American Crime Story

The Assassination of Gianni Versace: il profilo di un serial killer, recensione episodio 2.02

The Assassination of Gianni Versace
EW.com

Il secondo episodio della seconda stagione di American Crime Story è ritmicamente molto diverso dal primo. The Assassination of Gianni Versace ci ha affascinato con una premiere intensa, piena, in cui andavamo a ripercorrere, galoppando, gli eventi subito successivi al fatidico 15 luglio 1997, giorno dell’uccisione dell’amatissimo stilista.

Manhunt è invece un cauto passo indietro. A inizio puntata siamo nel 1994, anno in cui Gianni e il suo compagno Antonio si recano misteriosamente in ospedale per parlare di terapie curative in seguito a una malattia sopraggiunta nei confronti di Gianni, presumibilmente AIDS o un tumore, a causa forse degli incontrollati rapporti erotici con altri uomini. Il regista Ryan Murphy ci lascia ficcasanare negli affari della famiglia Versace e, in una scena domestica, veniamo a sapere che tra Donatella e Antonio non scorreva affatto buon sangue, ma questo già lo immaginavamo. Donatella accusava Antonio di non aver dato al fratello stabilità e sicurezza, l’illusione di una famiglia o la parvenza di una vita serena, Antonio sosteneva invece di condividere con Gianni la vita di eccessi amorosi che entrambi volevano, coinvolgendo altri uomini.

Nel frattempo, Andrew Cunanan continua a farci conoscere un po’ di sè. Siamo nel maggio del 1997, il vero protagonista di questa serie sfoggia con saggezza un’intelligenza sopra la media, tradita da certi atteggiamenti da mitomane. Con destrezza, Cunanan cambia la targa del suo pick up per non farsi riconoscere, e sulle note di “Gloria”, si dirige da Florence, in South Carolina, a Miami, Florida. Con abilità e una marea di bugie, riesce a farsi dare una stanza in un motel di fronte all’oceano per ventinove dollari a notte e fa la conoscenza di Ronnie, colui che sarà il suo unico vero amico, o almeno ciò che più ci si avvicina. Continuando a mentire sul suo passato, Andrew racconta a Ronnie un po’ della sua vita, o come vorrebbe che fosse. Dichiara di aver ricevuto una proposta di matrimonio da Versace, di aver fatto volontariato presso gli ospedali aiutando decine di persone e infine di aver perso due persone per lui molto importanti nell’ultimo anno.

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In questa particolare puntata di The Assassination of Gianni Versace vediamo Cunanan sviluppare quella che sarà una delle sue doti principali: sedurre ricchi anziani gay non dichiarati per farsi pagare uno stile di vita eccentrico. Il suo essere un escort è agghiacciante. Cunanan ama sottomettere le persone in maniera totale, così avvolge del nastro adesivo attorno a uno dei suoi clienti, impedendogli di respirare e rendendolo completamente indifeso. Più tardi userà la stesso nastro per avvolgersi la testa sotto la doccia. Una totale pazzia.


The Assassination of Gianni VersaceCunanan però è un uomo di parola, dà a Ronnie metà dei soldi guadagnati col suo cliente, come promesso, e poi sparisce, facendogli giurare di non dire mai di essere stato suo amico. Nel frattempo la polizia continua ripetutamente a fallire nella “caccia all’uomo” che dà il titolo all’episodio. È un fallimento voluto, dettato dalla troppa insicurezza dell’epoca nello scoperchiare verità sconosciute, come quelle della comunità omosessuale e del dilagante virus dell’HIV, degli affollatissimi locali gay e della vita promiscua che si consumava all’interno e all’esterno delle case dell’assolata Miami. La paura del diverso, dell’ambiguo, ha tenuto la polizia a freno nelle indagini, perchè entrare nella vita omosessuale della nazione era troppo umiliante e, soprattutto, sporco.

Darren Criss si conferma bravissimo nell’interpretare lo psicopatico Cunanan.

Viene lentamente, didascalicamente, disegnato il profilo di un serial killer estremamente intelligente, estremamente sensibile, estremamente pericoloso. Nelle battute finali, Cunanan, entrato nella discoteca dove fino a poco prima ballavano Versace e Antonio, confessa a Brad, un ragazzo che ci prova con lui, una serie di verità imbarazzanti. “Sono un serial killer, sono un bancario, un broker, ho lavorato nelle piantagioni di ananas” e una serie infinita di altre bugie e alla fine, nella confusione, inascoltato, “sono Andrew Cunanan”.

E forse è questa l’unica assurda verità. Andrew Cunanan è tutto questo. È quel mucchio di bugie, quei sogni irrealizzati, quella bipolarità latente, tutti quei soldi sprochi e chissà quanto altro ancora. Un folle, troppo intelligente per essere uno qualunque.

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