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Blade Runner 2049: la recensione del film con Ryan Gosling e Harrison Ford

Blade Runner 2049

Titolo: Blade Runner 2049

Genere: fantascienza, avventura, thriller

Anno: 2017

Durata: 152’

Regia: Denis Villenueve

Sceneggiatura: Hampton Fancher, Michael Green

Cast principale: Ryan Gosling, Harrison Ford, Jared Leto, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Robin Wright


Lo ammetto, sono a disagio, forse ho la sindrome di Stendhal.

Parlare di Blade Runner 2049 è un’impresa sanguinaria, non penso di uscirne vivo. Troppe le implicazioni teoriche, i dibattiti aperti, le emozioni personali e i sentimenti collettivi. Non ho neanche cominciato che sono già provato, la stanchezza culturale mi attanaglia. Ma tant’è, pochi cazzi, come direbbe il mio psicologo non essere assolutista, perfezionista, prendila come viene (sì, il mio analista ha i connotati e la flemma filosofica del Drugo). Ok, proviamoci, accetto il disagio e mi concentro su ciò che del film mi sta più a cuore. E se vi sta bene, bene, se non vi piace, pace.

Bene, 500 battute sono andate, io sì che vado dritto al punto. E allora veniamoci a questo benedetto punto. Perché io ci ho provato, eccome se ci ho provato. Ho cercato in tutti i modi di avvicinarmi a Blade Runner 2049 con l’atteggiamento giusto, con distacco, senza per forza paragonarlo all’originale ma prendendolo per quello che è: un’opera autonoma, personale, a se stante, un nuovo sci-fi del bravo autore di Prisoners e Arrival e non, necessariamente, una minestra riscaldata.

Blade Runner 2049

LA VERSIONE DI VILLENUEVE

E invece no, non si scappa. Perché è lo stesso Villenueve a sbatterci in faccia dal primo, fottutissimo, fotogramma la discendenza brutale e derivativa dal film di Ridley Scott. E’ lui a volerci dire che l’immagine che stiamo guardando non ha senso in quanto tale, non è autosufficiente, ma ha senso in quanto costante rinvio a quel mondo, a quell’eredità, di cui diviene luccicante aggiornamento, fedele riproduzione ma senza ri-scoperta o ri-velazione. In questo senso Blade Runner 2049 si dichiara sin da subito, fa outing, non sussurrando o evocando o accennando bensì urlando a squarciagola il suo legame (dio mi perdoni) ontologico con l’originale.

Non mi credete? Titoli di testa. Un occhio, l’ingrandimento di un iride; prima scena, un replicante che deve essere ritirato dal protagonista, anche lui blade runner, sicario di replicanti; poco dopo un fiore giallo, un frammento di natura viva, sotto un albero morto; in contrasto la metropoli, la megalopoli, degradata, decadente, piovosa, con i cartelloni in bella vista di Coca-Cola (!), Atari (!!) e Pan-Am (!!!); qualche istante dopo, un test della verità, non il Voight-Kampff ma siamo lì; una citazione di Fuoco Pallido di Nabokov, un mind game su un libro che parla di un altro libro; i camei; gli origami; l’effetto gatto sugli occhi; il creatore-demiurgo con le protesi dello sguardo; gli unicorni che diventano cavallini di legno; i ricordi; i ricordi e i sogni; i ricordi e le emozioni; i ricordi e l’identità; ricordi ovunque; le fotografie; l’extramondo; la pioggia; la neve; la notte; Deckard; Rachael; ancora ricordi ecc. fino al finale che non spoilero ma ormai il senso si è capito.

Quello che voglio dire è che Blade Runner 2049 non usa soltanto il suo predecessore come un repertorio di riferimenti, rimandi e omaggi, secondo la logica della post-modernità per la quale ogni testo è un insieme di citazioni provenienti dal passato (si veda Stranger Things), ma ne ricalca anche la struttura, ribaltandone i punti cardinali in un capovolgimento speculare. Basti pensare che in Blade Runner 1982 il protagonista è un umano con il dubbio di essere un replicante, in Blade Runner 2049 è un replicante con il dubbio di essere un umano. In Blade Runner 1982 i replicanti sono più umani degli umani, in Blade Runner 2049 gli ologrammi sono più umani dei replicanti. E via con la moltiplicazione ad libitum. Ma questa tendenza non solo lo rende derivativo ma altresì speculare, un doppio che vive in aperta dipendenza dall’originale, un corpo senza una vera e propria personalità.

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Blade Runner 2049

NON SI SCHERZA CON LE ICONE

Ma un conto è giocare ontologicamente con le immagini, un altro con le icone. Un conto è essere il sequel di un film, un conto è esserlo di un cult. Perché Blade Runner e le sue infinite e metamorfiche versioni, il Theatrical del 1982, il Director’s Cut del ‘92, il Final Cut del 2007, non è un sistema chiuso ma un sistema aperto, un concentrato di sottotesti che non dà risposte ma sforna continuamente domande, curiosità, dubbi. Un fottutissimo mind-game che da 35 anni sfida gli spettatori alla ricerca di un significato che non sarà mai lo stesso per ciascuno di loro.

