Black Mirror

Black Mirror e la fiducia a prescindere – Recensione dell’episodio 4.01 – USS Callister

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Breve flashback dalla vita segreta di un recensore di Telefilm Central. Quando ancora frequentava le medie (troppi anni fa, ahilui), il nostro (non) eroe era tanto bravo in matematica che la professoressa aveva una fiducia illimitata in lui. Tanto che ad un compito gli mise il massimo dei voti anche se di errori ce n’erano. Solo che un altro compagno di classe se ne accorse e la docente fu costretta ad abbassare il voto. Che c’entra questo aneddoto con USS Callister? C’entra perché Black Mirror è quel recensore e questo primo episodio è quel compito fatto bene ma non perfetto. E chi scrive è costretto ad essere quella prof che deve abbassare il voto perché, nonostante la fiducia aprioristica in Charlie Brooker, questa volta gli errori ci sono e si vedono anche. Purtroppo.

Black Mirror - 4x01 - USS Callister
Un mondo creato dall’ira di un timido

Volendo mutuare una espressione diffusa nello slang giovanilistico, si potrebbe dire che Black Mirror è sempre stato tanta roba. E anche questo episodio non fa eccezione a partire dai primi minuti che proiettano subito lo spettatore in quella che sembra una rispettosa parodia dell’indimenticabile Star Trek. I costumi identici, la nave spaziale, il nemico barbarico, il capitano impavido, la ciurma multietnica sono un chiaro copia e incolla dalla serie di Gene Roddenderry, ma gli amanti della serie di Charlie Brooker sanno troppo bene come anche la più pacifica delle scene possa essere solo una dorata illusione dietro cui l’autore inglese nasconde una poco rassicurante verità.

Ritorna il tema tanto caro a Brooker della realtà virtuale come salvifica evasione da una sofferta realtà. Solo che stavolta il mondo artificiale non è un paradiso a uso e consumo di chi può permetterselo  come in San Junipero e nemmeno un gioco ipertecnologico come in Playtest, ma piuttosto l’Eden personale nato dalla inespressa sete di rivalsa di un programmatore tanto geniale quanto frustrato. Soprattutto, l’universo in cui si svolgono le avventure dell’equipaggio della nave spaziale USS Callister è la prigione in cui sono tenute segregate le copie digitali delle persone che Robert Daly (creatore del gioco) ha scelto per sfogare i suoi desideri inespressi. In una distorta analogia con il Dio creatore del cielo e della terra, Robert diventa il dio di un mondo che ha creato per poter fare agli altri ciò che non ha il coraggio di dire e fare nel mondo reale.

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In un gioco di contrappassi danteschi, ad ogni persona reale Robert associa un personaggio virtuale che riprende non quello che sono, ma quello che lui stesso vorrebbe loro fossero. La ragazza distratta alla porta che gli risponde perennemente annoiata diventa allora l’ufficiale obbediente che trepidante attende i suoi ordini perentori. Gli stagisti autonomi diventano i primi a cui impartire comandi che saranno eseguiti senza replicare. Il belloccio palestrato che Robert non sarà mai è il nemico rozzo destinato a perdere sempre e comunque. Il suo socio sfruttatore e ammirato da tutti è condannato ad apparire sempre pavido e sottomesso fino a comportarsi da zerbino umiliato.

Un mondo irreale partorito dall’ira di un timido per dimostrare quanto sia vero il luogo comune secondo cui sia proprio questa la cosa più spaventosa. Quanto terrificante possa essere il ruggito di un coniglio.

Black Mirror - 4x01 - USS Callister
Poco di molto ma molto di troppo

Il marchio distintivo di Black Mirror è sempre stata una sceneggiatura intelligente che sapeva fare di una trama appassionante l’occasione ideale per affrontare temi profondi. Pur essendo una serie antologica in cui ogni episodio è scollegato dagli altri, comune a tutti è l’attenzione quasi maniacale per il rapporto tra l’uomo e la tecnologia e come questa vada a modificare il modo in cui si relazionano gli uomini tra di loro influenzando o persino modellando lo sviluppo della società e del vivere civile.

