Ash vs. Evil Dead

Ash vs Evil Dead: Ashy Slashy torna con la sua ferramenta-sexy shop – Recensione episodio 3.01

Starz

Ashy Slashy è tornato.  Dopo aver sconfitto il Male ed essere riuscito ad ottenere la riconoscenza negatagli per anni, Ash vs Evil Dead torna sui nostri schermi  – la terza stagione va in onda in contemporanea USA su Infinity TV – con una pubblicità sessualmente ammiccante per la sua nuova attività imprenditoriale. In compagnia del fidato Pablo, l’uomo con la motosega in mano ripiomba in mezzo a noi il giorno dell’apertura della sua ferramenta-sexy shop (riconvertendo il negozio del padre), contento di essere diventato finalmente il beniamino dei suoi concittadini. O almeno il fenomeno di turno del momento, ignaro che il Male, e quindi Ruby, in realtà siano ancora a spasso per la Terra.

Dopo un 2017 di assenza dai palinsesti, la terza stagione di Ash vs Evil Dead inizia benemale. Bene perché c’è tutto quello che ci piacerebbe trovare in Ash vs Evil Dead. Male perché c’è tutto quello che ci piacerebbe trovare in Ash vs Evil Dead. Il problema è proprio qui. Family, il primo episodio della terza stagione, è una puntata costruita a tavolino, seguendo la ricetta base, mescolando e dosando gli ingredienti, ma senza provare un minimo di azzardo.

La novità principale, l’arrivo della figlia Brandy, di cui Ash ricorda ovviamente a fatica il nome, era già stata ampiamente anticipata prima dell’uscita del terzo capitolo della serie. Dopo due stagioni e tre film, il risultato quindi appare e risuona piatto, senza punte degne di nota. Il compitino viene portato a termine sufficientemente, senza tuttavia nessun guizzo, salvo forse la decapitazione della morte della moglie del protagonista, grazie ad un piatto della batteria che puntualmente le taglia anche le dita delle mani.

Candance, sposata durante una serata alcolica, è forse l’unica sorpresa della puntata, che ti piomba in mezzo ai piedi quando meno te lo aspetti. Tutto il resto è invece ampiamente atteso, incapace di lasciarti qualche brivido lungo la schiena. Lo “spiegone” iniziale è un’apprezzabile presa in giro dell’audiovisivo di pessima qualità, ma nulla più, metafora di una società che sembra sempre alla ricerca di un morto da piazzare davanti alle telecamere. Tuttavia si trova ad avere a che fare con una persona, il nostro eroe, che a quel mondo ha letteralmente voltato le spalle. Il ritorno del Male, documentato in diretta tv, viene così ignorato da Ash, impegnato nel tentativo di portarsi a letto una cliente.

Dopodiché tutto scorre asettico, come avesse il pilota automatico. I combattimenti sono come te li aspetti e non fanno più ridere. La cialtroneria di Ash è come te l’aspetti e ruba qualche sorriso. I coprotagonisti lasciano ad Ash tutta la scena e sono praticamente nulli. Le morti hanno però qualcosa che ti fa esclamare “Figo!” anche solo nel mononeurone del tuo cervello. Mentre la testa di Candance viene servita non sul tradizionale piatto d’argento, ma sul piatto dello strumento musicale, la morte di Rachel, posseduta dal demone, lascia per un attimo la sorpresa in bocca per la sua inverosimiglianza, genialità e approssimazione.  Rachel viene così fatta a pezzi dalle corde dell’arpa, in un tripudio splatter capace di creare tanta nostalgia. Purtroppo le perle di genialità si esauriscono con le due morti di giornata e la puntata ne risente pesantemente. La soluzione registica del combattimento con Rachel e un paio di uscite del nostro Williams preferito (“the old sperm shooter”) avrebbero meritato un contesto migliore.


L’intento sembra essere stato quello di aver voluto iniziare una terza stagione dal nulla, per intercettare anche coloro che non hanno assistito alle prime due stagioni. Purtroppo si è evitato di premere l’acceleratore sul “sopra le righe”, vero sale in realtà di tutta la saga di Evil Dead. In questo senso, l’unico aspetto degno di nota, appare quindi l’arrivo del nuovo membro della squadra chiamata a contrapporsi a Ruby e ai suoi seguaci, quel Dalton in pelle e moto, cavaliere sumero, già pronto a schierarsi in un possibile triangolo amoroso con Kelly e Pablo e subito disponibile ad inginocchiarsi di fronte all’eletto.

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Kelly e Pablo sono proprio i pezzi mancanti di questo ritorno alle scene. Sopratutto Kelly, divenuta sempre più importante nella seconda stagione. Ormai il loro ruolo all’interno del racconto era diventato fondamentale, sia dal punto di vista narrativo, sia dal punto di vista realizzativo. Partner in scena di Ash, il loro ruolo in passato è stato fondamentale per vivacizzare il racconto e la figura del supereroe, servendo spunti di riflessione e soluzione per le gag, che rendessero Ash vs Evil Dead un fenomeno anche del piccolo schermo.

Purtroppo in Family, come sottolinea lo stesso titolo, si ritrovano a recitare la parte degli esclusi, attorno al quale di dipana la storia principale, lasciando tutto sulle spalle di Bruce Campbell, senza però che a Bruce Campbell siano date le armi per sostenere tutto il peso da solo. Persa la famiglia naturale (salvo nuove entrate in scena dell’ultimo minuto, dovrebbero essere tutti morti, tranne la figlia), all’eletto rimane solo la famiglia dei combattenti.

Dal finale della seconda stagione, invece, al suo fianco non c’è più lo showrunner Craig DiGregorio, che ha abbandonato Ash vs Evil Dead per divergenze con la produzione, sostituito con Mark Verheiden, produttore di Battlestar Galactica e Daredevil, consulente e supervisore per Smallville e Heroes. Il cambio al timone si è avvertito forte e chiaro già negli ultimi episodi andati in onda nel 2016, con un finale quanto mai deludente (e sgangherato), imposto dalla produzione al team creativo dopo alcune uscite considerate eccessive nelle puntate precedenti e per visioni non condivise proprio sul personaggio di Kelly (che non riportiamo per non spoilerare nel caso venissero riutilizzate). L’inizio della terza stagione non ha di certo risollevato le sorti. Craig DiGregorio era arrivato alla guida dello show dopo un intenso periodo di affiancamento e confronto con Sam Raimi e Bruce Campbell. Ci auguriamo che l’anno di assenza dai palinsesti sia servito anche a Mark Verheiden per un veloce ripasso della tematica perché questi primi passi sfociano nell’insufficienza.

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