Deckard è un replicante o un umano? Roy lo sa quando gli risparmia la vita oppure no? Rachael ha la scadenza di quattro anni o vivrà più a lungo? Gaff sapeva che Deckard aveva sognato l’unicorno o è una coincidenza? L’happy ending con le frattaglie prese da Shining ci sta o è una poverata? E via di questo passo. Tutte domande a cui, a mio modo di vedere, ogni spettatore non solo ha la possibilità di rispondere come gli pare ma il dovere e la responsabilità perché sta a lui, in quanto spettatore attivo, attribuire quel senso mancante che il racconto lascia soltanto intuire, insinuare, ma senza mai svelarlo a chiare lettere (nonostante alcune scellerate dichiarazioni di quel manigoldo mangiasoldi di Ridley Scott).

È questo che fa di Blade Runner un cult, ossia un oggetto narrativo sgangherato e sgangherabile, per dirla alla Umberto Eco, un film che non si limita ad essere soltanto un film ma diventa un’esperienza immortale perché infinitamente intellegibile, interpretabile e attualizzabile, un testo che avrà sempre qualcosa da dire, qualcuno da stregare, in quanto enigmatico, ingannevole e ovviamente non-riproducibile.

E qui torniamo a bomba, e non è finita, perché quel megalomane pretenzioso di Villeneueve ci mette anche il carico, eccome se lo mette. Perché Blade Runner 2049 non è soltanto un surrogato, un sequel che si crede un remake, ma si atteggia anche a testa di ponte che da una parte affonda le radici nell’immaginario dell’originale e dall’altra, udite udite, getta le basi per un nuovo sequel/trilogia. Ebbene sì, l’intento è evidente. Ma un’operazione del genere nella migliore delle ipotesi è rischiosa, nella peggiore discutibile o proibitiva. Perché la sensazione che ne scaturisce di fronte a un’opera così speculare da un lato, e incompiuto dall’altro, è di totale spaesamento.

Blade Runner 2049

LESS HUMAN THAN HUMANS

E qui veniamo al grande punto debole di Blade Runner 2049, tutto interno alla sua dimensione filmica: i personaggi. L’elemento che, è bene ricordarlo, insieme alla storia e alla messa in scena rappresentano i cardini di ogni racconto audiovisivo. La appoggio piano: i personaggi di Blade Runner 2049 sono scritti male. Che diamine. Ryan Gosling è vuoto, anaffettivo, imbalsamato, non ha complessità, sfumature e tanto per cambiare usa i gradi di pressione della mascella per esprimere le emozioni, il personaggio di Sylvia ‘Danny The Dog Hoeks è piatto e grottesco, Robin Wright non entra mai nella parte ma soprattutto il villain di Jared Leto, dio mio il villain di Jared Leto, vuole essere così spudoratamente ieratico che sfodera un ibrido imbarazzante tra Gesù e Voldemort.  Ed è pure circondato da escrementi che galleggiano! Che adesso va bene tutto, caro Villenueve, viviamo in un paese libero ma NO, gli escrementi galleggianti NO, ma ti pare.

Il problema dello spettatore è che oltre ad ammirare la realtà di Blade Runner 2049 non se ne fa partecipe, si immerge ma non vi si confonde, ne coglie la bellezza ma non il senso intimo, perché non è aiutato da nessun protagonista che come uno specchio identificativo ti conduce per mano in questo paese delle meraviglie. Perché il volenteroso Gosling, un po’ per il personaggio scritto male un po’ per la sua monocorde poker face, non è in grado di farci identificare, non innesca il meccanismo di transfer. E’ un’immagine tiepida, un involucro vuoto, non ha passioni, paranoie, turbamenti, manie, non empatizzo con lui, non vi proietto la mia immagine mentale, non è che un burattino di celluloide.

In tutta onestà i film che preferisco sono quelli che danno molto ai personaggi, perché se il personaggio è forte l’azione e l’ambientazione non risultano meno importanti ma meno artefatte, calcolate, forzate. Invece qui accade il contrario, non solo il protagonista è piatto e inorganico ma il corto circuito si fa ancora più aspro, stridente, innestandosi su un nucleo drammatico che come nell’originale gioca tutto sul confine tra natura umana e artificiale, tra uomo e macchina, tra cosa è reale, vero, autentico e cosa non lo è. Tutte tematiche che qui evito di approfondire essendo state sviscerate praticamente ovunque.

Il problema di fondo è che Blade Runner 2049 fallisce laddove Blade Runner 1982 dava il meglio di sé. Cioè, mettiamola così, Ridley Scott si è fatto un mazzo tanto per tirare fuori dal testo di Dick dei replicanti che non sembrassero solo manichini sintetici ma umanoidi borderline capaci di amare, ingannare, sperare, perdonare, filosofeggiare e perdersi nel tempo come lacrime nella pioggia – pausa drammatica – E TU CHE FAI? Getti tutto in vacca e rispolveri dei replicanti che sembrano esattamente dei manichini sintetici? Ma che poverata è?