Argomenti che non mancano neanche in USS Callister mascherati dietro una ricchezza di colori e una fotografia vivace che contrastano vivamente con la cupezza del messaggio che si vuole trasmettere. Perché la possibilità di creare mondi viene offerta dalla tecnologia all’uomo, ma l’uomo la sfrutta per erigere una prigione egoisticamente progettata per il bene del solo creatore. Perché anche una passione innocente come può essere l’ammirazione di Nanette per il proprio idolo Robert può essere trasformata da Robert stesso nella scusa per un desiderio di sottomettersi ai suoi voleri che non esisteva. Una visione pessimista delle capacità dell’uomo coerente con lo stile di Black Mirror che ha sempre sottolineato come la tecnologia sia solo un modo più progredito per essere ancora una volta homo homini lupus.

C’è molto di Charlie Brooker in questi temi, ma quel che sorprende in negativo è che di questo molto ci sia in realtà poco. Perché gli argomenti citati sono presenti quasi di sfuggita e spesso risultano introdotti senza essere pienamente sviluppati e portati alla loro logica conclusione. È interessante notare come questo sia l’unico episodio scritto a quattro mani con William Bridges ad affiancare Charlie Brooker. A voler essere maligni si potrebbe quasi dire che il secondo abbia passato al primo le sceneggiature delle stagioni precedenti e il secondo abbia voluto dimostrare di aver studiato scrivendo un episodio dove sono presenti alla rinfusa molti dei temi già discussi (il giocatore vittima del suo stesso gioco come in White Christmas e in Playtest, le coscienze digitali come in San Junipero, i ricatti con le foto compromettenti come in Shut up and dance). Ne consegue che in USS Callister finisca per esserci molto di troppo, dove il troppo si riferisce al già visto.

Black Mirror - 4x01 - USS Callister
Black Mirror senza Black Mirror

USS Callister, pur con tutti i suoi difetti, resta comunque un episodio di Black Mirror. A confermarlo è sicuramente la qualità della regia affidata all’esperto Toby Haynes (già all’opera su Sherlock e Doctor Who) e l’elevata qualità del cast. In particolare, Jesse Plemons ha il physique du role per il timido impacciato Robert Daly, ma è altrettanto bravo a rendere la rabbia repressa e il senso di frustrazione che esplodono nel delirio di onnipotenza di chi è costretto a subire troppo spesso. Anche Cristin Milioti svolge un ottimo lavoro conferendo alla sua Nanette la caparbietà testarda di chi sa di essere nel giusto ed è disposto anche a fingersi altro da sé stesso pur di raggiungere il suo obiettivo. Lodevole è anche Jimmi Simpson che sa essere convincente nei diversi registri che il suo personaggio deve indossare, alternando la spavalderia del Walton reale con la finta codardia e la sofferta rassegnazione di quello virtuale.

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Ma a sorprendere maggiormente è il sostanziale happy ending dell’episodio che è altamente inusuale per una serie come Black Mirror. Sebbene note felici si potessero vedere già nei finali di Nosedive e San Junipero, si trattava pur sempre di conclusioni agrodolci dove la serenità nasceva dall’accettazione di un male necessario. Al contrario, in USS Callister, la sceneggiatura sembra aver dimenticato quel salutare pugno in faccia che era rappresentato da twist inattesi che costringevano lo spettatore a fare i conti con sé stesso prima che con la storia narrata il cui senso scopriva infine di non aver compreso appieno.  Ne risulta un senso di spaesamento come se si fosse guardato Black Mirror senza vedere davvero Black Mirror.

Alla fine il giudizio non può comunque essere negativo perché regia, fotografia, recitazione, sceneggiatura non presentano pecche. Solo che da chi ha ricevuto molto credito è giusto pretendere più di quanto darebbe chiunque altro. Altrimenti va a finire che anche i compiti del primo della classe bisogna verificarli con la stessa guardinga fiducia che si riserva al resto della classe.

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