Documentari

Avicii: True Stories, su Netflix il documentario che racconta l’anima fragile del DJ appena scomparso

Avicii: True Stories

Morto improvvisamente lo scorso 20 aprile, Tim Berling è noto in tutto il mondo con lo pseudonimo di Avicii. Proprio questa immensa fama, unita all’esigenza di rispettare le aspettative che tutti avevano nei suoi confronti e alla necessità di sfornare una hit dopo l’altra, sono le linee narrative portanti del documentario Avicii: True Stories, rilasciato su Netflix proprio nel mesi di aprile.

Arrivato all’apice del successo da giovanissimo, Avicii (classe 1989) descrive nei primi attimi di Avicii: True Stories la sensazione unica di trovarsi sul palco davanti ad una folla oceanica ed adorante: “Avere una connessione speciale con le persone ti fa sentire speciale”. Ma subito dopo il DJ e produttore inizia a raccontare il rovescio della medaglia: lo stress e il nervosismo che l’hanno accompagnato da sempre.

LEGGI ANCHE: Wild Wild Country: Osho non è solo un meme – Recensione del documentario di Netflix

Il regista Levan Tsikurishvili ha seguito Avicii per quattro anni, riprendendolo in ogni momento: dalle serate alla produzione dei nuovi album, senza mai nascondere gli aspetti più delicati della vita dell’artista, sempre più sofferente sia fisicamente che psicologicamente.

Avicii True Stories

Avicii:True Stories

A farla da padrona è l’idea dello stress, “Sono stressato!”, “Non mi stressare!”, “Pensare alle serate mi stressa!” sono frasi ripetute moltissime volte nel corso del documentario. Ripiegare sull’alcol per cercare di calmare questo suo nervosismo, provoca all’artista svedese degli ulteriori problemi di salute, che lo costringono a diversi ricoveri ospedalieri.

Tim Beling ci viene presentato come uno stakanovista, alla perenne ricerca di suoni nuovi, sempre al lavoro su nuovi brani (persino dal letto dell’ospedale). L’impressione è quella che gli addetti ai lavori che lo circondavano, in primis il manager Ash Pouruonuri, ossessionato dal concetto del successo, non abbiano compreso la sua situazione psicofisica. In molti hanno scritto che Avicii è stata l’ennesima anima fragile vittima degli ingranaggi della macchina del successo e purtroppo il documentario non fa che confermare questa ipotesi.

LEGGI ANCHE: Gaga: Five Foot Two: la recensione del documentario Netflix dedicato alla popstar

Sempre più insofferente, Avicii decide di ritirarsi dalle esibizioni dal vivo, dopo aver fatto ben 813 serate dal 2008 al 2016. Gli ultimi minuti del documentario lo riprendono nei mesi successivi a quella che è stata la sua ultima performance: ci viene presentato un Tim più rilassato, intento a scrivere nuovi pezzi mentre si trova immerso nei paesaggi mozzafiato del Madagascar.

Subito dopo la sua morte, la sua famiglia ha rilasciato questa dichiarazione:

“Una fragile anima artistica in cerca di risposte esistenziali, un perfezionista estremo che lavorava e viaggiava ad un ritmo talmente alto da avere uno stress enorme”.

Comments
To Top