreto andasse mantenuto, a me sono sembrate forzate, così come forzata è sembrata la reazione di Roman all’improvvisa scoperta. E’ vero che il suo personaggio è sempre stato molto instabile emotivamente e psicologicamente, ma dopo la crescita personale di questa stagione mi è sembrato assurdo vederlo tentare di uccidere la sorella e poi decidere, senza nessuna esitazione, di rimettersi al servizio di Sandstorm e di una madre che voleva ucciderlo. Se fosse semplicemente scappato, la scelta avrebbe avuto molto più senso per il personaggio. Per non parlare del ruolo che potrebbe ricoprire nella terza stagione.

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Sandstorm e la sua fine

Quanto a ritmo e azione questi ultimi episodi non sono stati affatto male. Con l’attacco agli uffici dell’FBI molto emozionante. Ho apprezzato l’idea che Sandstorm avesse selezionato un governo tutto suo che potesse sostituire quello vecchio, anche se forse questo un po’ ha sgonfiato il misterioso coinvolgimento di Kurt nel complotto.
Sicuramente un po’ troppo rapida è stata la fuga dal bunker, un attimo Kurt era lì e quello dopo era in ufficio. Certo, c’era tanto da inserire nell’episodio, ma è stato un vero peccato non sfruttare al meglio quella situazione.
Quello che invece ho trovato davvero esagerato è stata Patterson alle prese con la NASA e le navicelle spaziali. Un po’ troppo oltre, un po’ troppo fantascienza per una serie come Blindspot.

Kurt e Jane e l’inevitabile tira e molla

Ci è voluta un’altra intera stagione per un nuovo bacio e una vera e propria dichiarazione. In mezzo abbiamo avuto l’intermezzo di Nas (abbastanza insipido) e di una paternità a corrente alternata, che tornava in scena solo al momento drammatico necessario. Per carità, mi piacciono le relazione complicate e sofferte ed è stato bello ad inizio stagione vedere Kurt e Jane ricucire un rapporto che si era spezzato (forse si è sistemato un po’ in fretta), ma devo ammettere che il lieto fine tanto agognato è risultato un po’ tiepido. Insomma, non proprio fuochi d’artificio e tutto molto PG-13. Per non parlare della dichiarazione di un Kurt tramortito che a me ha fatto un po’ ridere; l’ho trovata davvero infelice come tempismo e anche mal recitata.

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Un prologo pacchianamente preoccupante

E va bene, forse gli sceneggiatori non credevano di ottenere una terza stagione e avevano infiocchettato un ridente finale che concludesse ogni cosa. Ci stava. Sarebbe stato il punto giusto per separarci dai nostri, proprio ora che un arco importante come quello di Sandstorm si era concluso. E’ sempre molto difficile proporre una nuova storyline quando una così importante si chiude, soprattutto quando si hanno solo pochi minuti finali per convincere lo spettatore a tornare. Separarsi nettamente dal passato rischiando di disorientare il fan fedele o rimanerne legati al passato rischiando di allungare un brodo già annacquato?

Gli sceneggiatori di Blindspot in questo caso hanno deciso di buttarsi in un tuffo carpiato e io sinceramente ne sono uscita sconcertata e un po’ preoccupata.

Va bene la scalata esistenziale di una parete rocciosa, ma molto meno bene la monaca tibetana in attesa in cima, pronta a dispensare saggezza. Uno scenario meno pacchiano era difficile scovarlo. Sono passati due anni e Jane, dopo aver combinato qualcosa di tremendo e aver sposato Kurt, è scappata in mistico pellegrinaggio? Quanto è improbabile e poco credibile come avvenimento?
Ancora peggio fa l’arrivo di Kurt per annunciare che TUTTA la squadra è stata rapita. C’è una scatola magica e dentro uno strano oggetto che fa accendere Jane manco fosse un albero di Natale. Io sono rimasta incredula davanti a questa premessa molto poco realistica, che sapeva un po’ di magia alla Rambaldi. Non è qualcosa che mi sarei aspettata da Blindspot e ben poco mi fa venir voglia di affacciarmi ad una terza stagione. Cosa si saranno inventati? E sarà proprio Roman il nuovo Big Bad?

Insomma, in questa stagione molte cose sono state pasticciate e altre sono risultate un po’ poco credibili, tipo la sfiga totale di Patterson con gli uomini o la parentesi Coreana di Sandstorm, per citarne solo un paio. Troppe cose, troppa fretta nel svilupparle per puntare tanto sui colpi di scena a discapito dei personaggi. Si poteva fare decisamente di meglio.

Seconda Stagione
  • Non convincente
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