American Crime Story

The Assassination of Gianni Versace: La caduta di un dio – Recensione episodio 2.01

The Assassination of Gianni Versace

The Assassination of Gianni Versace fa decisamente centro con questa seconda stagione, svelando i retroscena di uno degli omicidi più clamorosi di tutta la storia, ovvero quello dello stilista italiano Gianni Versace. La serie, infatti, lungi dall’essere incentrata sul genio della moda Versace, mette completamente a nudo gli impulsi, gli istinti e le fragilità del responsabile dell’assassinio, Andrew Cunanan, omosessuale confuso, ossessivo e perverso.

La fine della storia la conosciamo tutti ed anche bene: Gianni Versace viene sparato sulle scale della sua residenza a Miami beach, casa Casuarina, il 15 Luglio del 1997, per poi morire in ospedale circa un’ora dopo. E proprio perché lo spettatore è già a conoscenza dell’epilogo di questa tragedia che lo sceneggiatore deve accattivarselo con qualcosa che riesca a mantenere alta l’attenzione per l’intero episodio, anzi, per l’intero show. Da qui, innanzitutto, la scelta dell’alternanza tra presente, tempo in cui Gianni è già morto, e passato, tempo in cui si indaga, gradualmente, il tipo di relazione che lo stilista aveva intessuto con quello che sarebbe poi diventato il suo omicida.

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GIANNI COME UN DIO

Gianni Versace è un artista, un collezionista, uno stilista, un creatore. Gianni Versace è un dio, per tutti, e a dimostrarlo quell’insistenza, forse anche troppo eccessiva, sui sorrisi, le carezze e i complimenti che Gianni rivolgeva a chiunque, dalla sorella al compagno, dalla servitù ad un amico qualsiasi incontrato per strada. Nei pochi fotogrammi in cui compare traspare l’umiltà di un uomo che, come la sorella racconta, crea un impero da un piccolo scaffale di legno in via della Spiga a Milano, la sensibilità di chi è sempre pronto a mettere l’altro al primo posto, come quando alla prima di Capriccio sbobina un discorso accoratissimo sul valore del vestito acquisito esclusivamente quando l’indossatrice è finalmente felice e soddisfatta, e l’importanza della famiglia, cardine e punto di partenza di tutto di cui ne parla con tremendo affetto.

A niente potrebbe servire continuare a presentarci Versace su quest’onda, l’impersonale e quanto meno filtrata macchina da ripresa ci ha già convinti che Versace fosse un genio, e non meritasse di morire. Per un po’, a quanto pare, anche Andrew Cunanan è stato, come noi, dello stesso identico parere: ma ben si sa che, per le personalità instabili, è davvero poco il tempo che serve per buttare giù dal piedistallo le persone osannate.

CHI E’ ANDREW CUNANAN

L’episodio ci presenta la figura di Andrew non in toto, ma in maniera progressiva, attraverso i suoi gesti silenziosi, i suoi sguardi insistenti, le sue poche parole. Ci basta davvero poco per delinearne il profilo: povero, forse orfano, sicuramente solo al mondo, e nonostante ciò caparbio fino al midollo, come quando insiste nell’attaccare bottone con Versace fino ad accaparrasi un posto a sedere vicino a lui.

E’ chiaramente incapace di relazionarsi con gli altri se non attraverso una sottile rete di bugie che mutano ogni volta, a seconda dell’interlocutore, e grazie alle quali riesce ad accattivarsi la simpatia e talvolta l’amore delle persone delle quali si circonda. E’ chiarissimo, tuttavia, che non sussiste un vero legame con gli altri: Andrew vive in un mondo personale ed isolato, dove essi rappresentano solo un mezzo per raggiungere il proprio scopo, per poter coronare il desiderio di poter essere altro ed altrove. Una cosa, tuttavia, è sicura: Andrew Cunanan è un ventenne omosessuale che ha subito degli abusi da bambino e che non è ancora venuto chiaramente a patti con la sua identità sessuale. Molto probabilmente è qui che la serie andrà a scavare fino in fondo, tramutando i suoi personali scheletri nelle motivazioni che lo hanno spinto ad uccidere Versace e, prima di lui, altri quattro uomini.

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I PUNTI DI FORZA DI The Assassination of Gianni Versace

Pur investingando su Andrew Cunanan ed i suoi cinque omicidi, appare chiaro sin da subito che American Crime Story – The Assassination of Gianni Versace è una serie antologica poliedrica, che gioca spietatamente sui primi piani, su lunghi secondi di silenzio accompagnati da una sublime colonna sonora, nei quali qualsiasi dialogo sembrerebbe tremendamente superfluo, sugli indecentemente numerosi raccordi soggettivi di ogni minimo, singolo particolare, come le pantofole amaranto che Gianni indossa la mattina, sul volto ormai deturpato dalle ferite d’arma da fuoco, sul piccione bianco che rappresenta una prova e dal quale meticolosamente vengono rimossi i frammenti di proiettile, sulla porta dell’aereo che si apre ad una lentezza disarmante, quasi a voler cristallizzare quei momenti, rallentarli, per mantenerli ancora più impressi nella memoria.

The Assassination of Gianni Versace

Ma il vero punto di forza della seconda stagione di The Assassination of Gianni Versace, nata dalla straordinaria mano di Ryan Murphy, sembra essere, sin da questo primo episodio, lei, Donatella Versace, interpretata da una meravigliosa Penelope Cruz. Per quanto Gianni sia stato il creatore dell’impero stilistico che porta il suo nome, la sua morte porterà a galla il potenziale nascosto di una sorella minore che ha dovuto fare i conti con qualcosa di inaspettato, portando su di sé non solo d’ora in avanti il peso della compagnia, ma cercando di mantenere intatta l’immagine immacolata di un fratello che, come vedremo, aveva i suoi limiti e i suoi difetti come tutti. E se la somiglianza fisica non è eccessiva come quella di Darren Criss con il suo alter-ego televisivo (sembrerebbero padre e figlio), la performance della Cruz mette chiaramente a nudo quelle che devono essere state numerose e lunghissime ore di preparazione: dalle espressioni al linguaggio del corpo, sino ad arrivare al tono e alla cadenza della voce, completamente identici.

Se a voi è necessario aspettare i prossimi episodi per farvi un’idea della serie, a me ha già ampiamente convinto.

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