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Aperti al Pubblico: quando Kafka incontra Eduardo – Recensione del documentario sulla burocrazia del compromesso

Aperti al pubblico - la recensione
Rai Cinema

Nel chiacchiericcio vacuo con cui ci si intrattiene distrattamente in attesa di una metro o di un autobus, che per definizione arrivano sempre troppo tardi, si scade facilmente in aneddoti tra il personale e il sentito dire. E inevitabilmente arriva il momento in cui uno di questi raccontini, chissà quanto veri, si svolge in quel mondo elefantiaco che è la burocrazia. Perché è fin troppo ovvio lamentarsi di quanto le cose non funzionino e quanto è irrazionalmente contorta ogni procedura amministrativa e quelli non tengono voglia di lavorare signora mia e sono tutti raccomandati e via così saltando da un luogo comune all’altro. È a questo mondo che guarda Aperti al pubblico, il documentario di Silvia Belotti andato in onda pochi giorni su Rai 1. Per dire che magari non è proprio così. O forse anche.

Aperti al pubblico - la recensione

La realtà per quello che è

Prodotto da Arci Movie e Rai Cinema e vincitore del premio del pubblico al Festival dei Popoli 2017, Aperti al pubblico segue la quotidianità del viavai di persone che si presentato all’Istituto Autonomo Case Popolari (IACP) di Napoli nei giorni del martedì e venerdì in cui gli uffici sono aperti al pubblico dalle 8 alle 13 (come recita con fiacca ripetitività una voce senza volto sui titoli di coda). Un universo variopinto dove persone con evidenti problemi economici e una cultura molto approssimativa vengono a cercare la soluzione migliore a problemi amministrativi che coinvolgono quello che è dopotutto il loro bene primario: la casa. Perché l’IACP gestisce i 40.000 alloggi di Napoli e provincia abitati da gente per cui le difficoltà economiche in cui versano diventano motivo per chiedere diritti, ma anche scusante per non rispettare doveri elementari (quali pagare l’affitto).

La natura stessa del bene conteso rende immediatamente difficile ogni tentativo di attenersi alla cruda imparzialità che la legge pretende. Perché chi vive in una casa da sempre non può comprendere perché quell’alloggio assegnato al padre non possa passare automaticamente ai figli. Perché si può restare in una casa per anni senza pagare l’affitto aspettando una sanatoria che verrà concessa dato che non si può mandare una famiglia a dormire in strada. Perché ci sono situazioni che sono formalmente illegali, ma si aggirano comunque perché non c’è una sola ragione valida per impedire che due persone che vogliono vivere insieme non possano farlo. Perché magari si sta commettendo un abuso formale ma tanto chi lo viene a sapere ed è meglio questo che lasciare senza aiuto una madre che deve portare i figli all’ospedale per una visita che altrimenti non le farebbero fare.

Una realtà presentata dal documentario di Silvia Belotti per quello che è. In maniera acritica e senza voler né condannare né assolvere. Lasciando che siano gli spettatori a domandarsi se sia giusto o sbagliato questo rendere fluido il confine tra ciò che si può fare secondo la legge e ciò che si fa secondo un senso di empatica umanità.

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Aperti al pubblico - la recensione

Tra umanità e legalità

Aperti al pubblico è soprattutto una storia di persone. Avrebbe magari voluto essere una indagine accurata sulle storture della burocrazia e sui mille legacci a cui fantasiosamente devono sottrarsi sia gli impiegati che gli utenti per andare avanti. Ma diventa piuttosto il racconto vivo di una massa di uomini e donne che si incontrano inizialmente diffidenti, ma infine felicemente complici. E quindi si può passare dall’impiegato che con sorriso imparziale si lamenta dell’ignoranza degli utenti che vorrebbero tutto senza fare niente di quello che dovrebbero fare, alle due colleghe che provano a consolare la vedova che vorrebbe morire per raggiungere i marito quanto prima. Dalla diligente fermezza del neo assunto che non fornisce assistenza alle due anziane che non hanno portato la delega, alla paziente testardaggine dell’impiegato che deve inventarsi un modo per accontentare la signora che si lamenta del figlio che è tornato a vivere con lei ed ora ha i documenti di residenza non più in regola.

Esemplare in questo senso sono i casi della extracomunitaria il cui alloggio deve essere riparato perché infestato dall’umidità e dell’anziana analfabeta che si trova ad avere una persona in più nello stato di famiglia perché grazie a questo imbroglio l’intrusa potrebbe avere diritto a quella casa in futuro. Casi che un’applicazione rigorosa della legge condannerebbe ad un immobilismo ferale, ma che vengono affrontati con partecipe pazienza e astuta inventiva dall’impiegato che non si fa problemi ad accompagnare le persone da un palazzo all’altro pur di trovare l’escamotage che sblocchi la situazione. Finendo alla fine per instaurare un rapporto di fiducia per cui non è importante cosa si deve fare ma chi lo fa.

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Aperti al pubblico - la recensione

Lo sguardo di chi si trovava lì per caso

A rendere particolare Aperti al pubblico contribuisce molto la spontaneità del nutrito parterre di personaggi che ne popolano le scene, disegnando un affresco vivo e multiforme di una realtà che a tratti sembra uscita da un teatro dell’assurdo. La fotografia limpida restituisce la vivacità di giorni affollati di uomini e donne che dimenticano completamente la presenza insolita della telecamera silenziosa. Non ci sono artificiosi sguardi in camera neanche per un attimo e tutto si svolge come se la troupe che riprende fosse solo uno dei tanti sconosciuti che affollano uffici dove la privacy è una parola sconosciuta di cui non importa niente a nessuno.

La regia della Belotti diventa quindi quella di un passante occasionale che si ferma a guardare incuriosito una scena divertente o per qualche motivo interessante. La prospettiva adottata è infatti spesso laterale per mostrare tutti i protagonisti, mentre a volte la camera indugia sui particolari (pareti di faldoni tra cui cercare arrampicandosi su scale insicure, cartelline ammucchiate su scrivanie ingombre, monitor datati e spillatrici vetuste) che sottolineano l’assenza di una modernità tecnologica che è solo una favola raccontata per i media, ma assente nella realtà di tutti i giorni.

Aperti al pubblico è un divertente teatro dell’assurdo dove il mostro impassibile di una burocrazia kafkiana è annientato e reso innocuo dall’approccio scanzonato e partecipe di una umanità eduardiana. Perché alla fine quel che conta è trovare una soluzione per tutti quale che sia il come. E magari offrire anche un caffè.

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