Perché nel sequel di Villeneuve i personaggi principali (Kappa, Joi, Luve, Mariette) sono quasi tutti replicanti o ologrammi, in una parola macchine, ma si vede che sono macchine, non nascondono di esserlo, non appaiono “more human than humans”, e quindi l’assenza dell’uomo diventa assenza di umanità e di conseguenza di transfer emozionale. Fatta eccezione, questo sì, per gli unici due personaggi che a mio avviso colgono nel segno: quello dell’ologramma di Ana De Armas che rincara il discorso filosofico iniziato da Dick sulle macchine più umane degli umani; e quello di Harrison Ford, che ritrae con maestria e mestiere un Deckard ancora più viscerale, imbronciato, imbolsito, problematico e chissene tutta la vita se è o non è un replicante.

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Blade Runner 2049

CINEMA D’AUTORE PER LE MASSE

Non tutto fa acqua, va detto. Blade Runner 2049 è visivamente eccellente, la qualità delle immagini è abbagliante, la regia sfoggia un’attenzione maniacale alla messa in scena che è quasi viscontiana, l’ambientazione è visionaria e ispirata, le scenografie sembrano istantanee decadenti di un futuro già vecchio, gli effetti speciali sono un’orgia di idee, alcune sequenze sono delle perle visive da mozzare il fiato: penso all’arrivo a Las Vegas, al duello KappaDeckard con Elvis sullo sfondo, al threesome con tanto di fusion tra la due strafiche (che stile, che storia, ma Ghost lo ha già fatto nel 1990). Eppure non so, come dire, il tutto puzza di giàvvisto, giàssentito, perché in effetti è vero che lo hai già visto e sentito. Blade Runner era già un tecno-noir sulla notte dell’anima, Blade Runner era già IL film di fantascienza hard-boiled, la megalopoli era già un luogo psichico pervaso da un’amarezza e un tempaccio infernali. E per questo che Blade Runner 2049 a mio avviso si limita a fare il compitino, non si fa ri-scrittura ma copia meccanicamente l’originale senza eseguire una funzione autenticamente creativa, senza costruire una galassia estetica nuova, ma rispolverando temi, personaggi e figure per limitarsi a sorprenderti nel finale.

Perché non basta un linguaggio scoppiettante a rendere belli i tuoi pensieri se in fin dei conti non hai nulla da aggiungere, giusto? La bella calligrafia senza contenuti resta per l’appunto calligrafia, una questione di forma, di iperboli visive e artifici retorici. Bella sì, ma di facciata. Un esercizio di stile che lascia l’occhio incantato ma privo di un’anima in cui rispecchiarsi. Cosicché anche la tanto osannata fotografia di Roger Deakins a lungo andare risulta patinata, effettata, pronta a sfoggiare un diverso filtro instagram per ogni ambientazione. Laddove il mondo di Scott era materico, analogico, umidiccio, sinestetico, in una parola: fisico; qui sembra tutto troppo elettrico, luccicante e virtuosistico, in una parola: virtuale. Per non parlare della colonna sonora che, tralasciando il paragone improponibile con Vangelis, si tiene sottotraccia per tutto il tempo e nella scena madre del duello all’arma bianca scimmiotta pari pari gli arrangiamenti sinfonici già usati da Zimmer per Interstellar.

Il vizio di forma di Blade Runner 2049 è che si sente lontano un chilometro quanto sia infiocchettato. Sì, Villeneuve l’ha girato per celebrare un mito dell’antichità e nel contempo renderlo appetibile alle nuove generazioni. Sì, Villeneuve l’ha girato per alimentare il mistery sull’identità di Deckard e nel contempo non risolverlo. Sì, Villeneuve l’ha girato per confrontarsi con un mostro sacro e nel contempo rinfrescarne codici e immaginario. Il coraggio di Villenueve merita rispetto e ammirazione, su questo non ci piove. Ma Blade Runner 2049 ci tiene così tanto a essere importante che ostenta tutti i muscoli del suo sforzo compositivo. Sai che ci si aspetta che tu lo trovi potente, è esplicito che tu debba emozionarti fino a farti venire una lacrimuccia sul finale, riesci quasi a vedere il ghigno compiaciuto di Villeneuve che in cabina di regia urla “più pioggia, più neve, più rovine, più tutto!”.  Per questo è impossibile godersi Blade Runner 2049 senza sentirsi una pedina, un burattino o tuttalpiù un replicante, programmato per reagire, sorprendersi ed emozionarsi quand’è il padrone a comandarlo.

Non sto dicendo che è tutta melma, lungi da me, ci vuole equilibrio e distacco critico. Ho cercato di spiegare sia i punti di forza che i punti deboli di Blade Runner 2049, un film nel complesso potente ma difettoso che non sarà bello quanto l’originale ma neanche brutto come un filmino girato in una banca. Un’opera la cui forza risiede nella messa in scena ma non nella scrittura. Un oggetto speculare e incompiuto il cui tutto è inferiore alla somma delle singole parti. Un film visionario, stratificato, ambizioso, ma anche patinato e tiepidino.

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