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Arrow, The Flash e Supergirl: facciamo il punto della situazione

Arrowverse
Entertainment Weekly

Le serie TV sono come le relazioni. Finché funzionano decidiamo di investirci tempo, emozioni e fare qualche sacrificio in loro nome. Quando però smettono di soddisfarci viene il momento di prendersi una pausa, fare il punto della situazione e capire cosa possono riservare nel loro futuro. Sia ben chiaro che non sempre la necessità di una pausa è una scelta bilaterale, a volte ci viene imposta dal network con il lancio della terribile parola “hiatus”.

Così, mentre i nostri beniamini di casa CW prendono fiato per capire cosa vogliono offrire nei loro finali di stagione, abbiamo approfittato del tempo guadagnato per fare un piccolo bilancio sulla stagione finora trascorsa delle tre big di casa CW: ovvero Arrow, Supergirl e The Flash. Scusatemi fan delle leggende ma quella serie al momento risveglia bisogni fisiologici che mi impediscono una visione continuativa.

ARROW NEI PANNI DELLA FENICE

La quarta stagione di Arrow aveva deluso ogni essere vivente sul pianeta. Sono certo che anche la vecchia pettegola del paesello alla domanda “Signora cosa ne pensa della quarta stagione di Arrow?” saprebbe rispondervi elencando esattamente cosa non ha funzionato nel precedente ciclo di episodi. I difetti erano palesi: le scelte narrative erano spesso insensate e superficiali (si pensi alla morte di Laurel, assolutamente fine a se stessa e inutile per lo sviluppo dei personaggi), i personaggi agivano spesso senza un motivo, senza contare che come era già stato dimostrato nella terza stagione Arrow e il soprannaturale non funzionano in combinazione.

A giugno dello scorso anno, colpito dalle critiche dei fan, Stephen Amell aveva risposto con una foto che recitava “We have failed this season” promettendo una quinta stagione migliore. Per cui a cinque puntate dal finale la domanda è: Stephen ha tenuto fede alla sua promessa? Decisamente sì!

L’attuale stagione di Arrow sembra essersi disfata di quello che non funzionava nelle precedenti due stagioni per ripescare dai fasti degli inizi. I flashback finalmente sono interessanti e corposi – tanto da riuscire a costituire un episodio intero – e le new entry del team Arrow si sono rivelate una boccata d’aria fresca con il loro carisma e peculiari trascorsi personali. Non dimentichiamoci poi dell’assenza del bisogno degli Olicity, grazia alla sottotrama da hacker di Felicity e la semi-stabile relazione di Oliver e Susan.

A stupire più di tutto è il fatto che Arrow sia riuscito a ritrovare la sua identità. Ricordiamo che agli inizi Oliver era un vigilante che agiva secondo la sua idea di giustizia. Tutto quello che faceva era dettato da un forte egoismo e dal desiderio di vendetta. Allo stesso modo stiamo assistendo al ritorno dell’oscurità che aveva contraddistinto questa serie, merito anche di un’antagonista assolutamente odioso, temibile e in grado di spezzare psicologicamente il protagonista.

Sperando che le ultime puntate non gettino all’aria il sentiero finora disegnato riconosciamo a Stephen e agli sceneggiatori il merito di aver risollevato una serie finita del baratro del nonsense, impresa decisamente non facile. 

THE FLASH NEI PANNI DEL PICCIONE

Se per Arrow abbiamo tessuto lodi purtroppo per The Flash non possiamo fare lo stesso. La cara serie sul velocista scarlatto pare essere stata vittima del crollo patologico della terza stagione. Del resto nelle serie TV le prime due stagioni sono le più facili da gestire: con la prima c’è l’effetto novità a colpire il pubblico, mentre la seconda può permettersi di vivere di luce riflessa della prima, magari rivelandosi mediocre ma comunque godibile.

Cosa non sta funzionando a questo giro? Diciamo pure che gli sceneggiatori di The Flash non sono dei gran furboni. Innanzitutto la scelta dell’antagonista è stata fallimentare, capisco come lo show parli di un velocista, ma tre stagioni fila dove il cattivo di turno si rivela puntualmente più veloce del protagonista stufa un po’ togliendo anche l’effetto sorpresa nel momento in cui il personaggio si manifesta.

Anche i protagonisti sono scialbi. A cominciare da Cisco che sembra aver perso lo smalto delle scorse stagioni – e con questo ci saluta anche il lato comico dello show – pure la sottotrama di Caitlin è andata sprecata. L’idea che un buono diventi un’antagonista è nove volte su dieci una scelta vincente. Indovinate in che caso si trova la serie? Non è possibile che ogni cinque puntate i protagonisti debbano scegliere tra Caitlin e Killer Frost e puntualmente arrivi la Disney a far vincere l’amore e la forza della natura. Insomma questa cosa andava sfruttata agli inizi e bene, non a fine stagione quando ormai ha perso la sua peculiarità e si è bruciata l’interesse dello spettatore. Saltiamo a pié pari quella caricatura di HR e quel microcefalo di Wally. 

Ma l’errore più grande della stagione è stato quello di mettere al centro Barry e Iris. L’abbiamo detto più e più volte che non ne possiamo più nemmeno di scriverlo. Barry e Iris non piacciono e l’idea di costruire una stagione sul tentativo di salvare la ragazza da un destino infausto è stata la condanna a morte dello show. Non c’è coinvolgimento emotivo e soprattutto questa scelta tira fuori il lato autocommiseratore e piagnone di Barry, il meno vincente del personaggio. 

A tenere incollato lo spettatore rimane la curiosità di sapere come finirà la vicenda di Iris e i cattivi della singola puntata, che nel bene o nel male portano a casa il loro stipendio. Ma se vogliamo parlare di questa stagione come un ciclo riuscito siamo decisamente fuori rotta.

SUPERGIRL NEI PANNI DELLA RONDINE

Abbiamo capito che una rondine non fa primavera, però Supergirl è veramente un prodotto fresco e leggero. Dopo una prima stagione un po’ troppo buonista e infarcita di cliché, la seconda sembra aver trovato un’identità per la serie. Quello che rende questo prodotto diverso dai fratelli di casa CW è che parla più dei suoi personaggi che della vita da supereroe. Questo non vuol dire che non ci siano i momenti di azione o il cattivo di turno ma che non sono la cosa più interessante o predominante.

Kara è infatti un personaggio delizioso, sarà che le presta il volto Melissa Benoist, ma la ragazza è veramente dolcissima e impacciata quanto basta da conquistare lo spettatore in una manciata di sequenze. A rafforzare le sue caratteristiche troviamo Mon-El, che le fa da contraltare con la sua turbolenza e il suo agire un po’ da bad boy. Oltre a loro due ci sono Maggie e Alex, ormai elevate a coppia mascotte dello show con la loro vincente rappresentazione della normalità all’interno della diversità. 

Funzionano peggio Winn e James, che dopo aver perso la funzione di corteggiatori di Kara, sono stati relegati a costituire un duo di vigilanti che stona molto con la musica dello show. Probabilmente se ne sono accorti pure gli sceneggiatori dato che la loro sottotrama è morta sul nascere. Magari gliene troviamo un’altra però, che dite?

Per cui a conti fatti Supergirl è ben lontano dal capolavoro, ma ogni tanto è bello ricordarsi di come un supereroe non sia solo Savitar o bucherellare chi ha “failed this city”, ma sia anche coltivare amicizie, costruire un amore e vivere una vita piena. 

 

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