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Baby e la fiera del già visto – Recensione della Prima Stagione

Baby Netflix Recensione prima stagione
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Quante lingue parla Netflix? Il colosso americano produce serie TV in quantità industriale così elevata che ha deciso da tempo ormai di guardare anche fuori dai confini a stelle e strisce per rimpolpare la sua ampia offerta. Dopo aver girato il Brasile con 3%, la Germania con Dark, la Danimarca con The Rain, l’India con Sacred Games, Netflix torna in Italia e dopo la dopotutto felice esperienza con Suburra riprende a parlare italiano con Baby. Una serie nella nostra lingua madre da guardare senza bisogno di sottotitoli. Ma a parte questo?

Baby - Recensione prima stagione

Baby Netflix recensione prima stagione

Dalla cronaca vera alla finzione seriale

Diretto dalle esperte mani di Andrea De Sica e Anna Negri, Baby è un parto originale del collettivo Grams, un gruppo di autori dai 20 ai 25 anni che per la prima volta si sono cimentati nella scrittura di una serie TV, realizzando un esperimento che non ha quasi precedenti nella ancora breve storia della serialità televisiva italiana. Un’ulteriore ragione per essere incuriositi da questo prodotto.

Liberamente ispirato al caso delle cosiddette baby squillo dei Parioli, Baby segue le vicende di Chiara e Ludovica, due liceali della Roma bene, che finiscono quasi senza rendersene conto in un giro molto più pericoloso di quello che credono essere solo un gioco malizioso ma controllabile. Intorno a loro si muove una coorte di ragazzi e ragazze con problemi tipici della loro età che la patina luccicante dovuta alle dorate condizioni economiche non rende dissimili da quelle dei loro coetanei meno agiati. A contorno adulti distanti perché persi dietro i loro dissapori e insoddisfazioni o perché incapaci di comunicare in modo efficace con i loro figli o anche solo di ascoltarli con la dovuta attenzione.

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In Baby questo mondo reale viene trasformato in una finzione scenica che vorrebbe esserne una rappresentazione fedele. Nulla manca in Baby, ma il problema è che tutto quel che c’è è tanto realistico quanto fasullo. Una copia perfetta di un Rolex resta pur sempre una patacca. Ed è questa la sensazione si avverte guardando l’eccesso di personaggi, luoghi, dialoghi, situazioni accomunati dal difetto di essere solo degli stereotipi triti e ritriti. Come se i Grams volessero mostrare di aver studiato per bene la lezione e finissero per dimostrare invece di averla solo mandata a memoria senza comprenderne il senso.

Baby - Recensione prima stagione

Baby Netflix recensione prima stagione

Squillo per caso e banali per scelta

Le potenzialità drammaturgiche, offerte da un caso tanto drammatico quale delle baby squillo, risultano imperdonabilmente sprecate in Baby dove sono solo le due protagoniste ad essere coinvolte in un giro che la cronaca ha svelato essere molto più ampio di quanto la serie mostra. Né aiuta l’impiegare tre episodi su sei a preparare qualcosa che poi non inizia davvero quasi che gli autori avessero già la certezza di una seconda stagione in cui poter continuare la storia appena accennata. Una presunzione che potrebbe essere fatale. Eccesso di sicurezza che si sarebbe potuto perdonare se gli episodi iniziali di Baby fossero serviti a caratterizzare i personaggi della serie. Ma anche questa opportunità viene colta solo parzialmente e svolta con una pedante sciatteria quasi che gli autori pensino che sia sufficiente procedere per vignette esplicite per caratterizzare le due protagoniste.

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Diventa, quindi, difficile empatizzare con Chiara e Ludovica perché i loro problemi non sono resi con partecipazione, ma spiattellati in faccia allo spettatore quasi a ricordargli che dopotutto già ha sentito parlare di loro con altri nomi e in altri luoghi. Ed, in effetti, così è. Perché Chiara è la tipica ragazzina con i genitori separati in casa che fingono di stare insieme per il suo bene senza accorgersi che proprio sapere di vivere in una finzione le causa dolore. Altrettanto banale è poi l’attrazione di Chiara prima per il fratello scapestrato della migliore amica e poi per il bello e dannato e il suo struggersi per non poter avere chi desidera. Roba che era già vecchia ai tempi della posta del cuore su Cioè (quando ancora non esistevano le mail e WhatsApp).

Né va meglio con Ludovica che incarna l’opposto da manuale di Chiara. Ribelle quanto può esserlo una ragazzina che comunque frequenta un college esclusivo e derisa quanto lo è la vittima della diffusione di un video porno che la ha come protagonista. Molto più che scontato che sia proprio lei a iniziare a frequentare quei personaggi equivoci che poi la porteranno alla perdizione. Di più scontato c’è solo il rapporto con Chiara che nasce all’insegna del banalissimo proverbio che vuole gli opposti attrarsi in maniera inevitabile per poi scoprire che tanto opposti non lo sono affatto.

Dov’è che si è già visto qualcosa di simile? Praticamente in qualunque teen drama degli ultimi venti anni almeno. Ci voleva Baby a ricordarlo?

Baby - Recensione prima stagione

Baby Netflix recensione prima stagione

Un contorno sciapito

Se la portata principale del menù offerto da Baby non è saporita, ancora più insapore risulta il resto della carta. Né i ragazzi né gli adulti, infatti, hanno un minimo accenno di novità rafforzando l’impressione di vecchio che una serie nuova dovrebbe evitare con tutte le sue forze. Obiettivo, invece, miseramente fallito dal momento che Niccolò allunga l’elenco dei belli ma superficiali, Damiano la lista degli irresistibili ma dannati, Camilla quella delle amiche tanto perfette da risultare insopportabili, Fabio quella degli adolescenti che non trovano il coraggio di confessare al padre la propria omosessualità, Virginia quella delle miss college dall’animo bastardo.

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Un campionario di banalità che è secondo solo a quello degli adulti a cui si iscrivono la moglie tradita che resta col marito per non far crollare il suo piccolo mondo, la madre che non vuole cedere agli anni che avanzano, il padre dispotico incapace di vedere il figlio sofferente, il genitore inflessibile che pensa solo alla forma, la compagna insoddisfatta che cede alle lusinghe del toy boy per vedere l’effetto che fa.

Dover interpretare quelle che sono macchiette e non personaggi compiuti rende difficile al ricco cast di Baby esprimere le proprie capacità. Ne consegue che anche interpreti esperti come Tommaso Ragno, Isabella Ferrari, Galatea Renzi, Chiara Pandolfi finiscono per sfigurare limitandosi a fare il compitino e pure male. Con simili premesse non c’è da aspettarsi tanto di meglio dai giovani tra cui dovrebbero spiccare Benedetta Porcaroli e Alice Pagani (che pure era stata brava in Lorodi Sorrentino). Entrambe, tuttavia, falliscono nel dare profondità a Chiara e Ludovica limitandosi a sguardi perennemente accigliati o fintamente provocanti. Bocciatura con riserva perché troppo modesto era il materiale con cui avrebbero dovuto lavorare.

C’era molta attesa intorno a Baby perché troppo scarna è l’offerta italiana di Netflix per lasciarsi sfuggire la ghiotta possibilità di esportare nel mondo un pezzo di made in Italy. Il risultato? Meglio cercare i sottotitoli per seguire 1983 (a meno che non conosciate il polacco).

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